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A un anno dalla rivoluzione, la Tunisia si trova ad affrontare un’ondata di scioperi, rivolte regionali, sit-in e proteste di ogni sorta. Per le centinaia di migliaia di lavoratori e giovani tunisini che avevano coraggiosamente affrontato le pallottole della dittatura per ottenere lavoro e dignità, fondamentalmente non è cambiato nulla.

È vero che il dittatore se ne è andato ma il sistema che condanna la parte migliore della gioventù tunisina a un futuro di disoccupazione o emigrazione è ancora lì. E anzi, nei fatti per la maggioranza, la situazione economica è solo peggiorata.

Le libertà democratiche, per quanto siano importanti, non hanno dato ai tunisini poveri nè lavoro nè pane. Dall’inizio della Rivoluzione tunisina il numero dei disoccupati è passato da 600.000 a 850.000, in un paese che conta 11 milioni di abitanti. In percentuale è cresciuta dal 14 a circa il 20%. Nelle regioni più povere, dove la rivoluzione ha avuto inizio, raggiunge apici del 40 o 50%.

La disoccupazione è solo la punta dell’iceberg dei numerosi problemi sociali.  Un attivista sindacale di Gafsa spiega le ragioni della crescente frustrazione: “Fin dalla caduta di Ben Ali non è stato fatto un singolo passo in avanti per fermare la crescita dei prezzi, in particolare del pane e delle medicine, ne per ridurre le diseguaglianze regionali e creare posti di lavoro.”

A Redeyef, una roccaforte rivoluzionaria nel bacino minerario di Gafsa, il 62% dei laureati è disoccupato. Qui le masse si sono riunite per celebrare il 5 Gennaio, l’anniversario dell’inizio della rivolta del 2008 (vedi un nostro articolo, in inglese) che precedette la rivoluzione. E sono ancora in lotta, come in tutte le città dell’area delle miniere di fosfati di Gafsa, dove l’economia gira tutta attorno alla Compagnia dei Fosfati di Gafsa (CPG) e al Gruppo Chimico Tunisino (GCT).

La commemorazione è stata fatta nella sede del sindacato UGTT. Uno dei leader, Adnen Hajji, incarcerato nel 2008, ha detto con orgoglio:” Non c’è alcuna possibilità che abbandoniamo anche solo una delle nostre legittime rivendicazioni! Il governo non ha altra scelta, deve ascoltarci! Popolo di Redeyef! Tu hai fatto il primo passo di questa rivoluzione! E’ tempo di raccogliere i frutti degli anni amari, crudeli e tristi passati in sofferenza e povertà!” E quelli raccolti intorno a lui hanno risposto urlando “lealtà, lealtà al sangue dei martiri!”

A Redeyef ci sono ancora i resti di quella situazione di doppio potere che si era creata durante la rivoluzione, quando il sindaco lasciò la città e i lavoratori presero nelle loro mani la gestione dell’amministrazione. Ancora oggi non c’è un sindaco ma è la gente stessa che organizza tutti i servizi pubblici necessari.

Nel tentativo di calmare gli animi delle migliaia di giovani disoccupati presenti nella regione, le due imprese statali, la CPG e la GCT, hanno annunciato la creazione di 3000 nuovi posti di lavoro. Ma sono state oltre 17000 le domande di lavoro che hanno ricevuto. E non appena sono stati pubblicati i primi risultati delle selezioni, alla fine di Novembre, sono scoppiate delle rivolte nella maggior parte delle città del bacino. Infatti, nessuno era soddisfatto dei metodi utilizzati nella selezione. I candidati a cui sarebbe dovuta essere riconosciuta un diritto di precedenza (quelli con famiglie, figli di minatori pensionati, quelli gli adeguati titoli di studio) non sono stati neanche ammessi. Per molti, si è trattato di un’esperienza identica a quelle vissute sotto il vecchio regime.

Centinaia di giovani sono scesi in piazza per protestare a Mdhilla e Moularès. Li hanno innalzato barricate, dato fuoco a pullman e macchine e attaccato gli uffici dell’azienda dei fosfati così come la stazione di polizia. Le autorità sono state costrette a dichiarare il coprifuoco dalle 7 di sera alle 6 del mattino in tutte le località del governatorato di Gafsa.

A un certo punto il governo è stato costretto a sospendere ogni ulteriore annuncio sulle nuove assunzioni e a promettere di ascoltare le richieste dei disoccupati. Anche se alcuni di loro hanno iniziato comunque un sit-in di protesta.

