Libano: una Saigon per Israele - Falcemartello

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Dopo 22 anni di occupazione del Libano del sud, il crollo catastrofico dell’occupazione israeliana segna un cambiamento qualitativo nella situazione del Medio oriente, dalle conseguenze potenzialmente esplosive. L’elezione del laburista Ehud Barak alla carica di primo ministro israeliano era stata accolta dai commentatori internazionali come un’accelerazione decisiva del processo di pacificazione del Medio oriente. Ancora una volta i calcoli dell’imperialismo si sono dimostrati lontani dalla realtà.

Già nel periodo fra le due guerre mondiali, il sogno sionista di formare uno stato in Palestina che reincarnasse la biblica terra d’Israele aveva implicazioni reazionarie. La sua realizzazione comportò una guerra e la deportazione di 800mila palestinesi dalle proprie terre. Come aveva rilevato Trotskij, quest’idea si sarebbe trasformata in una "trappola infernale" per gli ebrei.

In 50 anni la storia d’Israele è costellata di guerre. Più che un "porto sicuro" la terra promessa fin dall’inizio assunse i connotati di una fortezza sotto assedio, accerchiata da nazioni ostili.

L’importanza della regione che va dalla Turchia, all’Arabia Saudita e all’Iraq è nota a tutti: tre quarti delle riserve petrolifere mondiali sono qui concentrate. L’imperialismo, prima quello britannico e in seguito quello statunitense, ha fondato la sua strategia di dominio sul Medio oriente sulla divisione della popolazione araba in una miriade di monarchie autocratiche e reazionarie come quella giordana, l’Arabia saudita e gli emirati, e su Israele e la Turchia quali gendarmi dell’area. Le sovvenzioni del governo Usa ad Israele, oltre 5 miliardi di dollari l’anno, hanno reso Israele una potenza economica e militare nella regione.

l’occupazione del Libano

La strategia militare israeliana è stata sempre incline a occupare militarmente zone-cuscinetto ai propri confini, a tutela dei propri interessi strategici. Già nel 1967 la vittoria israeliana nella guerra dei 6 giorni si tradusse nell’occupazione del Sinai, della striscia di Gaza, delle alture del Golan e dei territori del West Bank, nei quali vivevano 1.400.000 arabi.

La colonizzazione di questi territori con coloni reclutati tra le fila degli ebrei ortodossi più fanatici (ora sono più di 300mila), armati e sostenuti dallo Stato israeliano, ha progressivamente spodestato le popolazioni locali, alimentando una miscela esplosiva di risentimento tra le masse arabe.

L’invasione del Libano da parte di Siria ed Israele avvenne nel 1978 in seguito all’esplosione della guerra civile. Israele stabilì nel Libano del sud un suo protettorato, appoggiandosi su un esercito-fantoccio, l’Esercito del Libano Meridionale (ELM) e delegando ad esso il compito di gestire la repressione di ogni insubordinazione della popolazione araba.

Nuovamente nel 1982 Israele lanciò un’invasione del Libano su vasta scala, con l’obiettivo di sradicare l’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) di Arafat. La caccia ai sostenitori dell’Olp, si trasformò nel massacro delle popolazioni palestinesi. Tra il 16 e il 18 di settembre del 1982 le milizie libanesi cristiane, alleate di Israele, massacrarono oltre 2mila di palestinesi mettendo a ferro e fuoco i campi profughi di Beirut, Sabra e Chatila.

Le strutture dell’Olp si sgretolarono e Arafat ed oltre 4000 militanti dovettero riparare in altri stati, ma il governo e la classe dominante israeliana si trovarono di fronte per la prima volta all’esplosione in Israele di un movimento di massa contro la guerra, che coinvolse centinaia di migliaia di giovani e di lavoratori.

Nel 1985 l’esercito israeliano fu costretto a ritirarsi dal Libano, attestandosi di nuovo nel Libano meridionale. La debacle israeliana, però segnò profondamente il morale e la disciplina dell’ELM con frequenti episodi di diserzione e insubordinazione. La possibilità di mantenere sotto controllo, in queste condizioni, la crescente influenza degli Hezbollah, movimento islamico sciita di ispirazione filo-iraniana, era praticamente nulla. Iniziò così una guerriglia di logoramento. Le rappresaglie israeliane diventarono sempre più brutali, in particolare nel luglio del 1993 e nell’aprile del 1996 Israele lanciò attacchi aerei contro obiettivi militari e civili, massacrando centinaia di libanesi. L’ELM si distinse per rastrellamenti tra civili, torture ed uccisioni in campi di concentramento come l’odiata prigione di Al-Khiam.

Ritiro programmato o disfatta?

