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La rivoluzione non è finita

Dire che una rivoluzione è cominciata non vuol dire che è stata completata, ancor meno che la vittoria è assicurata. è una lotta di forze vive. Una rivoluzione non è un dramma ad atto unico. è un processo complesso con molti alti e bassi. Il rovesciamento di Mubarak, Ben Alì e Gannouchi segna la fine del primo stadio, ma la rivoluzione non è ancora riuscita ad abbattere completamente i vecchi regimi, mentre questi ultimi non sono ancora riusciti a ristabilire pienamente il controllo.

 

Nel 1917 la rivoluzione in Russia durò nove mesi, da febbraio ad ottobre, quando i lavoratori infine presero il potere sotto la direzione del Partito bolscevico. Tuttavia, la rivoluzione russa non si è dispiegata linearmente, ma attraverso ogni tipo di vicissitudini e contraddizioni. Ci fu un periodo di aperta reazione in luglio e agosto. Lenin dovette fuggire in Finlandia e il Partito bolscevico fu praticamente ridotto alla clandestinità. Ma ciò non fece altro che aprire la strada per una nuova avanzata della rivoluzione, che culminò nell’insurrezione di Ottobre.

In Spagna abbiamo visto un processo simile, a partire dalla caduta della monarchia nel 1931 seguita da un’enorme ascesa della lotta di classe. Ma la sconfitta della Comune delle Asturie nell’ottobre del 1934 portò ad un periodo di reazione, il Bienio Negro, nei due anni neri nel 1935-’36. Questo però si dimostrò per essere solo il preludio di una nuova ascesa della rivoluzione, cominciata con la vittoria del Fronte popolare nelle elezioni del 1936, che portò alla guerra civile finita con la sconfitta e il fascismo.

Dopo la caduta di Mubarak, la rivoluzione egiziana è stata come un grande carnevale. Ma le masse stanno lottando per delle cose che nessun governo borghese può offrirgli. Come i lavoratori russi nel febbraio 1917, i lavoratori egiziani sono riusciti a rovesciare un tiranno ma non a raggiungere i loro principali obiettivi. La vera lotta è ancora da affrontare. Cosa ha risolto la caduta di Mubarak? Cosa è stato ottenuto con la fuga di Ben Alì in Arabia Saudita? Nulla di fondamentale è stato risolto. I lavoratori stanno lottando per cibo, posti di lavoro e case, non per la parodia di una formale democrazia borghese nella quale tutto cambia per non cambiare nulla.

Attraverso esperienze dolorose le masse stanno imparando delle importanti lezioni. Prima o poi arriveranno alla conclusione che la classe operaia deve prendere il potere. Ci sarà un prolungato processo di apprendimento, di differenziazione interna. Questo di fatto è già cominciato. Gli elementi più moderati dei comitati rivoluzionari che hanno guidato il movimento nelle sue prime fasi, sono ora sfidati da nuovi strati di giovani e lavoratori che non vogliono scendere a compromessi. Temono che ciò che hanno conquistato col proprio sangue possa essergli portato via per mezzo di sotterfugi. Questo sospetto è fondato.

Con la caduta di Mubarak la rivoluzione egiziana ha ottenuto la sua prima grande vittoria. Ma nessuno dei problemi fondamentali della società egiziana è stato risolto. I prezzi continuano a salire, i senzatetto dormono nei cimiteri e circa il dieci percento della forza lavoro è disoccupata secondo le statistiche ufficiali, nonostante la cifra reale sia molto più alta.

C’è una rabbia bruciante contro l’inuguaglianza e la corruzione pervasiva che è la principale caratteristica del vecchio regime. Miliardi di dollari di denaro pubblico sono andati perduti. La somma depredata dalla sola famiglia Mubarak è stimata tra 40 e 80 miliardi di dollari. Ciò ha provocato rabbia e indignazione, in un paese dove il 40 percento della popolazione vive sotto la soglia di povertà.

Non si può dire con certezza cosa accadrà. Tuttavia, possiamo dire che la rivoluzione si protrarrà nel tempo e sperimenterà ogni sorta di alti e bassi. Al momento, le masse sono inebriate dall’idea della democrazia. Il sentimento di euforia tocca anche gli elementi più avanzati e rivoluzionari. Questo periodo di illusioni democratiche e costituzionali rappresenta una fase inevitabile, ma non durerà. La rivoluzione scuote la società dalle fondamenta. Risveglia nuovi strati, prima inerti e “arretrati”, alla vita politica. Stanno rivendicando i loro diritti. Quando queste persone dicono "thawra hatta'l nasr" (rivoluzione fino alla vittoria), lo intendono sul serio.

Tutti i tentativi di ristabilire un equilibrio politico si riveleranno vani perchè la crisi del capitalismo non permette alcuna soluzione per i bisogni primari della popolazione. Ci sarà una serie di regimi borghesi instabili. Uno dopo l’altro governi instabili cadranno. Ciò pone un pericolo. Quando la lotta di classe raggiunge un punto morto, lo Stato tende a porsi al di sopra della società e ad acquisire una relativa indipendenza. Il risultato sono regimi militari instabili o, per chiamarli col nome corretto, regimi bonapartisti. La sola esistenza di un regime di questo tipo indica che la rivoluzione che è cominciata il 25 gennaio non è finita. Passerà attraverso numerose svolte prima che possa essere scritto un finale. 

