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La situazione in Siria è sempre più intricata. I combattimenti hanno ormai coinvolto Damasco, la capitale, e uno dei centri più importanti, Aleppo, in un conflitto che ha ormai tutti i connotati di una vera e propria guerra civile.

I morti si contano a migliaia e i profughi a centinaia di migliaia. Quotidianamente ci giungono dai mass media le notizie di tremende atrocità commesse da entrambi i fronti. Districarsi fra queste notizie è piuttosto arduo: come scrisse Eschilo, “in guerra, la verità è la prima vittima”.

La mobilitazione è esplosa nel marzo 2011, traendo ispirazione dalle rivoluzioni in Tunisia e in Egitto. Le manifestazioni fin dall’inizio hanno dovuto affrontare la dura repressione del governo e, in maniera simile a ciò che è successo in Libia, il conflitto si è trasformato presto in uno scontro di tipo militare.

In ciò ha giocato un ruolo importante la mancanza di una mobilitazione della classe operaia, che in Siria è atomizzata ed è stata repressa per decenni. Priva di proprie organizzazioni indipendenti, non ha potuto svolgere il ruolo da protagonista giocato dai loro fratelli di classe in Tunisia ed Egitto, decisivo per far cadere i vari Mubarak e Ben Ali attraverso lo sciopero generale. Ciò ha impedito alle mobilitazioni contro Assad di operare un salto di qualità e ne ha frustrato il carattere di massa.

Nel luglio del 2011 diversi gruppi guerriglieri che si erano formati si sono riuniti, costituendo l’Esercito siriano libero (Esl) che è diventato il punto di riferimento principale per tutta l’opposizione. La sua popolarità è cresciuta mano a mano che il movimento di massa è scemato di intensità. Oggi questo lo possiamo vedere chiaramente nelle rivolte a Damasco e Aleppo, che sono quasi esclusivamente operazioni militari dove le masse non giocano alcun ruolo, e anzi, fuggono a migliaia cercando rifugio nei campi profughi.

All’interno di uno scontro militare, come in Libia, chi è in grado di rifornire massicciamente con armi e munizioni gli insorti diventa un interlocutore privilegiato. E così è avvenuto per i paesi del Golfo e in primo luogo per l’Arabia saudita. Se nei giorni della primavera araba si potevano sentire slogan “uno, uno, uno, il popolo siriano è uno”, oggi si può ascoltare invece “stiamo arrivando, stiamo arrivando Allah”. Secondo il sito web della Bbc, il Consiglio nazionale siriano (Cns) ha annunciato di aver ricevuto 16 milioni di euro dalla Libia. In precedenza, aveva aiutato l’opposizione siriana con 7,9 milioni di euro, mentre gli Emirati arabi hanno versato 3,9 milioni. Chi paga l’orchestra sceglie la musica…

Reazione su ambedue i fronti

Ai “benefattori” arabi si aggiungono altri “amici”, come le potenze occidentali e particolarmente Francia e Gran Bretagna, desiderosi di correre in soccorso della “democrazia”, che hanno subito riconosciuto l’Els e l’autoproclamato Consiglio nazionale siriano. Da alcuni mesi Obama ha autorizzato ufficialmente operazioni della Cia nel paese mediorientale. Anche la Turchia, infine, ospita diversi basi d’addestramento dell’Els, desiderosa anch’essa di ritagliarsi un ruolo sempre più importante nello scacchiere mediorientale.

Oggi la direzione delle mobilitazioni è finita in mano a gruppi fondamentalisti e filo-occidentali che hanno isolato le componenti progressiste, presenti fra gli insorti nelle fasi iniziali, e hanno condotto la rivolta in un vicolo cieco reazionario.

La Siria è un paese con diverse minoranze etniche e religiose. La famiglia Assad stessa fa parte degli alawiti, una setta religiosa di origine sciita, i quali costituiscono poco meno del 20% della popolazione siriana. Ci sono inoltre minoranze cristiane e druse. Per decenni la Siria è rimasto uno stato sostanzialmente laico e ciò ha sviluppato una fascia di popolazione di origine sunnita ma di orientamento progressista. La trasformazione della natura dell’insurrezione contro Assad da popolare a religiosa, ha contibuito a ricompattare le minoranze attorno al governo.

Il ripetuto appello all’intervento militare occidentale rivolto dal Cns alla “comunità internazionale” ha potuto essere utilizzato dal regime per denunciare tutti gli oppositori come strumenti di un complotto dell’imperialismo.

