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“Youm al-ghadab”, il giorno della rabbia, continua in Egitto dopo la manifestazione del 25/ gennaio convocata dalle opposizioni, sull’esempio del popolo tunisino, e anche ieri si è avuta notizia di manifestazioni nella capitale, il Cairo, con cariche della polizia e l’uccisione di almeno 2 manifestanti (che si aggiungo ai 5 morti del 25), e in altre parti del paese.

Per venerdì, dopo la preghiera di mezzogiorno, è convocata un’altra grande manifestazione. Mentre scriviamo arrivano notizie di rivolte al Cairo, e in altre città. Da Facebook e Twitter il movimento dei giovani 6 aprile, uno dei principali promotori della protesta ha rilanciato: non ci fermeremo fino alla caduta del governo e la cacciata di Mubarak, che contrattacca vietando ogni forma di protesta e inasprendo la repressione.

Il 25 gennaio è stata una giornata storica in Egitto, la più grande manifestazione di massa dalla rivolta  del 1977, quando i lavoratori e la popolazione scesero in piazza per protestare contro il taglio dei sussidi alimentari costringendo l’allora presidente Anwar Sadat a fare marcia indietro. Solo a Meidan Tahrir (piazza della Liberazione), la piazza principale della capitale sono scesi in piazza 25000 persone. Ci sono state manifestazioni in tutto l’Egitto: Alessandria, Assiut, Tanta, al Mansoura, Suez, Rafah. Il regime egiziano è nel panico, come dimostra  il blocco di Twitter, Facebook, dei telefoni, per tentare di impedire ai manifestanti di comunicare. Il governo ha vietato di manifestare, dichiarando che non avrebbe accettato altre discese in strada.

La situazione in Egitto, come in Tunisia, è drammatica sia dal punto di vista economico, sia sotto il profilo politico. Circa la metà della popolazione egiziana vive sotto la soglia di povertà (fissata dalle Nazioni Unite a 2$ al giorno), a ottobre 2010 si è registrata una nuova crisi alimentare, con un aumento vertiginoso dei prezzi dei generi alimentari.  Allo stesso modo il crollo del sistema  sanitario e scolastico, e le continue privatizzazioni hanno esaperato la situazione. La rivolta in Tunisia ha dato coraggio  a quei giovani e a quei lavoratori che da anni sfidano il regime con proteste continue, ma con il limite di essere poco coordinate tra loro: nel 2008 la straordinaria lotta dei lavoratori a Mahalla el-kubra, sede della più grande industria tessile del paese, con la discesa in piazza di 10000 persone,e ancora nel 2010 la lotta dei lavoratori dell’Amonsito, e ancora quelle per l’aumento del salario minimo fermo dal 1984, quelle dopo l’uccisione ad Alessandria da parte della polizia di Khaled Said (la pagina facebook We are all  Khaled Said, è stata tra le più attive nel coordinare la protesta). La gente scesa per le strade dell’Egitto ha lanciato slogan come: “Lunga vita alla Tunisia libera!” (sventolando bandiere egiziane e tunisine), “Vattene vattene Hosni Mubarak” o ancora “il governo è scaduto, il presidente è scaduto”. La gente ha dimostrato di non avere più paura della polizia: ha attaccato i cannoni d’acqua della polizia, ha lanciato pietre e costruito barricate. Solo con la forza la polizia è riuscita ha disperdere la folla che aveva occupato Meidan Tahrir per occuparla nelle ore notturne.

Quello che sta accadendo in Egitto si scontra con le analisi dei politici occidentali che dopo l’inizio della rivoluzione tunisina, dichiaravano impossibile che l’Egitto ne seguisse l’esempio. Mentre la popolazione egiziana scendeva per le strade Hilary Clinton dichiarava: “Siamo dell’avviso che in Egitto ci sia un governo stabile e che stia cercando una strada per rispondere ai legittimi bisogni e interessi della popolazione egiziana”. E invece i peggiori incubi di  Washington si stanno realizzando. Sono terrorizzati da quanto potrebbe accadere in Egitto che è il secondo alleato americano nell’area mediorientale, dopo Israele. Immaginiamo che la preoccupazione americana ora sia cercare il modo di  controllare il cambiamento, se proprio ci deve essere. Anche Israele non starà dormendo sonni tranquilli, visto che Mubarak è un alleato prezioso per le politiche sioniste nella regione.

Un altro problema che starà tormentando questi signori è: chi sostituire a Mubarak  e l’eventuale salita al potere dei Fratelli Mussulmani, ma questi hanno mostrato il loro volto reazionario non unendosi alla protesta. La chiave per comprendere ciò che sta accadendo sta negli scioperi su scioperi che il proletariato egiziano ha portato avanti negli ultimi anni nonostante un sindacato (ETUF, Egyptian trade union federeration) che ha ostacolato in ogni modo le proteste, totalmente colluso col regime,. Anche ora i lavoratori sono scesi in piazza: a Mahallah  i lavoratori tessili sono scesi in strada in 25000, occupando una stazione di polizia. Nonostante il coraggio dimostrato però le masse non hanno un’organizzazione e una leadership, e questo può complicare il processo di trasformazione della società e farlo protrarre nel tempo: il movimento in Egitto attraverserà più fasi, di sconfitte e di vittorie.

Questa esperienza di lotta farà trarre numerose conclusioni alle masse, selezionerà i leader, e mostrerà quale tattica e quale programma le condurrà alla vittoria. Tutto sarebbe più facile se ci fosse in Egitto un partito rivoluzionario, ma sfortunatamente non esiste. Le masse, soprattutto gli elementi più giovani, impareranno e lo costruiranno nel corso della lotta. Ora l’elemento fondamentale e che può giocare un ruolo determinante nello sviluppo  del movimento rivoluzionario sarà il ruolo del proletariato che si è già dimostrato disponibile alla lotta coi numerosi scioperi del passato. La questione è ora generalizzare questi scioperi su scala nazionale e lanciare la parola d’ordine dello sciopero generale. L’assenza di un’organizzazione radicata potrebbe favorire la nascita di comitati nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei villaggi e nelle città, che coordinati su scala nazionale, costituiscano un’alternativa al potere corrotto di Mubarak. Solo con questa reale democrazia si potrà sconfiggere la corruzione, ottenere libertà, sconfiggere povertà e disoccupazione, confiscando le proprietà dei ricchi e di tutti gli imperialisti che hanno sfruttato il suolo egiziano.

Il mondo arabo ha intrapreso uno straordinario percorso per la libertà e l’emancipazione dalle mani degli sfruttatori e dei parassiti al governo. La sola via percorribile per arrivare alla vittoria è porre le basi per una Federazione socialista del Medioriente e del Maghreb! Rivoluzione fino alla vittoria! Abbasso Mubarak e il suo governo di parassiti! Lunga vita alla rivoluzione socialista araba!!!

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