Nonostante tutti gli appelli all’“unità nazionale”, la società egiziana si sta polarizzando in modo acuto. La rivoluzione gode ancora di ampie riserve di appoggio tra la popolazione. Gli studenti sono in mobilitazione nelle università. I lavoratori organizzano scioperi e occupazioni di fabbriche, cacciando i manager detestati e i dirigenti sindacali corrotti. Lo sciopero dei lavoratori petroliferi egiziani ha conquistato tutte le rivendicazioni, comprese le dimissioni del ministro del petrolio, in soli tre giorni. Ciò mostra dove risiede il vero potere.

Il regime militare in Egitto non può mantenersi a lungo. Tutti i tentativi di restaurare l’“ordine” (ovvero il dominio dei ricchi e dei potenti) sono falliti. L’esercito ha tentato di fermare gli scioperi, ma questi sono continuati. Lungi dal ritirarsi, il movimento dei lavoratori sta montando. Cosa possono fare i generali? Se non sono stati in grado di usare i carri armati per schiacciare l’insurrezione, ancor meno possono farlo per schiacciare gli scioperi in ciò che si suppone essere un regime democratico.

I generali dovranno passare il potere ad un governo civile (cioè borghese). Sarà una controrivoluzione in veste democratica. Ma per la controrivoluzione non sarà facile riportare la situazione alla stabilità. Per i lavoratori la democrazia non è una parola vuota. Se non porta un miglioramento delle condizioni di vita, posti di lavoro e case, alla fine per cosa si è combattuto?

Se tutto ciò fosse successo dieci anni fa, avrebbero potuto consolidare una qualche forma di regime democratico borghese. Il boom capitalistico avrebbe offerto dei margini di manovra. Ma ora c’è una crisi profonda su scala mondiale. Questa è la ragione sia per il fermento rivoluzionario che il motivo per cui questo non potrà essere facilmente spento. Il sistema capitalista non può offrire nulla alle masse. Non può offrire posti di lavoro e condizioni di vita decenti neanche negli Stati Uniti e in Europa. Come possono sperare di farlo in Egitto?

Le azioni dei lavoratori in sciopero, che occupano le fabbriche e cacciano i manager hanno un’enorme importanza. Indicano che la rivoluzione sta entrando nelle fabbriche e nei posti di lavoro. Mostrano che i lavoratori egiziani stanno passando dalla lotta per la democrazia nella società alla lotta per la democrazia economica nei posti di lavoro. Ciò vuol dire che la classe operaia egiziana sta cominciando a partecipare alla rivoluzione sotto le sue insegne, lottando per le proprie rivendicazioni di classe. Si tratta di un fattore decisivo per il futuro della rivoluzione.

I lavoratori protestano contro la corruzione e i bassi salari. Si stanno ribellando contro manager imposti dallo Stato e stanno costituendo comitati rivoluzionari per gestire le fabbriche e gli altri posti di lavoro. Questa è la linea giusta da intraprendere.

I commentatori borghesi hanno enfatizzato il fatto che molti di questi scioperi sono di natura economica. Certo! La classe operaia spinge per rivendicazioni immediate. Ciò vuol dire che vede la rivoluzione come un mezzo per lottare non solo per una democrazia formale, ma per salari migliori, per condizioni di lavoro migliori, per una vita migliore. Stanno lottando per le proprie rivendicazioni di classe. E questa lotta non può fermarsi solo perchè Hosni Mubarak non risiede più nel palazzo presidenziale.
Per la democrazia operaia!

A Suez lo Stato è completamente collassato per quattro o cinque giorni. Come era già successo in Tunisia, sono stati istituiti comitati rivoluzionari e posti di blocco armati per difendere la popolazione. Questi fatti dimostrano ulteriormente che i soviet (cioè i consigli proletari) non sono un’invenzione arbitraria dei marxisti ma sorgono spontaneamente in ogni autentica rivoluzione. 

Ciò pone la questione centrale dello Stato. Il vecchio potere statale è stato messo in ginocchio dalla rivoluzione e deve essere sostituito con un nuovo potere. Cioè un potere nella società che è più forte di qualsiasi apparato statale: il potere del popolo rivoluzionario. Ma questo deve essere organizzato. Sia in Egitto che in Tunisia ci sono elementi di dualismo di potere nei comitati rivoluzionari. Intere città e regioni sono sotto il controllo di questi comitati.

In Tunisia, l’organizzazione rivoluzionaria popolare è andata oltre che in Egitto. Questi organi, in molti casi organizzati attorno alle strutture locali del sindacato Ugtt, hanno preso in mano la gestione di tutti gli aspetti della vita sociale nei paesi, nelle città e persino in intere regioni, dopo aver cacciato le vecchie autorità legate al regime dell’Rcd. A dispetto di tutte le denunce di “caos” e “mancanza di sicurezza” da parte della classe dominante, la verità è che i lavoratori si sono organizzati per garantire l’ordine e la sicurezza, ma un tipo diverso di ordine, un ordine rivoluzionario.

In Egitto, dopo il collasso delle forze di polizia il 28 gennaio, le persone si sono attivate per difendere i quartieri. Hanno istituito posti di blocco, armati con coltelli, spade, machete e bastoni per perquisire le auto che passavano. In alcune aree i comitati popolari hanno praticamente preso il controllo delle città, arrivando persino a gestire il traffico. Qui abbiamo gli embrioni di una milizia popolare – un potere statale alternativo.

E così come sono stati messi in piedi comitati popolari per proteggere i quartieri dagli elementi criminali quando la polizia veniva sguinzagliata nelle strade per provocare caos e disordini, ora per organizzare la rivoluzione nel modo più efficace questa stessa idea deve essere ripresa e generalizzata. Per difendere ed estendere la rivoluzione, dobbiamo formare comitati di difesa ovunque!

