Egitto tra lotta di classe e repressione - Falcemartello

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L’euforia tra le masse egiziane, seguita alla caduta di Mubarak, si è dissolta: la rivoluzione è andata avanti ma c’è stata una crescente differenziazione nella società, su linee di classe. Ora le masse egiziane sono di nuovo in rivolta, con l’epicentro della rivoluzione che si sposta simbolicamente dalle proteste in piazza Tahrir agli scioperi in settori chiave dell’economia. L’esplosione della lotta di classe preoccupa l’apparato dello stato, che fomenta la divisione del proletariato su basi etniche, come dimostra la recente e durissima repressione subita dai copti scesi in manifestazione.

Il mese di settembre ha segnato l’inizio di un intenso periodo di lotte operaie, la più importante di queste è stata quella che ha visto coinvolti centinaia di migliaia di lavoratori del settore pubblico.

Lo sciopero degli insegnanti del 17 settembre, il primo in questo settore dal 1951, ha visto una partecipazione tra il 75 e l’85%, mentre i lavoratori dell’Autorità Pubblica del Trasporto (Pta), hanno scioperato nel corso della stessa settimana. Settecento operai tessili della Kom Textile Company (privatizzata nel 2007), ad Al Shebin Indorama, hanno bloccato le autostrade e occupato la sede del governatorato della provincia per richiedere la ri-nazionalizzazione della compagnia.

Una delle caratteristiche più impressionanti dei recenti scioperi è il livello di coordinamento tra i diversi settori e la crescita dei sindacati indipendenti. Così definiti perchè in contrapposizione alla Federazione Generale dei Sindacati (Gftu), originariamente istituita da Nasser nel 1957, che per decenni ha tenuto a freno la classe operaia.

Gli scioperi e le proteste in corso sono implicitamente molto politicizzati per il fatto stesso che violano apertamente la legge e sfidano il governo del Consiglio Militare. Questa sfida aperta rivolta al Consiglio Superiore delle Forze Armate e al divieto di sciopero, segna una svolta importante nella rivoluzione. Ciò dimostra che la classe operaia, che ha giocato un ruolo di primo piano nel rovesciare Mubarak, ha preso coraggio.

Anche l’economia egiziana è in uno stato precario. Il deficit di bilancio è pari a quella della Grecia. Un articolo di Al Masra Al Youm mette in evidenza la debolezza dell’economia: “l’economia dell’Egitto, che è uscita relativamente indenne dalla crisi finanziaria globale del 2008-2009, stava tornando verso la crescita annuo del 6%, prima che scoppiasse di nuovo la rivolta delle masse. Ora la situazione si è fatta di nuovo difficile. L’economia è cresciuta del 1,8% nell’anno in corso: un tasso di crescita molto lontano da quel 6% che servirebbe per abbassare il tasso di disoccupazione”.

In una tale situazione, uno sciopero generale darebbe un segnale di rottura e aiuterebbe a ricondurre i conflitti e gli scontri su un terreno di classe. All’interno di ogni luogo di lavoro si dovrebbe porre al centro della discussione la questione della nazionalizzazione dei centri fondamentali dell’economia - le banche, le industrie chiave e le infrastrutture - sotto il controllo democratico dei lavoratori, presupposto fondamentale per investire in educazione, sanità e trasporti, e per eliminare le disuguaglianze all’interno della società egiziana. Una seconda rivoluzione, che assuma connotati chiaramenti anticapitalisti, sarebbe l’unica tutela contro i progetti reazionari delle Forze armate