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Il movimento di massa contro la riforma della costituzione in Egitto, e la situazione insurrezionale in Tunisia esplosa dopo l’omicidio del dirigente di sinistra Chokri Belaid, sono chiari segnali che l’onda lunga delle rivoluzioni arabe non si è affatto interrotta.

 

Questi avvenimenti non sono stati una sopresa per i marxisti. Durante tutto lo scorso decennio abbiamo seguito attentamente il boom capitalista nei paesi del Medio oriente e del Maghreb. Un esempio è quello dell’Egitto, un paese dove il Pil nel decennio 2000-2010 cresceva in media di quasi il 5% all’anno, il deficit statale nel 2008 era solo l’1% del bilancio pubblico e dove, rispetto all’anno 2000, nel 2009 gli investimenti esteri erano cresciuti di sei volte.

 

È proprio in quegli anni che si vedono le prime avvisaglie di quello che succederà in futuro. Nel settembre del 2007, 22mila operai, della fabbrica tessile Ghazl Al-Mahalla, entrano in sciopero per reclamare un miglioramento delle loro condizioni di lavoro e un salario minimo. Sono le donne, spesso velate nella tradizione musulmana, a spingere gli uomini alla lotta.

Lo sviluppo industriale ha condotto infatti al rafforzamento della classe operaia mentre la crescita economica non ha diminuito le diseguaglianze sociali e anzi, le ha acuite. Se si guardava solo alla superficie, non sembrava di scorgere alcuna contraddizione: nella maggior parte dei paesi del Maghreb e del Medio oriente governavano da decenni dittatori spietati che godevano dell’appoggio dell’imperialismo occidentale.

Sotto la superficie si preparavano invece grandi avvenimenti. La catena si è spezzata nel gennaio 2011, in uno degli anelli che sembravano più stabili, quello tunisino, di cui parliamo nell’articolo qui a fianco.

Subito dopo, la rivoluzione si è estesa all’Egitto, dove abbiamo assistito a un movimento insurrezionale classico, con il suo epicentro a piazza Tahrir e con la classe operaia che ha giocato un ruolo decisivo nel rovesciamento di Mubarak, avvenuto l’11 febbraio del 2011, attraverso la convocazione di uno sciopero generale.

La prima fase delle rivoluzione è sempre quella dell’euforia, soprattutto quando, come in Egitto o in Tunisia, si abbatte un regime dittatoriale. Le illusioni nella democrazia borghese sono enormi. In Egitto c’era inoltre un settore della borghesia che era stato a lungo penalizzato da Mubarak e dal suo entourage, rappresentato dai Fratelli musulmani.

A lungo messo al bando dal regime, con i suoi leader in prigione o in esilio, il movimento islamico è parso come un’alternativa possibile e non compromessa con il passato, agli occhi di milioni di persone, soprattutto da settori di piccola borghesia e di sottoproletariato. Un aiuto importante ai Fratelli musulmani è stato fornito anche dalle classi dominanti del paesi del Golfo, come Qatar ed Emirati arabi uniti, le punte di lancia della reazione nella regione.

I Fratelli musulmani sono stati visti dal resto delle borghesie arabe come un fattore di stabilità e di salvaguardia del sistema capitalista. Lo stesso si può dire per quanto riguarda l’amministrazione Usa che è stata fra le prime a benedire l’elezione di Morsi a presidente, mettendo a tacere tutte le voci di probabili brogli.

La fratellanza, assieme ai salafiti, controlla l’assemblea costituente. I due partiti hanno messo importanti uomini d’affari alla presidenza delle principali commissioni parlamentari, incaricate di redigere la nuova costituzione. I Fratelli musulmani erano l’unico partito durante la campagna elettorale ad avere nel loro programma la liberalizzazione totale del commercio e dei servizi. Fra i primi viaggi compiuti da Morsi, nell’agosto scorso, vi è stato quello in Cina a caccia di investimenti, mentre, con una delegazione del Congresso statunitense, si è impegnato a portare avanti riforme strutturali, tra cui l’attacco ai dirirtti sindacali.