Alla fine, il 5 Gennaio, tre ministri hanno visitato la ragione, pur rifiutandosi di incontrare i disoccupati al sit-in. Uno di loro, un quarantenne disoccupato padre di tre figli, Ammar Gharsallah, dopo aver partecipato al sit-in per settimane. preso dalla disperazione, si è cosparso di gasolio e si è dato fuoco. È morto alcuni giorni dopo. Altre tre persone, una donna e due uomini si sono suicidati nello stesso modo la settimana dopo, a Djerba e a Sfax. È un chiaro segnale della disperazione che affrontano migliaia di tunisini, quando un anno dopo la rivoluzione, scatenata da un atto di auto-immolazione, di nuovo altre persone devono compiere lo stesso gesto disperato per attirare l’attenzione sulla propria situazione.

Il 9 gennaio il movimento di protesta si è esteso ai lavoratori del settore agricolo che si sono uniti a quelli in sciopero della fame a Redeyef. Si tratta di uno sviluppo molto significativo perchè dimostra come anche altri settori della società siano attratti istintivamente da queste proteste e decidono di seguire il movimento operaio organizzato. in questo caso la sezione locale della UGTT che qui ha una tradizione rivoluzionaria di lungo corso. È un movimento in crescita costante, con i minatori che si sono uniti alle proteste il 12 Gennaio, di cui alcuni hanno anche iniziato a loro volta lo sciopero della fame. A seguito dell’appello della UGTT per lo sciopero generale, l’intera città di Radeyef è scesa in piazza il 17 Gennaio per sostenere le richieste del movimento. Anche gli insegnanti delle medie e delle elementari e gli studenti delle superiori si sono uniti a questo movimento di massa.

“Qui a Redeyef i lavoratori, indipendentemente dal settore di appartenenza, avanzano tutti le stesse richieste basilari di riforma e di intervento governativo”, dice un leader locale del sindacato, Adnen Hajji, aggiungendo che la protesta è stata “il prodotto di un vasto sentimento di frustrazione dovuto alla negligenza del governo nel rispondere ai bisogni pressanti della comunità”. Avvertendo infine che se le richieste dei lavoratori di Redeyef non saranno accettate allora “bloccheremo la Compagnia dei Fosfati di Gafsa e si potrebbe perdere il controllo della protesta”.

Non sono parole senza fondamento.  Dopo aver concesso una breve tregua al governo per dargli una possibilità di rispondere alle loro richieste, l’ondata di scioperi è ripresa, investendo Redeyef, Om Larayes, Mdhilla e Kaff Eddous nel distretto di Metlaoui. In prima linea in questo movimento c’erano i giovani disoccupati, impegnati a bloccare i treni che trasportavano fosfati e a scontrarsi con la polizia a Mdhilla. Il palazzo del governatorato di Gafsa è stato occupato dai manifestanti e il governatore ha dovuto rifugiarsi in un hotel li vicino.

Nel frattempo, il 13 Gennaio c’è stata un’altra esplosione sociale a Makhtar, un villaggio di montagna di 12.000 abitanti nel governatorato di Siliana. Di fronte a una situazione economica disperata, senza lavoro, acqua corrente, gas e assistenza medica, la popolazione di Makhtar ha dichiarato uno sciopero generale che ha assunto le dimensioni insurrezionali. Hanno bloccato tutte le strade di accesso con alberi tagliati e copertoni. “Ci stiamo ribellando perchè la situazione è, semplicemente, intollerabile” ha detto Ouided Slama, una giovane insegnante di Inglese. La protesta, che è durata 6 giorni, prima che una tregua fosse concordata col governo nazionale, si era diffusa anche ad altri villaggi della regione, come Kesra e Sidi Bourouis, o Bouarada, dove i disoccupati locali hanno bloccato anche li le strade. A Makhtar, gli islamisti del partito Ennahda hanno preso circa il 40% dei voti alle elezioni per l’Assemblea Costituente. I loro uffici però sono chiusi e nessuno sa dove siano i loro rappresentanti locali, anche se a nessuno importa più molto.

Il 23 Gennaio una rivolta molto simile è cominciata a Sidi Makhlouf, una città con 24.000 abitanti nel governatorato sud-orientale di Medenine, quando è stato dichiarato lo sciopero generale.  Ancora una volta, i manifestanti rivendicano sviluppo economico, lavoro, assistenza sanitaria ecc. Quando la trattativa con il governatore locale non è andata a buon fine la gente ha deciso di prenderlo come ostaggio negli uffici della delegazione locale. Anche a Jendouba, nel nord-ovest, i giovani disoccupati hanno bloccato le strade, come a Nefza, nel vicino governatorato di Beja. E anche le istallazioni della British Gas nel governatorato di Sfax sono state bloccate dai giovani disoccupati che rivendicano lavoro.

Come dimostrano questi movimenti di protesta locali e regionali, che in alcuni casi hanno assunto caratteristiche insurrezionali, l’ondata di scioperi che ha scosso il paese fin dalla cacciata di Ben Ali continua e si intensiifica.