Comitati eletti per la difesa della rivoluzione, che in alcune aree già esistono, si dovrebbero formare in ogni fabbrica, strada e villaggio. I comitati rivoluzionari dovrebbero coordinarsi a livello locale, regionale e nazionale. Ciò rappresenterebbe l’inizio per un futuro governo democratico dei lavoratori e dei contadini – una vera alternativa al marcio regime dittatoriale.

La Tmi rivendica:
·    Una completa epurazione e democratizzazione dell’esercito
·    L’istituzione di comitati di soldati e comitati di ufficiali di base rivoluzionari
·    Via i generali corrotti e reazionari
·    Smantellamento immediato di tutti gli organismi repressivi
·    Tutti coloro che hanno commesso atti di terrore contro la popolazione devono essere processati e puniti
·    Consegna delle armi alla popolazione
·    Istituzione di una milizia popolare
·    Per un governo operaio e contadino!


La rivoluzione non ha confini


Il carattere internazionale della rivoluzione è stato chiaro fin dall’inizio. Altri paesi arabi hanno gli stessi problemi di Tunisia ed Egitto: aumento dei prezzi dei generi alimentari, profondo peggioramento delle condizioni economiche, disoccupazione e corruzione rampante dell’apparato. Milioni di persone lottano per la sopravvivenza. E nella società, così come in natura, condizioni simili producono esiti simili. Ciò che è successo in Tunisia e in Egitto può succedere in molti altri paesi, non solo nel mondo arabo.

Gli imperialisti hanno cercato di consolarsi con l’idea che non ci fosse un effetto domino. Ma i tasselli del domino hanno già cominciato a cadere: Libia, Marocco, Sudan, Iraq, Gibuti, Yemen, Bahrein e Oman – tutti questi stanno entrando nel vortice rivoluzionario. Come in Tunisia e in Egitto, le popolazioni di Algeria, Giordania e Yemen vivono in povertà sotto cricche dominanti dittatoriali che vivono nel lusso saccheggiando la nazione.

Nel caso dell’Iraq, la rivoluzione è legata alla lotta contro l’imperialismo e la dominazione straniera e per il diritto all’autodeterminazione del popolo curdo. Allo stesso tempo, una caratteristica del movimento di protesta in Iraq è che è stato trasversale alle divisioni settarie tra sciiti e sunniti, arabi, turchi e turkmeni, che rappresentano la base per il dominio di politici reazionari.

Tra le questioni principali sollevate dai manifestanti ci sono l’aumento del costo della vita, in parte causato dal ritiro da parte del governo dei sussidi per il petrolio e lo zucchero – una questione esplosiva per il mondo arabo. I leader di Giordania, Algeria e Libia hanno ridotto le tasse sui cibi importati o i prezzi degli alimenti di prima necessità per evitare disordini. In Algeria il regime ha fatto concessioni nel tentativo di evitare un’esplosione che potrebbe essere maggiore dell’insurrezione nelle aree berbere nel 2001.

Persino le monarchie del Golfo ricche di petrolio sono preoccupate. Il Kuwait ha distribuito 4.000 sterline (4.600 euro) a tutti i cittadini per mantenere calma la popolazione. Ma misure di questo tipo possono tutt’al più rimandare l’inevitabile sollevazione rivoluzionaria.

I media occidentali hanno spudoratamente ritratto il movimento in Bahrein come una lotta tra sette religiose, tra la maggioranza sciita e i sunniti. è una menzogna. I bahreniti stanno lottando contro la corruzione, per elezioni libere, contro la discriminazione e per i diritti degli immigrati e delle donne, per una distribuzione equa della ricchezza e contro la disoccupazione. Ovunque vediamo lo stesso coraggio delle masse di fronte alla repressione. In Bahrein l’esercito è stato costretto a ritirarsi da Pearl Square. Ancora una volta, il ruolo della classe lavoratrice è stato cruciale, dato che è stata la minaccia dello sciopero generale da parte dei sindacati bahreniti a costringere il regime a fare delle concessioni.
In tutti gli stati del Golfo c’è uno sfruttamento brutale dei lavoratori, soprattutto immigrati. Nella sola Arabia Saudita lavorano un milione e centomila pakistani. Una situazione simile è comune a tutto il Golfo. In passato ci sono stati scioperi e rivolte di cui non si è parlato, come lo sciopero di 8mila lavoratori edili in Dubai.

Lo stesso regime saudita, il bastione della reazione in Medio Oriente, sembra una pentola a pressione senza valvola di sicurezza. In un tale regime, quando l’esplosione arriverà, si svilupperà senza preavviso e con estrema violenza. La famiglia reale saudita è corrotta, degenerata e marcia fino al midollo. è divisa sulla sucecssione e tra la popolazione stanno montando rabbia e malcontento. Quando il momento cruciale arriverà, non basterà tutto il petrolio del regno a salvarli. è significativo il fatto che ora persino il clero wahabita si sta spostando contro di loro.

La rivoluzione araba ha ravvivato il movimento rivoluzionario in Iran, dove gli ufficiali della Guardia rivoluzionaria hanno detto di non essere pronti a sparare sulla gente e hanno intimato ai Basij di lasciare a casa i manganelli. Le crepe nell’apparato statale svelano la profonda crisi del regime che è diviso da cima a fondo.

Avendo ognuno di questi casi le sue peculiarità, è difficile dire che tipo di regime emergerà in ognuno di essi. Il tipo di tendenze politiche e di regimi che sorgeranno dipenderà da molteplici fattori e sarà diverso da un paese all’altro. I processi in Tunisia e in Egitto sono stati quasi identici. Ma in Libia la situazione è diversa. Il regime ha una base maggiore, specialmente nella zona di Tripoli. La sollevazione è stata in buona parte circoscritta alla parte orientale e la rivoluzione si è trasformata in una guerra civile, il cui esito è ancora incerto.