Alcune fonti vicine al governo statunitense hanno valutato – affrettatamente - l’annunciato ritiro delle truppe israeliane come una novità positiva per gli equilibri del Medio oriente, una mossa machiavellica di Barak per mettersi in posizione di forza nelle trattative di pace con la Siria, ed altre amenità di questo genere.

Barak avanzò la parola d’ordine del ritiro già in occasione della campagna elettorale che lo ha portato al potere. Questo avveniva meno di un anno fa. Le motivazioni avanzate per questa ritirata sono di fatto un’ammissione di fallimento di 50 anni di politica estera israeliana.

22 anni di occupazione sono costati la vita ad oltre 1000 soldati israeliani, ma non hanno impedito la crescita dell’influenza di Hezbollah tra gli arabi: "Quando siamo arrivati non c’era Hezbollah, l’ha creato l’occupazione"- ammette Barak (Il Manifesto, 24 maggio 2000). La sicurezza delle comunità di coloni israeliani al confine con il Libano non è stata garantita, se si considera che in questi anni più di 4000 razzi Katiuscia sono stati sparati dagli Hezbollah solo su Kiryat Shmona, bersagliato centro del Nord israeliano.

La data indicata per il ritiro delle truppe era agli inizi di luglio. Cos’è successo dunque che ha fatto precipitare la situazione?

Il tradimento di Barak

Come sempre l’imperialismo non è molto generoso con i propri lacchè, quando non sono più utili. Nonostante 22 anni di onorato servizio, l’annuncio del ritiro israeliano è stato accompagnato dalla dichiarazione da parte di Barak che Israele non avrebbe accordato asilo ai miliziani dell’ELM. In poche ore, di fronte alla pressione di migliaia di arabi che hanno cominciato a tornare verso i villaggi e le proprie case abbandonate da oltre vent’anni, l’ELM si è liquefatto, abbandonato anche dal suo fondatore, il generale Lahad, fuggito a Parigi. Centinaia di soldati si sono rifiutati di sparare contro i profughi e si sono arresi agli Hezbollah o all’esercito libanese; migliaia hanno disertato e, raccolte le proprie famiglie, sono fuggiti verso Israele. Il caos e la demoralizzazione, dilagati ad ogni livello sono ben espressi da questo soldato: "Me ne vado a casa. Non so cosa stia succedendo. Non so cosa dovrei fare. Gli ufficiali se ne sono andati. Gli israeliani pure" (Il manifesto, 25 maggio 2000).

Il crollo dell’ELM e l’insurrezione degli Hezbollah ha trasformato quella che doveva essere una ritirata ordinata, per consegnare "le chiavi di casa" all’esercito libanese, in una caotica rotta: le prigioni sono state lasciate deserte, con ancora i detenuti nelle celle, persino le basi militari israeliane sono state abbandonate intatte: ora serviranno al nemico per difendersi al meglio se gli aerei israeliani dovessero attaccare, commentava amaramente un esperto militare israeliano.

Hezbollah è padrone del Libano del sud, l’esercito siriano non è in grado di controllarne le azioni, a meno di occupare tutto il Libano. I bombardamenti di rappresaglia israeliani rischiano di moltiplicarsi nel futuro prossimo e di allargarsi a obiettivi siriani, considerati responsabili per le azioni future di Hezbollah.

Impatto su Israele

La disfatta ha scatenato un’offensiva della destra oltranzista contro il governo di Barak. Alcuni partiti che lo sostenevano hanno annunciato che voteranno la sfiducia. La possibilità che Barak venga travolto non è da escludere. Comunque un eventuale ritorno del Likhud e della destra oltranzista al potere non farà che accentuare questa crisi e innescherà di nuovo il conflitto sociale già esploso nella primavera del 1999, quando il malessere accumulato nella classe operaia israeliana era culminato in una serie di scioperi contro il governo Netanyahu e in uno sciopero generale del settore pubblico in aprile, che coinvolse 400mila lavoratori. La situazione economica israeliana sta mettendo molta pressione sulla classe lavoratrice, tanto che a fronte di una crescente inflazione l’Histradut (il maggiore sindacato) ha respinto l’offerta governativa di aumenti salariali del 3,1% richiedendo aumenti del 14%.

La crisi israeliana è un segnale a milioni di lavoratori e di giovani arabi stanchi dell’oppressione. Nei territori occupati e nell’Autorità Palestinese la situazione è esplosiva, esistono le condizioni per una nuova Intifada. Migliaia di palestinesi sono scesi nelle strade per affrontare le truppe israeliane, come nel 1987, e sparatorie tra la polizia palestinese e soldati israeliani rivelano lo stato di tensione.

Il compito di saldare alla lotta dei lavoratori arabi la crescente rivolta della gioventù e dei lavoratori israeliani contro gli effetti dell’oppressione del capitalismo israeliano diventa oggi più che mai prioritario per ogni rivoluzionario cosciente.