Kurdistan - Falcemartello

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Quale risposta alla crisi della strategia guerrigliera?

A più di un anno dall’arresto di Ocalan in Kenia e dopo la condanna a morte di Apo, la questione kurda sembra essere relegata ai margini del dibattito politico. Ma in questi mesi sono avvenuti degli eventi molto importanti, e all’interno del movimento di lotta per la liberazione del Kurdistan si è aperto un corposo dibattito sull’"inizio di una nuova fase". Dopo quindici anni di guerriglia il Pkk sembra intenzionato ad avviare un processo di pace e cercare nella mediazione internazionale lo strumento per per risolvere la questione kurda.

Già prima della sua cattura in Kenia Ocalan aveva svolto una serie di viaggi in alcuni paesi europei, Italia compresa, per chiedere asilo politico e per porre di fronte alla comunità internazionale la causa del suo popolo.

In quelle settimane di continui viaggi da un paese all’altro dell’Europa, malgrado si sprecasse l’ipocrisia, il pesidente Ocalan non ha trovato asilo politico e la sua richiesta di una conferenza di pace sotto l’egida dell Onu non ha avuto nessun seguito nella comunità internazionale.

D’altronde come era pensabile che la stessa Onu, che svolgeva un ruolo di polizia internazionale nella ex Jugoslavia, o gli Stati Uniti, principali finanziatori della Turchia bastione dell’imperialismo in Medio Oriente, potessero dare risposte alle richieste del Pkk? L’arresto di Ocalan non è stato che la ovvia e drammatica conseguenza degli interessi dell’imperialismo.

Dopo l’arresto del presidente del Pkk la discussione nel movimento di liberazione del Kurdistan non si è fermata ed anzi ha avuto una accelerazione nella stessa difesa che Ocalan ha impostato durante il processo.

Nell’articolo che spiega le basi teoriche della svolta intitolato "l’inizio di una nuova fase" ("Kurdistan report" n° 3 gennaio 2000) Ocalan affronta i nodi della situazione politica partendo dalla considerazione che in quindici anni di guerriglia, malgrado il rafforzamento militare del Pkk, nessuno dei due contendenti è riuscito a prevalere ed "è evidente che il Pkk è in grado di continuare per anni", ma bisogna considerare che "non andrebbero mai dimenticati gli ultimi 15 anni, perchè potrebbero prolungarsi per tutto il prossimo secolo".

Crisi della strategia guerrigliera

La difesa dei diritti del popolo curdo e di Ocalan, condannato a morte dopo essere stato catturato grazie a una vera e propria congiura internazionale dei principali paesi imperialisti (Italia compresa) è un dovere elementare per i comunisti europei. Questo però non deve impedire un’analisi chiara della crisi di strategia che oggi colpisce il Pkk.

Sembra ovvio anche ai dirigenti militari kurdi che la strategie che vede la centralitrà della guerriglia nella lotta per la libertà e l’indipendenza del Kurdistan sta segnando il passo, ma quale è l’alternativa? Di fronte a questa domanda la risposta di Ocalan e del consiglio di presidenza del partito sembra chiara: la via democratica e il contesto internazionale sono i cardini della proposta politica.

Purtroppo dobbiamo dire a chiare lettere che questa alternativa è ancora peggiore della vecchia strategia. Il Pkk rischia di consegnare, al di là delle intenzioni, la lotta dei kurdi agli interessi della diplomazia imperialista, in particolare quella delle potenze europee, e di trovarsi ingabbiato in una trappola simile a quelle nella quale si è cacciato Arafat in Palestina.

Nella nuova analisi del Pkk "il collasso del sistema sovietico, alla fine degli anni ‘90, porta con se lo stesso potenziale di trasformazione democratica della rivoluzione francese duecento anni fa.

"Esso ha realmente aperto la strada a processi di democratizzazione in molti paesi del mondo, specialmente nel blocco orientale. …Il suo collasso ha creato un contesto fortemente positivo in direzione dell’emancipazione della Turchia e delle repubbliche turcofone dallo status quo generato dalla guerra fredda, che rappresentava un ostacolo alla democraticizzazione." In questo contesto la Turchia può ottenere secondo Ocalan, importanti benefici dal processo di pace e dalla risoluzione del problema Kurdo. "In cambio non ci sono grandi concessioni da fare. Basterebbe qualche cambiamento della struttura giuridica e una apertura all’ unità e alla trasformazione in senso democratico". Per il Pkk la questione democratica e la revisione della costituzione in senso democratico, assieme al rispetto dei diritti umani, sono il principale ostacolo alla risoluzione del problema kurdo.

