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Da oltre due anni la Siria è attraversata da un’orribile guerra civile. Una guerra sanguinosa sulla quale il macabro balletto sulle cifre delle vittime è parte della propaganda delle parti avverse. Una guerra che si è trasformata in una mostruosa guerra civile su basi etniche e religiose che non ha nulla più a che vedere con i processi rivoluzionari che hanno infiammato le primavere arabe, sgretolando dittature decennali.

Nelle ultime settimane la situazione sembra essere arrivata ad un salto qualitativo. Da mesi ormai le forze in campo non sono altro che le pedine di uno scacchiere più grande di loro che vede Stati Uniti e Russia principali attori nel difendere interessi imperialisti uguali e contrari. Il fallimento di ogni reale tentativo di mediazione al G8 svoltosi in Irlanda del Nord ne è la dimostrazione, mentre la conferenza di pace “Ginevra 2” si allontana dall’orizzonte.

Le dichiarazioni di Obama che sostengono la necessità di intensificare il sostegno ai ribelli siriani hanno rappresentato un cambiamento nella situazione.

Per la prima volta la Casa Bianca darà un aiuto diretto alla ribellione contro Assad. Non che in precedenza non lo abbia fatto attraverso consiglieri militari, mercenari e assassini di professione, ma stavolta questa azione viene apertamente rivendicata. L’utilizzo di armi chimiche da parte del regime sarebbe la cosiddetta “linea rossa”, in grado di giustificare oggi un sostegno alle milizie anti-Assad e magari domani un vero e proprio intervento diretto. Le presunte armi chimiche fanno venire in mente la campagna costruita contro Saddam Hussein per giustificare l’intervento in Iraq alla ricerca di quelle “armi di distruzione di massa” di cui non si trovò mai la traccia. Di fronte alla guerra, Obama, simbolo e mito anche per tanta sinistra nostrana, oggi appare assolutamente uguale all’odiato George Bush.

Il vero motivo dell’intervento americano è che la Casa Bianca teme che, ancora una volta, il cane si possa rivoltare contro il padrone che tanto amorevolmente lo ha allevato. Oggi infatti 10mila miliziani Jiadisti combattono in territorio siriano e se conquistassero Damasco, la situazione diventerebbe assolutamente intollerabile per gli Usa, che si troverebbero senza punti di riferimento. La partita che si gioca è quella di trovare punti di appoggio stabili sostenendo le fazioni più “moderate” e inclini ai consigli di Washington secondo il vecchio motto “armi in cambio di obbedienza”.

Anche se in una prima fase il sostegno è stato indiretto, ovvero con il solo invio di armi, il risultato sarà una destabilizzazione ulteriore di tutta l’area.

Il sostegno di Hezbollah alle forze lealiste di Assad è la dimostrazione che questo conflitto ha già valicato il confine siriano. Il ruolo che può giocare il sostegno attivo di Hezbollah non è da sottovalutare né sul terreno militare, come ricorda l’esercito israeliano sconfitto nella guerra lampo del 2007, né sul piano politico viste le relazioni con l’Iran. L’azione di Hezbollah non è stata priva di effetti: in questi giorni l’eco della guerra civile in Siria ha varcato i confini del Libano.

La città di Sidone è stata teatro di una battaglia tra le milizie legate allo sceicco salafita Amad al Assir, nemico giurato del regime siriano, e l’esercito libanese. Una vera propria azione militare che ha danneggiato la seconda centrale elettrica del paese. Queste sono solo le prime avvisaglie in un conflitto che può estendersi molto rapidamente. È chiaro infatti che la Russia non starà a guardare sostenendo militarmente Assad e anche Francia e Gran Bretagna muoveranno le loro pedine rendendo il risiko mediorientale ancora più ingovernabile. Di fronte al massacro che si prepara ci dobbiamo opporre fermamente ad un nuovo intervento imperialista in Siria e in Medio Oriente denunciando la propaganda che sui media nazionali ed internazionali prepara il terreno per una nuova carneficina.

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