A Gheddafi non importa se l’intero paese affonda insieme a lui. Avendo perso il controllo di tutta la parte orientale compresa la seconda città, Bengasi, ha deciso di lottare fino all’ultimo, facendo piombare la Libia in un conflitto sanguinario. Nell’esercito libico ci sono stati ammutinamenti diffusi, anche ai livelli superiori. Ma non hanno avuto lo stesso effetto che in Egitto a causa della diversa natura dell’esercito e del regime.

Una cosa è chiara: sta cambiando tutto. Nessuno di questi regimi alla fine sopravviverà. Ci sono diverse possibilità, a seconda dei rapporti di forza e di tutta una serie di fattori interni ed esterni impossibili da prevedere. Ma una cosa è certa: indipendentemente da quale regime verrà instaurato, questo non sarà in grado di soddisfare anche solo le minime aspirazioni delle masse.  

Impotenza dell’imperialismo

Gli imperialisti sono preoccupati su dove tutto questo porterà e fino a che punto si spingerà. Non si aspettavano quello che è successo e non sanno come reagire. Obama non ha osato invitare pubblicamente Mubarak a dimettersi per gli effetti che questo avrebbe potuto avere sugli altri stati. Ha dovuto soppesare le parole con molta cautela. Le sole parole “democrazia” e “diritti umani” in bocca a Obama e ai suoi colleghi europei puzzano di ipocrisia.

Il cinismo dei governi occidentali è evidente in tutta la sua crudezza. Dopo aver appoggiato per decenni l’odiosa dittatura in Tunisia, all’improvviso sono tutti a favore della democrazia e dei diritti umani. Sarkozy elogiava Ben Alì come amico della democrazia e dei diritti umani ancora quando torturava i suoi oppositori nelle prigioni. E Washington ha coperto gli atti barbari degli altri dittatori filo-occidentali. Ora stanno ottenendo la giusta ricompensa.

La politica si riflette sull’economia e viceversa. Il prezzo del petrolio è schizzato per il timore che i disordini si potessero estendere agli altri stati arabi, compreso il gigante del petrolio Arabia Saudita, o interferire con i rifornimenti di petrolio dal Mar Rosso al Mediterraneo attraverso il canale di Suez. Il Brent grezzo ha superato i 120 dollari a barile e viaggia ancora sopra i 110 dollari. Ciò minaccia di minare la debole e precaria ripresa dell’economia mondiale.

Per ragioni economiche, politiche e militari gli imperialisti hanno bisogno di un Medio Oriente stabile. Ma come possono ottenerlo? Questo è il punto! Fin dall’inizio gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per trovare una soluzione agli eventi che evolvevano di giorno in giorno, per non dire di ora in ora. In realtà il ruolo della potenza più forte del mondo è stato ridotto a quello di impotente osservatore. Significativo il titolo di un articolo del corrispondente da Washington dell’Indipendent, Rupert Cornwell che esprime la situazione reale: Le forti parole di Washington sottolineano l’impotenza degli Usa.

Alcuni “intelligentoni” pensano tuttavia che la rivoluzione araba faccia parte di una cospirazione imperialista. Nulla potrebbe essere più lontano dalla realtà. La borghesia è stata completamente presa in contropiede da quello che è successo. Queste rivoluzioni stanno destabilizzando completamente una delle zone più importanti per loro. Altro che gioirne! E ciò ha ripercussioni ben oltre il mondo arabo.

Il Medio Oriente è una zona chiave per gli imperialisti. Gli americani ci hanno messo quattro decenni per imporvi il loro controllo. L’Egitto era un elemento cruciale nei loro calcoli. Ora tutto questo è stato spazzato via nel giro di poche settimane. Lo stato più ricco e potente sulla terra si è ritrovato completamente paralizzato. Obama non è potuto intervenire e ha persino avuto difficoltà anche solo nel fare dichiarazioni per la paura di urtare i suoi alleati sauditi.

L’otto percento del commercio mondiale passa attraverso il canale di Suez e gli americani, pur essendo terrorizzati che potesse essere chiuso, non potevano farci nulla. Obama non poteva dire altro che la scelta stava alla popolazione egiziana. Non propriamente quello che gli americani dissero quando si trattò dell’Iraq o dell’Afghanistan, dove l’imperialismo statunitense non ci ha pensato due volte ad invadere.

Navi da guerra statunitensi sono di fatto state mandate nel Canale di Suez ma senza fare nulla. L’intenzione era di mostrare il pugno nascosto nel guanto di velluto della “democrazia “ di Obama. Ma in realtà si è trattato di un gesto inutile. Gli Usa si sono bruciati le dita in Iraq. Una nuova avventura militare in Egitto avrebbe provocato tumulti negli Stati Uniti e su scala mondiale. Non sarebbe rimasta in piedi una sola ambasciata statunitense in Medio Oriente e tutti gli altri regimi arabi filo-statunitensi si sarebbero trovati di fronte alla minaccia di essere rovesciati.

Gli Stati Uniti hanno un interesse particolare sul Bahrein per la sua posizione strategica a due passi dall’Arabia Saudita e dall’Iran. è la base della Quinta Flotta, la base navale Usa più importante di tutta la regione. Ciononostante si sono trovati impotenti di fronte alla possibilità di intervenire contro il movimento rivoluzionario in Bahrein. Se faceva parte di un piano imperialista, nessuno ne ha parlato ad Obama!