Se si innescasse un processo democratico la Turchia avrebbe "la possibilità di diventare una potenza regionale trainante" e questo "a sua volta aprirà la strada per accrescere l’influenza turca nei balcani, nel Caucaso e nell’ Asia centrale" .

Il Consiglio di Presidenza Kurdo considera "che la questione kurda è strettamente connessa alla democraticizzazione della Turchia… e valuta positivamente l’adesione della Turchia al-l’Unione Europea… nella misura in cui le relazioni con l’Europa possono favorire la democraticizzazione della Turchia, esse vanno incoraggiate."

Illusioni nella diplomazia

Si tratta purtroppo di vane illusioni. Nessuna democratizzazione dei rapporti fra lo Stato turco e il popolo curdo può essere conquistata per questa via. Solo un movimento di massa dei lavoratori e dei contadini sia turchi che curdi, che metta in crisi il ruolo dominante dell’imperialismo Usa e della classe dominante turca, sua agente principale nella zona, può aprire una prospettiva per l’autodeterminazione del popolo kurdo. Né serve blandire i sogni di potenza dei capitalisti turchi, o sperare che l’Europa, spinta da interessi divergenti da quelli Usa, possa farsi paladina dei diritti dei kurdi.

E non è tutto . Un ruolo importante viene anche attribuito agli Stati Uniti: infatti "Se gli Usa puntassero da una soluzione coerente con i principi del loro sistema, quelli che si definiscono comunemente come valori democratici dell’Occidente, dovrebbero attenersi a questi principi" invece gli Usa "pur avendo un grande peso in Turchia, non esercitano a sufficienza questo potere per orientare lo sviluppo e la trasformazione della Turchia in conformità con il sistema democratico propugnato dagli stessi Stati Uniti" (intervista al Consiglio di Presidenza del Pkk, "Kurdistan report" n° 3).

Il crollo dello stalinismo ha assegnato agli Stati Uniti il ruolo di gerdarme del mondo ed in particolare dei Balcani ed il Medio Oriente sono divenuti un terreno di scontro privilegiato per l’imperialismo. La Turchia rappresenta il bastione statunitense nella zona e il petrolio e l’acqua (possibile elemento di nuovi conflitti nella zona) sono due elementi decisivi per il "Progetto del sudest dell’Anatolia" su cui puntano la borghesia turca e l’imperialismo.

Il Medio Oriente è tutt’altro che pacificato e il riaccendersi degli scontri in Palestina sono un ulteriore dimostrazione. In questo contesto l’imperialismo in cerca di nuovi mercati non cederà nulla e per le masse del Medio Oriente non si può che prevedere un aumento dello sfruttamento. Per questo puntare su organismi come l’Ue, che non è altro che la sommatoria dei paesi capitalisti europei, non porterà alla libertà e alla indipendenza nè migliorerà le condizioni di vita dei lavoratori turchi e curdi.

Per una federazione socialista

Di fronte alla crisi della strategia guerrigliera è positivo che si sia aperto un dibattito nel Pkk. L’alternativa tuttavia non è quella di affidarsi ai pescecani della diplomazia internazionale, Onu compresa, ma di cercare la solidarietà attiva e militante del movimento operaio internazionale, e di costruire un ponte verso il movimento operaio turco, che in questi anni è stato separato da un muro di diffidenza e di odio dalla lotta del popolo curdo.

Questa prospettiva non è utopistica, al contrario. Il capitalismo turco è tutt’altro che solido; milioni di lavoratori si sono mobilitati recentemente nello sciopero generale per la difesa delle pensioni, altri movimenti seguirano nei prossimi anni.

Milioni di lavoratori kurdi emigrati in Europa possono essere un ponte straordinario per conquistare la solidarietà del movimento operaio europeo, solidarietà che già si manifestò quando Ocalan chiese asilo politico in Italia.

I prossimi anni saranno anni caldi in Medio oriente. Nessun regime della zona può dirsi stabile. Una nuova ondata di mobilitazioni rivoluzionarie è perfettamente possibile, e bisogna lottare perché al centro di questa vi sia la lotta congiunta all’oppressione dell’imperialismo, a tutti i regimi locali e al capitalismo.

Su queste basi può avanzare l’unica prosta percorribile per garantire i diritti nazionali non solo del popolo curdo, ma anche di tutti gli altri popoli che vedono negate le loro aspirazioni nazionali, a partire dai palestinesi: una federazione libera e volontaria, basata sull’abolizione del capitalismo e sulla gestione democraticamente pianificata delle economie di tutta la regione.