La luna di miele con le masse è stata dunque di breve durata, se mai c’è stata. Il tentativo da parte di Morsi di assumere maggiori poteri, attraverso la modifica della costituzione, si è scontrato con una importante reazione di massa. Nel referendum di ratifica di tali controriforme, nelle grandi città come al Cairo ed Alessandria, è prevalso il no. Piazza Tahrir si è riempita di nuovo per settimane.

I lavoratori e i giovani stanno quindi traendo in fretta le proprie conclusioni. Il risultato di Sabahi al primo turno delle presidenziali, giunto terzo con il 20,7% non è affatto casuale. Attorno a Sabahi (che si definisce socialista e fa riferimento al nasserismo), e ad altre forze di sinistra, si sta sviluppando una crescente radicalizzazione. Il periodo di Nasser, che negli anni cinquanta e sessanta portò avanti diverse nazionalizzazioni e riforme sociali, è ricordato con molto favore dalle masse egiziane.

Oggi Sabahi è all’interno di un “Fronte di salvezza nazionale” insieme a politici borghesi come El Baradei e Moussa, un fronte popolare che cerca di mettere assieme interessi inconciliabili, quelli dei lavoratori e quelli del padronato. Un fronte che sarà messo alla prova di fronte alle grandi mobilitazioni che inevitabilmente avranno luogo contro i provvedimenti di austerità che porterà avanti il governo Morsi, che oggi ha fatto una marcia indietro solo temporanea rispetto alle misure suggerite dal Fmi

Il prossimo periodo sarà caratterizzato da una crescente instabilità e da una pressione senza sosta che sarà esercitata sul governo a guida islamista. Tale periodo non sarà di breve durata ed è probabile che le masse metteranno alla prova più di un gruppo dirigente prima di sviluppare un’alternativa al sistema capitalista.

 

Libia e Mali

 

La natura prolungata delle rivoluzioni descritte e la mancanza di una direzione rivoluzionaria ha determinato lo svolgimento delle insurrezioni in Libia e in Siria. Iniziate sull’esempio delle rivoluzione in Tunisia e in Egitto, si sono sviluppate in maniera distorta.

In Libia il movimento di massa ha scelto ben presto la strada dello scontro militare. Riguardo a tale evoluzione c’è da considerare che il regime di Gheddafi godeva di riserve di supporto ben maggiori di quelle di un Mubarak e di un Ben Ali, ed ha puntato sulle divisioni tribali e regionali per mantenersi in sella, in un paese dove la classe operaia era piuttosto debole.

Ciò ha favorito l’intervento dell’imperialismo e dei paesi del Golfo, le forze che potevano garantire agli insorti risorse economiche e militari per ribaltare i rapporti di forza nel conflitto bellico. L’imperialismo ha voltato le spalle a Gheddafi, di cui aveva nell’ultimo decennio sfruttato i servigi, e ha approfittato della situazione libica per intervenire nella rivoluzione araba, cercando di interrompere il processo di radicalizzazione e di spingerlo verso approdi reazionari.

In altre situazioni, come in Bahrein, l’Occidente ha dato carta bianca alla repressione portata avanti dalle truppe saudite e degli Emirati e la rivoluzione è stata repressa nel sangue già nella primavera del 2011.

In Libia l’intervento occidentale non ha risolto nulla, anzi ha completamente destabilizzato il paese, che rischia di essere diviso almeno in tre parti (Cirenaica, Tripolitania e l’antica regione del Fezzan). È diventato una base per i gruppi armati del fondamentalismo, anche se, data la politica ultrareazionaria di queste formazioni, si sta sviluppando un sentimento antislamista. Ad esempio, dopo l’uccisione del ambasciatore Usa a Bengasi (avvenuta nel settembre scorso), migliaia di persone hanno attaccato la sede locale dei salafiti e l’hanno bruciata, colpendo a morte diversi suoi militanti e chiedendo la messa al bando di tutta l’organizzazione.