Nel caso della Libia non hanno esitato a denunciare Gheddafi e ad invocare la sua caduta – cosa che nel caso di Mubarak clamorosamente non sono stati in grado di fare. Questo è un altro esempio della loro doppiezza, cinismo e doppie misure. Nonostante inizialmente avevano accennato che l’azione militare non era esclusa, hanno esitato ad agire. Hillary Clinton aveva detto che una no-fly zone avrebbe dovuto essere approvata dall’Onu. Ciò è in piena contraddizione con la condotta degli Usa in Iraq, dove hanno completamente aggirato l’Onu.

Alla fine, sotto la pressione della Francia e del Regno Unito, gli Usa hanno accordato la no-fly zone. Ora abbiamo in Libia un aperto intervento imperialista che non ha nulla a che vedere con la difesa della popolazione libica, e ancor meno con la difesa della rivoluzione. è proprio il contrario. Il loro scopo e mettere un piede nella regione per strangolare le rivoluzioni che sono cominciate.

Ci opponiamo alla prova di forza imperialista. L’obiettivo di rovesciare Gheddafi appartiene al popolo libico. La verità è che l’iniziale impeto rivoluzionario partito dall’est è stato portato su un binario morto e preso sotto il controllo di elementi controrivoluzionari nel Consiglio provvisorio che ora hanno messo il destino del popolo libico nelle mani dell’imperialismo occidentale.

La Tmi dichiara:
·    No all’intervento straniero!
·    Fine dell’occupazione in Iraq e Afghanistan!
·    Fermare i bombardamenti sulla Libia!
·    Abasso l’imperialismo!
·    Giù le mani dalla rivoluzione araba!


Israele e i Palestinesi


Da nessuna parte la rivoluzione araba ha suscitato più panico che in Israele. La potenza militare più forte della regione si è trovata paralizzata di fronte agli avvenimenti in Egitto. La cricca dominante israeliana è stata attenta persino a fare dichiarazioni sulla situazione in Egitto. Benyamin Netanyahu ha impedito ai ministri di fare dichiarazioni pubbliche. Israele ha fatto appello agli Stati Uniti e ad un certo numero di paesi europei perchè contenessero le loro critiche al presidente Hosni Mubarak. Gerusalemme ha disperatamente cercato di convicere gli alleati che era nell’interesse dell’Occidente sostenere Mubarak per mantenere la stabilità del regime egiziano. Questo alla faccia degli sforzi di Stati Uniti ed Unione Europea  per rimuoverlo in modo da garantire una “transizione ordinata” ed evitarne il rovesciamento per via rivoluzionaria.

Marx faceva notare come nessun popolo può mai essere libero se rende schiavo un altro popolo. Israele governa su un’ampia e disillusa popolazione di palestinesi che stanno imparando dalla televisione come si rovescia la tirannia. Nella Cisgiordania i palestinesi sono assoggettati con l’aiuto della polizia dell’Anp. Ma è da vedere se le unità di polizia palestinesi, o le forze di sicurezza israeliane sarebbero in grado di schiacciare un movimento di massa per la democrazia, dopo che il potente esercito egiziano si è rifiutato di sparare sulla popolazione.

La pace separata firmata da Israele ed Egitto nel 1979 è stata un tradimento della causa palestinese ed è fortemente impopolare nella maggior parte del mondo arabo. L’appoggio da parte dell’Egitto è stato un elemento fondamentale nell’aiutare a mantenere l’occupazione israeliana dei territori palestinesi conquistati nel 1967.
Gli accordi di Oslo del 1993 tra Israele e palestinesi hanno rappresentato un ulteriore tradimento. I cosiddetti territori palestinesi non sono nient’altro che una versione dei bantustan sudafricani. è una crudele farsa di uno stato nazionale e nessuna delle rivendicazioni fondamentali dei palestinesi è stata concessa. Israele ha continuato a fare il bello e il cattivo tempo. Da allora si è passati dalla padella alla brace.
Ora la caduta dell’alleato più potente di Israele nella zona ha cambiato radicalmente la situazione. Ha scosso il governo israeliano e messo in discussione la convinzione profondamente radicata che l’occupazione dei territori palestinesi possa continuare indefinitamente. Tutto d’un colpo i piani preparati con tanta cura dagli imperialisti sono andati in fumo.
Decenni di cosiddetta lotta armata e negoziati non hanno portato a nulla. Ma il movimento rivoluzionario pone la questione palestinese in termini completamente diversi. La cricca dominante israeliana non è affatto preoccupata dei missili di Hamas e degli attentatori suicidi. Al contrario, ogni missile che cade su un villaggio israeliano serve a spingere l’opinione pubblica in Israele dalla parte del governo. Ma un’Intifada palestinese, insieme alla rivoluzione araba in Egitto e Giordania, è tutta un’altra storia.

Come potenza militare Israele potenzialmente sarebbe invincibile. In caso di guerra con l’Egitto, Israele vincerebbe probabilmente ancora una volta. Ma vincerebbe anche contro le masse nei villaggi della Cisgiordania, della striscia di Gaza e anche di Israele in lotta per la concessione dei diritti politici ai palestinesi? Questa è una domanda che probabilmente toglie il sonno ai generali e politici israeliani.

La caduta di Mubarak ha implicazioni molto gravi per Israele. Nel migliore dei casi, la spesa militare di Israele dovrà aumentare ulteriormente, ipotizzando la minaccia di una guerra nel sud. Ciò metterebbe ancora di più sotto pressione un’economia che è già entrata in crisi. Altri tagli e attacchi alle condizioni di vita ne conseguiranno, intensificando la lotta di classe che si prepara in Israele. 