Ciononostante il governo Assad è ben lungi dall’essere un governo progressista. Anzi, dalla fine degli anni novanta il sistema di mercato, abolito alla fine degli anni sessanta, è stato lentamente reintrodotto. Il settore bancario è stato liberalizzato nel 2002, i privati sono entrati nel settore dell’energia elettrica tra il 2007 e il 2009. Nello stesso periodo le multinazionali del petrolio hanno cominciato a fare affari in Siria, mentre dal 2001 Damasco richiede di entrare nel Wto. Richiesta respinta, a causa dei legami con l’Iran. Sono infatti finora le imprese iraniane e russe ad aver fatto la parte del leone nel processo di privatizzazione dell’economia siriana. Inoltre la Siria ospita l’unica base della marina russa rimasta nel mediterraneo, a Tartous.

È più che comprensibile che sia la Russia che l’Iran non vogliano perdere la loro influenza nella regione. Comprensibile, ma non per questo da sostenere per i comunisti, che non devono mai perdere di vista il punto di vista di classe in ogni conflitto. Putin o Ahmadinejad non hanno a cuore gli interessi del proletariato russo o iraniano, né tantomeno di quello siriano, ma esclusivamente gli interessi, capitalisti e imperialisti, dei propri paesi.

Confidare in Teheran o Mosca per una soluzione del conflitto siriano è molto pericoloso. La posizione il “nemico del mio nemico è mio amico” non ha nulla di leninista. Non esiste una borghesia antimperialista o meno reazionaria di un’altra, nell’epoca dell’imperialismo.

Verso una “libanizzazione” della Siria?

Il dramma della situazione siriana è proprio che nessuno ha saputo difendere una posizione di indipendenza di classe, che collegasse le aspirazioni democratiche della popolazione in lotta a rivendicazioni economiche e sociali dal chiaro contenuto anticapitalista, che permettessero di unire tutte le classi oppresse sotto un’unica bandiera. Si sono abbandonati così da un lato, tanti giovani e lavoratori che avevano coraggiosamente iniziato le mobilitazioni nelle mani dell’imperialismo e del fondamentalismo; dall’altro, chi respingeva questa ipotesi (specie negli ultimi mesi), nelle braccia di Assad.

Oggi la situazione è seriamente compromessa e la guerra civile potrebbe andare avanti per mesi, trascinandosi in una situazione simile a quella libanese negli anni ottanta e novanta, con un paese diviso nei fatti, dominato da milizie che facevano riferimento a diverse potenze regionali e internazionali.

Malgrado i molti proclami sulle “no fly zone” e sugli interventi umanitari, l’imperialismo occidentale è stato finora riluttante ad impiegare la propria forza militare in modo diretto. La Siria è collocata in un luogo chiave in una regione politicamente molto sensibile e confina con Iraq, Israele, Libano e Turchia. Se molte potenze regionali e locali bramano per impossessarsi del paese, sono anche impauriti delle conseguenze di un intervento diretto. Gli Stati uniti si sono scottati le mani in Iraq e in Afghanistan e sembrano poco desiderosi di ripetere l’errore. Preferiscono, per ora, mandare i propri consiglieri militari e aiutare dall’esterno gli insorti.

Il regime pare impossibilitato a riprendere il controllo di tutto il paese, ma potrebbe benissimo ritirarsi nelle zone in cui gode di un sostegno maggiore e creare un mini-stato sostenuto da Iran e Russia. Dall’altra parte ci potrebbe un protettorato sostenuto dalle borghesie arabe e dall’imperialismo: è significativo l’intervento di appoggio esplicito all’Els del presidente egiziano Morsi al summit dei non allineati tenutosi qualche giorno fa. Infine c’è la minoranza curda, che gioca una propria partita volta a conquistare una sempre maggiore autonomia e costituirebbe un fattore di ulteriore instabilità: il riacutizzarsi degli scontri tra Pkk e esercito turco preoccupa molto Ankara.

Il compito dei comunisti, sia in Italia che in Medio oriente, oggi è quello di rifuggire dalle “facili soluzioni”, non sostenere nessuna delle parti in conflitto e spiegare pazientemente la necessità di un programma rivoluzionario e socialista, l’unico che può riunificare un proletariato oggi diviso su linee etniche e religiose.

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