L’instabilità della Libia si è spostata anche nel Mali. La fine del regime di Gheddafi ha completamente ribaltato i vecchi equilibri. Ha riportato al centro dell’attenzione la questione Tuareg, un popolo che vive da secoli nel Sahara, senza uno stato. L’alleanza tra alcuni gruppi fondamentalisti sostenuti dal nuovo regime libico e il movimento di liberazione tuareg (Mnla), ha conquistato il nord del Mali e stava marciando verso la capitale Bamako. L’intervento francese è stato necessario per difendere gli interessi dell’imperialismo d’oltralpe, in primo luogo l’accesso ai giacimenti di uranio del Niger.

Le truppe francesi hanno vinto una prima battaglia e riconquistato nel giro di poche settimane le principali città del nord del paese, tuttavia il successo è solo momentaneo. Le milizie islamiche si sono ritirate, privilegiando azioni di guerriglia, in maniera simile a quelle dei talebani in Afghanistan.

L’Mnla, che ora appoggia i francesi, comprenderà ben presto che, nei piani di Hollande per i tuareg, non è prevista alcuna reale autonomia o indipendenza.

L’intervento imperialista, purtroppo appoggiato da gran parte della sinistra francese (compreso il gruppo dirigente del Partito comunista), si rivelerà un’avventura molto pericolosa per Parigi e difficilmente sarà di breve durata.

 

SIRIA

 

Anche in Siria la rivoluzione si è trasformata in una sanguinosa guerra civile, che ha le sue radici negli avvenimenti degli ultimi 15 anni.

Dopo il 2000, in Siria si è avviata la transizione verso il capitalismo. Tra il 2000 e il 2005 la gran parte dell’economia era ancora nelle mani dello stato, ma già nella seconda metà del decennio il 75% dell’economia era passato in mani private. È stato l’inizio della decomposizione sociale. Nel 2005 il 30% dei siriani viveva in povertà e due milioni soffrivano la fame. Nel 2007 l’inflazione, che nel 2003 era all’1,3%, era schizzata al 18%. I prezzi dei generi di prima necessità erano aumentati nello stesso periodo del 60%. Sempre nel 2007, il 20% più ricco possedeva il 45% della ricchezza nazionale, mentre il 20% più povero solo il 7%. Le privatizzazioni, tuttavia non erano a beneficio dell’intera borghesia nascente ma solo di una piccola parte, la cricca intorno alla famiglia Assad.

È stata proprio questa divaricazione sociale crescente che ha portato all’esplosione della rivoluzione. Tuttavia, a quasi due anni dall’inizio del movimento in Siria dobbiamo dire con chiarezza che la rivoluzione si è tramutata in una controrivoluzione, su ambedue i fronti. La prospettiva più probabile oggi è quella di una guerra civile prolungata dove nessuna delle parti può vincere. L’imperialismo, che a lungo ha sostenuto il Consiglio nazionale siriano (Cns), ora guarda ad esso con diffidenza perché la situazione fra i ribelli è tale che il Cns non controlla più la situazione.

La possibilità di una frantumazione della Siria è reale. Il regime si è appoggiato sui curdi a cui ha garantito una crescente autonomia, ma ciò ha creato grossi problemi in Turchia. Come spesso accade, le nazionalità oppresse diventano pedine in giochi molto più grandi dove i contendenti
sono le potenze imperialiste o le potenze regionali.

È possibile che Assad cada ma, nel caso questa eventualità si avverasse, si scatenerebbe una nuova guerra civile fra le varie forze ribelli.

Una svolta per le masse siriane arriverà principalmente sulla base degli sviluppi internazionali, in primis da un’eventuale conquista del potere da parte delle masse egiziane o tunisine.

Il compito dei comunisti in questi paesi e in occidente non è quello di farsi influenzare dai fenomeni temporanei ma difendere una prospettiva di classe e rivoluzionaria. La crisi del capitalismo porterà grande instabilità e si avvicenderanno periodi di ascesa rivoluzionaria ad altri di reazione nera. Proprio in un’epoca tempestosa come quella che abbiamo di fronte, le forze del marxismo potranno crescere e conquistare una base di massa.

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