Netanyahu pensava al suo paese come a un’isola di stabilità e democrazia che non avrebbe potuto essere scossa dalla rivoluzione. Ma in fin dei conti, Israele è solo un altro paese mediorientale nell’onda rivoluzionaria che è partita dalla Tunisia e dall’Egitto. Ci sono nuove contraddizioni all’interno di Israele. Il rincaro dei carburanti e dell’acqua ha fatto di Israele uno dei paesi dove la vita è più cara al mondo. La direzione dell’Histadrut (il sindacato israeliano) ha paventato l’idea di uno sciopero generale.

Gli eventi in Tunisia ed Egitto avranno conseguenze profonde per i palestinesi. I palestinesi sono stati traditi da tutti quelli di cui si fidavano, a partire dai regimi arabi presunti amici fino ad arrivare ai loro stessi dirigenti. Le ultime rivelazioni di Wikileaks hanno smascherato la scandalosa collusione di Abu Mazen con gli israeliani e gli americani. Ciò avrà pesanti conseguenze sulla psicologia delle masse palestinesi.

I dirigenti dell’Olp tradiscono la causa palestinese da quarant’anni. L’Olp avrebbe potuto prendere il potere in Giordania nel 1970 e tutta la storia della regione sarebbe stata diversa. Ma la direzione nazionalista piccolo-borghese si rifiutò di attaccare i suoi “fratelli arabi”. Così il re giordano mobilitò i beduini che (con l’aiuto dell’esercito pakistano) massacrarono migliaia di palestinesi. è un dato di fatto che sono più i palestinesi uccisi dai “fratelli” arabi che dagli israeliani.

Gli stessi beduini, che hanno attaccato i palestinesi nel 1970, ora stanno protestando contro il re. Ex ufficiali dell’esercito stanno mettendo in guardia il regime che, a meno che non faccia concessioni, andrà incontro allo stesso destino di Ben Alì e Mubarak. Il movimento si è esteso dalle aree beduine ad Amman e ai palestinesi che costituiscono la maggioranza della popolazione di Giordania.

è ora di ridefinire la tattica e la strategia della lotta palestinese. Le rivelazioni di Wikileaks hanno mostrato come i dirigenti palestinesi non sono altro che scagnozzi di Israele. L’umore tra i palestinesi è di rabbia e amarezza. Ci sono stati diversi tentativi di organizzare mobilitazioni, sia contro Abu Mazen in Cisgiordania che contro Hamas nella striscia di Gaza, che sono state colpite da una pesante repressione. Sia Hamas che l’Autorità palestinese hanno persino vietato le manifestazioni in solidarietà con le rivoluzioni tunisina ed egiziana. 

In questo momento è stato messo in piedi un movimento contro l’attuale direzione del movimento palestinese, contro l’occupazione israeliana e per l’unità della lotta palestinese, che sta attirando l’appoggio da parte di decine di migliaia su Facebook e sta convocando manifestazioni e azioni di protesta. Da decenni i palestinesi sognano di un’Intifada in Egitto. Ora è una realtà. La caduta dei reazionari regimi arabi da parte delle masse sferrerà un duro colpo contro Israele e l’imperialismo statunitense e trasformerà l’intera situazione. Adesso per la prima volta i palestinesi possono capire chi sono i loro unici veri amici: i lavoratori e i contadini di tutto il mondo arabo.

Ciò rappresenta un punto di svolta fondamentale. I palestinesi hanno visto come si può combattere contro gli oppressori, non con le bombe o i missili, ma con l’azione rivoluzionaria di massa. Lo stato d’animo ora cambierà. Ci saranno nuovi fermenti tra i giovani, movimenti contro Hamas a Gaza e contro i dirigenti dell’Olp in Cisgiordania. C’è una pressione montante per qualcosa di nuovo rispetto a quanto visto fin’ora. L’idea di una nuova Intifada guadagnerà rapidamente terreno tra i palestinesi. Ciò cambierebbe tutto.


Per una Federazione socialista!

Dopo la Prima guerra mondiale i cosiddetti Stati arabi sono stati creati artificialmente dall’imperialismo. Questa divisione non era basata su nessun criterio storico o naturale ma puramente sugli interessi dell’imperialismo. L’accordo Sikes-Picot divise Iraq, Libano, Siria e Giordania tra Gran Bretagna e Francia. Sotto la dichiarazione di Balfour nel 1918, la Gran Bretagna concesse la formazione di uno Stato ebraico in Palestina.

Nel Golfo furono creati piccoli Stati con immense riserve petrolifere in modo che l’imperialismo li potesse controllare facilmente per accedere alle loro risorse. La monarchia saudita consisteva di banditi del deserto, messi al potere dall’agente britannico Wilson Cox. L’imperialismo ha diviso la carne viva della grande Nazione Araba.

La rivoluzione araba non potrà essere vittoriosa fino a quando non si metterà fine alla vergognosa balcanizzazione del mondo arabo. L’unico modo per rompere le catene forgiate dall’imperialismo è lanciare lo slogan delle Federazione socialista del mondo arabo. Ciò significherebbe una comunità socialista che si estenderebbe dall’oceano Atlantico all’Eufrate.
Sulla base di un’economia nazionalizzata e pianificata, la disoccupazione finirebbe immediatamente. Una vasta riserva di forza lavoro non utilizzata verrebbe mobilitata per risolvere i problemi di alloggi, salute, istruzione e infrastrutture. Mettendo insieme le enormi risorse di tutti questi paesi sulla base di un piano comune di produzione, si potrebbero far fiorire i deserti e ci sarebbe una nuova rivoluzione culturale che farebbe impallidire tutte le conquiste del passato.

