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La rivoluzione siriana del marzo 2011 è parte di una più ampia ondata di rivoluzioni diffusasi in tutto il mondo arabo. La Tendenza Marxista Internazionale l’ha appoggiata senza riserve, nonostante i limiti intrinseci di questo processo. Da allora, tuttavia, a causa della mancanza di una direzione rivoluzionaria, quella che era una reale espressione delle aspirazioni delle masse è stata dirottata da elementi reazionari che hanno un programma ben diverso.

da www.marxist.com

 

Anche se chiaramente attivati da avvenimenti esterni al paese, i semi della rivoluzione siriana si trovavano nelle condizioni sociali ed economiche proprie della Siria stessa. Ad esempio, tra il 1980 e il 2000 il reddito medio è diminuito del 10% circa. La disoccupazione era ufficialmente al 9%, ma l’entità reale era prossima al 20%.

Ciò che ha permesso al regime siriano di mantenersi immutato a dispetto delle crescenti difficoltà economiche è stato il fatto di poter contare su considerevoli riserve petrolifere: nel 2002 il petrolio ha costituito i due terzi delle esportazioni e la metà delle entrate dello Stato. L'economia è tuttavia ancora relativamente poco sviluppata, come si può vedere dall’importanza del settore agricolo, che ancora costituiva il 27% del PIL e impiegava circa il 30% della forza lavoro.

Il settore privato - che in precedenza aveva giocato solo un ruolo secondario – era in crescita ed era particolarmente forte nei settori tessile, agroalimentare, chimico, farmaceutico e meccanico. E dal 1990 il settore pubblico impiegava circa un quarto della popolazione attiva, e creava  20.000 posti di lavoro l'anno, mentre il settore privato ne creava tra 40.000 e 60.000. Ma ogni anno almeno 250.000 giovani entravano nel mercato del lavoro: questo spiega la crescente disoccupazione giovanile, che è un importante fattore rivoluzionario.

Queste condizioni erano una conseguenza della politica economica adottata dal regime di Assad negli ultimi anni, ovvero il graduale abbandono della vecchia economia statale centralizzata pianificata a livello centrale ed una sempre maggiore partecipazione privata nella gestione degli affari economici attraverso il trasferimento dei beni dello Stato soprattutto ai tirapiedi del regime stesso. Tutto questo ha portato ad una crescente polarizzazione sociale, vera causa prima degli sconvolgimenti rivoluzionari.

Va detto che nella sinistra c'è molta confusione sulla vera natura del regime di Assad. Alcuni ancora vi vedono il vecchio ordinamento basato su un’economia di Stato centralizzata, il che li ha portati ad opporsi alla rivoluzione fin dall'inizio, quando era ancora una reale espressione del movimento di massa dal basso: costoro interpretano ogni avvenimento in termini di manovre dell'imperialismo, e in particolare dei regimi arabi reazionari come l'Arabia Saudita o il Qatar.

Ma se è vero che questi regimi hanno fornito aiuti ed armi ad una parte degli insorti, appoggiando le forze che fanno comodo ai loro piani reazionari, e che mercenari stranieri sono coinvolti negli scontri, sarebbe semplicistico e falso vedere tutto in questi termini. All’inizio si trattò di una vera e propria rivoluzione, cosa evidente nei primi giorni della rivolta contro Assad, ed era dovere dei veri marxisti appoggiare tale movimento. Tuttavia, quando il contenuto rivoluzionario di quel movimento rifluì e l'iniziativa passò ai vari elementi reazionari, il dovere dei marxisti è stato anche quello di indicare chiaramente quello che era successo.

La verità è che a causa della situazione di stallo nel processo, gli elementi veramente rivoluzionari sono stati sopraffatti da ogni specie di opportunisti e di controrivoluzionari venuti alla ribalta sulla spinta delle varie potenze straniere che cercano di promuovere i propri interessi reazionari. E questa tragedia si deve alla mancanza di una leadership rivoluzionaria radicata tra le masse. In origine, soprattutto per quanto riguarda i giovani, il movimento non faceva distinzioni di etnia o di fede: uno degli slogan delle manifestazioni era "Siamo tutti siriani", un chiaro messaggio a chi voleva dividere la società siriana su base etnica o religiosa.