I netturbini di La Marsa, una città costiera vicino a Tunisi molto frequentata dalla classe media in villeggiatura, hanno iniziato la loro terza settimana di sciopero. Anche i lavoratori dell’Ufficio Nazionale per la Sanità sono entrati in sciopero nelle regioni di Tunisi, Manouba, Ben Arous e Ariana. I lavoratori dell’Autorità nazionale civile degli aeroporti e dell’aviazione hanno iniziato uno sciopero di 48 ore che ha coinvolto gli aeroporti di Tunisi-Cartagine, Djerba-Zarzis e Touzeur-Nafta, per protestare contro il rifiuto dell’azienda di integrare i lavoratori interinali nella propria forza lavoro. E dal 23 Gennaio anche i lavoratori della SITEP nel distretto petrolifero di El Borma hanno ripreso a scioperare.

Questi sono solo alcuni degli scioperi che sono stati fatti dall’inizio dell’anno. Questa formidabile ondata di scioperi durata per un intero anno riflette la rinnovata fiducia che i lavoratori hanno acquisito nelle proprie forze dal movimento rivoluzionario che ha portato al rovesciamento dell’odiato dittatore. Oggi i lavoratori si sentono abbastanza forti da andare all’offensiva e rivendicare la rimozione dei vecchi manager, migliori salari, migliori condizioni di lavoro, la fine dei subappalti ecc. Un sentimento parzialmente riflesso nel congresso della UGTT di Dicembre che ha eletto un nuovo gruppo dirigente in sintonia con la la pressione proveniente dal basso, di cui fanno parte anche un certo numero di militanti della sinistra sindacale.

Durante il 2011 ci sono stati 567 scioperi, che hanno coinvolto più di 140.000 lavoratori di 340 aziende diverse. Il numero degli scioperi è aumentato del 122% rispetto al 2010 e il numero dei giorni persi in conflitti di lavoro del 314%.

Le elezioni della Assemblea Costituente e l’insediamento di una nuova coalizione di governo tripartitica non ha avuto alcun effetto sugli scioperi, che non sono diminuiti. Come abbiamo spiegato in un articolo precedente la vittoria della destra islamista, del partito Ennadha, in quelle elezioni non significa una svolta a destra delle masse che hanno fatto la rivoluzione. Si è trattato piuttosto della mancanza di una seria alternativa che sapesse prendere in carico i problemi sociali ed economici che colpiscono la maggioranza dei tunisini.

Il 23 Dicembre il nuovo presidente Monceuf Marzouki ha fatto un appello pubblico a nome del governo per chiedere una tregua sociale di 6 mesi. Questo discorso è stato fatto a un meeting dell’organizzazione degli impiegati della UTICA e mirava ad assicurare loro e gli investitori stranieri. Ma i lavoratori non sono in vena di attese. Il Ministro degli affari sociali ha avvertito che gli scioperi e le proteste possono solo peggiorare la situazione economica e ha minacciato di usare “tutta la forza della legge” contro i manifestanti. La polizia è già stata impiegata per sgomberare il sit-in all’istallazione della British Gas a Sfax.

Il governo e i media borghesi hanno avviato una campagna di propaganda contro gli scioperi e le proteste, accusando gli scioperanti per tutti i problemi dell'economia e sostenendo che già 170 aziende straniere hanno deciso di chiudere le loro attività come diretta conseguenza di questi movimenti. Tuttavia, gli stessi lavoratori e giovani che hanno rischiato la vita e sacrificato decine di martiri nella lotta contro il regime apparentemente forte di Ben Ali, non hanno alcuna intenzione di lasciarsi intimorire dalle minacce di questo debole governo.

Un militante del sindacato di Gafsa, Ammar Amrousia riassume la situazione in questo modo: "Ben Ali sarà anche caduto, ma il suo sistema è ancora in vigore e se le cose continueranno in questo modo, ci sarà una seconda rivoluzione."

L'intera situazione che si è sviluppata durante l’ultimo anno in Tunisia è una conferma della posizione difesa dai marxisti quando la rivoluzione è iniziata: le esigenze economiche e sociali del popolo non possono essere separate dalle loro aspirazioni democratiche, ne possono essere soddisfatte entro i limiti del capitalismo.

Purtroppo, non c'era nessuno in quel momento a difendere questa prospettiva. È tempo oggi per i lavoratori più avanzati e i giovani attivisti rivoluzionari di trarre le conclusioni necessarie. L'unico modo per risolvere le esigenze pressanti delle masse tunisine è attraverso il rovesciamento completo di ciò che resta del sistema di Ben Ali e di quello attuale, cioè il rovesciamento del capitalismo stesso.

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