Una federazione socialista, con piena autonomia per tutti i popoli, è l’unico modo per risolvere le diatribe nazionali e religiose che da decenni avvelenano le vite di questi popoli, provocando una guerra dopo l’altra. Musulmani e copti, sunniti e sciiti, palestinesi ed ebrei, arabi, berberi, maroniti, curdi, turkmeni, armeni, drusi – tutti troverebbero spazio in una federazione basata su un principio di assoluta uguaglianza.

Le rivendicazioni della Tmi:
·    Difendere il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese e di tutte le nazionalità oppresse!
·    Abbasso gli aggressori imperialisti e israeliani! Fine dell’occupazione dell’Iraq, dell’Afghanistan e della Palestina!
·    Via i collaborazionisti! Per il rovesciamento rivoluzionario dei fantocci dell’imperialismo!
·    Espropriare le proprietà degli imperialisti e dei loro agenti arabi! La ricchezza delle terre arabe deve tornare nelle mani del popolo!
·    Per l’unità rivoluzionaria dei popoli! Per la Federazione socialista del Medio Oriente e del Nord Africa, sulla base di un’unione libera, egualitaria e fraterna con piena autonomia per ogni nazionalità!


Balzi della coscienza

La rivoluzione egiziana è la risposta finale a tutti gli scettici e gli intellettuali snob che non fanno altro che insistere sul presunto “basso livello di coscienza” delle masse. Questi “esperti” occidentali, che con la puzza sotto il naso parlavano degli egiziani come di gente “apatica”, “passiva” e “indifferente alla politica”, devono rimangiarsi quello che hanno detto.

I marxisti comprendono che la coscienza umana in generale non è progressista o rivoluzionaria ma profondamente conservatrice. La resistenza al cambiamento è profondamente radicata nella mente umana come parte di un meccanismo di sopravvivenza che deriva dal passato remoto della nostra specie. Come regola generale, quindi, la coscienza rimane indietro rispetto agli eventi. Non cambia gradualmente, oggi più rivoluzionaria di ieri e domani più rivoluzionaria di oggi, non più di quanto l’acqua, raffreddata da cento a zero gradi, diventi prima una pasta, poi una gelatina e infine un solido.

Questa visione della coscienza è metafisica e meccanica, non materialista e dialettica. La dialettica ci insegna che le cose cambiano nel loro opposto e che cambiamenti piccoli e apparentemente insignificanti possono ad un certo punto, che in fisica viene chiamato punto critico, produrre trasformazioni esplosive su una scala gigantesca. I cambiamenti della coscienza avvengono all’improvviso, sotto la pressione di grandi eventi che la costringono a cambiare. Quando questo avviene, la coscienza velocemente si allinea alla realtà. Una rivoluzione è proprio questo balzo di coscienza.

Le masse, non importa se in Egitto, Iran, Gran Bretagna o Stati Uniti, non imparano dai libri ma dall’esperienza e in una rivoluzione, imparano molto più velocmente che in altre circostanze. I lavoratori e i giovani egiziani hanno imparato molto più in pochi giorni di lotta che in trent’anni di “normalità”. Nelle piazze le masse hanno sviluppato la consapevolezza del proprio potere. Si sono liberati dalla paura paralizzante della polizia antisommossa equipaggiata di cannoni ad acqua e migliaia di delinquenti in borghese, che hanno respinto e sconfitto.

In una rivoluzione il processo di apprendimento è enormemente accelerato. Vediamo esattamente lo stesso processo in Egitto e Tunisia. è come un grande laboratorio dove le diverse, vaghe piattaforme di rivendicazioni in competizione tra loro sono messe alla prova. Vedremo lo stesso processo ripetuto più e più volte, non solo in Medio Oriente e Nord Africa ma ovunque.


Dal Cairo a Madison

Nel 1917 ci volle circa una settimana perchè in India si venisse a sapere che c’era stata una rivoluzione in Russia. Oggi tutti possono vedere la rivoluzione in diretta sugli schermi televisivi. La situazione in Medio Oriente sta avendo effetti profondi in tutto il mondo. Recentemente in India, per la prima volta in 32 anni, sindacati e i partiti di sinistra hanno organizzato uno sciopero generale su salari e prezzi. C’è stato un corteo di 200mila persone a New Delhi contro l’aumento del prezzo dei beni alimentari. Nonostante l’India stia crescendo ad un tasso annuo del nove per cento, l’effetto è l’aumento della disuguaglianza concentrando la ricchezza ai vertici della società.

In Tunisia ed Egitto hanno cominciato ad aprirsi delle crepe nel sistema capitalista a partire dai suoi punti più deboli. I borghesi ci diranno che cose come queste non possono succedere nei paesi capitalisti avanzati, dove la situazione è diversa eccetera eccetera. Sì, la situazione è diversa, ma solo in intensità. Ovunque la classe operaia e i giovani si troveranno di fronte allo stesso bivio: o accettare la distruzione sistematica delle nostre condizioni di vita e dei nostri diritti, oppure lottare.

L’argomento che “qui non può succedere” non ha alcuna base scientifica o razionale. La stessa cosa è stata detta per la Tunisia solo un paio di mesi fa, quando il paese veniva considerato come il paese più stabile del Nord Africa. E lo stesso argomento è stato ripetuto sull’Egitto persino dopo che Ben Alì era stato rovesciato. Sono bastate poche settimane a smentire quelle parole. Questa è la velocità degli eventi nella nostra epoca. Prima o poi la stessa questione si porrà in ogni paese in Europa, Giappone e Canada, e anche negli Stati Uniti.

L’inflazione sta crescendo. I prezzi dei beni alimentari anche. Ciò avrà serie conseguenze ovunque, soprattutto nei paesi poveri. Secondo la Banca Mondiale, altri 44 milioni di persone cadranno in estrema povertà nel prossimo periodo, facendo arrivare la cifra a oltre un miliardo a livello mondiale. Milioni di persone lottano per avere cibo, posti di lavoro e case – cioè per le condizioni minime di un’esistenza semi-civilizzata. Queste condizioni dovrebbero essere accessibili liberamente a tutti nel primo decennio del ventunesimo secolo. Ma il decrepito sistema capitalista non è più in grado di garantirle persino in Europa e Nord America. È per questo che ci sono proteste e scontri. È una questione di vita o di morte.

La crisi attuale non è una normale crisi ciclica del capitalismo. Anche la ripresa non è normale. I capitalisti stanno cercando di spremere i lavoratori a più non posso nel tentativo di ristabilire l’equilibrio economico: pagare i debiti, ridurre il costo del lavoro ecc. Ma così facendo, destabilizzano l’intera situazione. Ciò spiega in parte sia la rivoluzione araba che le lotte di classe in Europa. 

Tutti i paesi del mondo ne hanno subito le conseguenze. Non a caso la Cina ha unito la sua voce al coro di chi invocava il ritorno all’“ordine” in Egitto. In parte è una questione di interessi economici: il regime cinese è interessato alla stabilità economica mondiale perchè vuole continuare a guadagnare dalle esportazioni. Ma Pechino ha paura soprattutto di qualsiasi cosa che possa scatenare scioperi e proteste all’interno della stessa Cina. Hanno fatto un giro di vite su tutte le proteste e bloccato ogni riferimento all’Egitto su internet.

Ciononostante, ogni lavoratore con coscienza di classe al mondo saluterà con entusiasmo il meraviglioso movimento dei lavoratori e dei giovani in Tunisia ed Egitto. Gli effetti psicologici di questo non possono essere sottovalutati. Per molti, specialmente nei paesi capitalisti avanzati, l’idea della rivoluzione veniva vista come qualcosa di astratto e remoto. Ora gli avvenimenti che si sono dispiegati di fronte ai nostri occhi sulle televisioni mostrano non solo che la rivoluzione è possibile ma necessaria.

In Europa e Stati Uniti c’è un odio indignato contro i banchieri e i manager che si stanno ricompensando con bonus osceni mentre il resto della società subisce continui attacchi alle sue condizioni di vita. Gli straordinari eventi in Wisconsin sono un riflesso evidente di questo. Non è un caso che i lavoratori di Madison in Wisconsin hanno lanciato slogan come “lottiamo come in Egitto”. È un effetto delle odiose politiche imposte sulla classe lavoratrice durante la ripresa negli Stati Uniti.

Improvvisamente il mondo si è svegliato di fronte all’esplosione della lotta di classe in Wisconsin, con 100mila persone in piazza. Abbiamo visto immagini di lavoratori con cartelli che chiamavano il governatore Hosni Walker e lanciavano slogan come “il dittatore del Wisconsin se ne deve andare”. I lavoratori egiziani hanno persino mandato dei messaggi di solidarietà ai lavoratori del Wisconsin. Ci sono stati scioperi studenteschi, presidi permanenti al Parlamento e manifestazioni spontanee. I poliziotti mandati a dispederdere i manifestanti sono passati dalla loro parte e hanno partecipato all’occupazione indossando giubbotti con la scritta “poliziotti per il lavoro”. Si tratta di uno sviluppo molto importante. 

In Europa abbiamo visto grandi movimenti di lavoratori e giovani: otto scioperi generali in Grecia negli ultimi dodici mesi, uno straordinario movimento di scioperi in Francia che ha portato tre milioni e mezzo di lavoratori in piazza, il movimento degli studenti in Gran Bretagna, uno sciopero generale in Spagna, il movimento dei metalmeccanici in Italia. In Portogallo recentemente c’è stato il più grande sciopero generale dalla caduta della dittatura nel 1974. Persino in Olanda 15000 studenti hanno manifestato all’Aja. Anche in Europa orientale abbiamo visto grandi movimenti in Albania e Romania. In Bulgaria ha scioperato perfino la polizia.

Vent’anni fa, la borghesia festeggiava euforicamente la caduta del “comunismo”. Ma il loro giubilo era prematuro. Guardando indietro, la caduta dello stalinismo verrà vista solo come il preludio ad uno sviluppo ben più significativo: il rovesciamento rivoluzionario del capitalismo. Ovunque, anche negli Stati Uniti, il sistema è in crisi. Ovunque, la classe dominante sta cercando di mettere tutto il fardello della crisi del suo sistema sulle spalle degli strati più poveri della società.

Questi movimenti hanno notevoli somiglianze con i movimenti di massa che portarono alla caduta dei regimi in Europa orientale. Sulla carta questi governi avevano un potente apparato statale, grandi eserciti, polizia, servizi di sicurezza. Ma questo non li ha salvati. Neanche tutto l’oro del mondo, tutta la polizia e gli eserciti del mondo potranno salvare i governanti d’Europa e Stati Uniti una volta che i lavoratori si muoveranno per cambiare la società.

Le masse hanno mostrato più e più volte la determinazione e la volontà di lottare. Per vincere hanno bisogno di armarsi di un chiaro programma e di una direzione. Le idee del marxismo sono le uniche che possono offrirli. Il futuro è nostro.

·    Viva la rivoluzione araba!
·    Lavoratori del mondo unitevi!
·    Viva il socialismo, unica speranza per il futuro dell’umanità!
·    Thawra hatta'l nasr!

Londra, 14 marzo 2011

 

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