Chi, a sinistra, sostiene il regime di Assad vede in esso elementi "progressisti" e "anti-imperialisti". La verità, tuttavia, è molto chiara: non c'è un grammo di anti-imperialismo in questo regime. Non c'è nulla di progressista in esso, nulla che possa in qualsiasi modo giustificare dei socialisti che diano ad Assad persino il più critico dei "sostegni critici". Per poter evitare ogni confusione tra  rivoluzione e contro-rivoluzione, è essenziale un'attenta analisi di ciò che il regime era in passato e quello che è diventato nel corso degli anni, e ciò è quanto si propone questo articolo.


Divide et impera


Come abbiamo visto, di fronte all’iniziale esplosione rivoluzionaria iniziale dello scorso anno si è
tentato di dividere la popolazione su base etnica e religiosa: il regime siriano ha fomentato di proposito tali divisioni (come anche i regimi reazionari della regione, tipo l'Arabia Saudita ed altri paesi del Golfo). Dopo aver perso alcune aree chiave del paese, il regime di Assad ha cercato di mantenere (almeno in alcune zone) qualche appoggio tra le masse tentando di opporsi alla vera e propria rivoluzione che si delineava con lo scatenare conflitti tra i vari gruppi che compongono la società siriana.

Ciò è stato fatto col classico sistema di scegliere determinati gruppi etnici o religiosi ed attaccandoli brutalmente ed indiscriminatamente. Il fatto poi che gran parte delle forze speciali di sicurezza che effettuano tali attacchi sia composta prevalentemente da Alawiti, è stato un primo passo nel  provocare una controreazione tra i gruppi sotto attacco: la comunità alawita nel suo complesso ha così cominciato ad essere vista come “il nemico" per antonomasia. Dall'altra parte della barricata, i reazionari fondamentalisti hanno visto in queste divisioni un mezzo per portare avanti i loro piani. Ed è questo che ha portato all’attuale situazione di stallo: in questo processo, la voce dei veri rivoluzionari è stata soffocata dalle forze della reazione.

La rivoluzione affondava le radici nelle reali condizioni economiche e sociali venutesi a creare in decenni di regime di Assad. Nell’ultimo periodo, la società siriana era andata sempre più polarizzandosi, con una piccola élite al vertice che continuava ad arricchirsi, e all'altra estremità dello spettro sociale soltanto crescente povertà e un generale peggioramento delle condizioni di vita. In questo processo di polarizzazione la maggior parte della popolazione ha visto peggiorare le proprie condizioni; ma è anche vero che, soprattutto in città come Damasco e Aleppo, la piccola borghesia ha anche tratto benefici dai recenti mutamenti economici.

Questo fattore spiega anche la capacità di tenuta del regime. Se la rivoluzione avesse presentato un programma in grado di contrastare vittoriosamente questi interessi, Assad sarebbe caduto molto tempo fa. Purtroppo, la rivoluzione non è riuscita a sviluppare un simile programma e ciò ha aperto spazi di manovra alla reazione. I principali slogan della rivoluzione sono stati “abbattere il regime” e "democrazia". Ma una generica “democrazia” di per sé non è sempre sufficiente a mobilitare tutta la popolazione: occorre proporre anche serie soluzioni ai problemi economici e sociali, quali salario, posto di lavoro, abitazione e così via. La richiesta di democrazia, come in Egitto e Tunisia, esprime il desiderio di cambiamento della maggior parte dei lavoratori, la volontà di porre fine alla miseria in cui vivono. Ma se la "democrazia" è percepita come causa di instabilità, conflitti etnici e crisi economica, non potrà mai ottenere il pieno appoggio di tutti i lavoratori.

A questo si aggiunge il fatto che al movimento, nel tentativo di deviarlo su una strada diversa,  si sono aggiunti elementi fondamentalisti molto equivoci e reazionari che hanno fornito al regime proprio ciò di cui aveva bisogno: uno spauracchio "fondamentalista" con cui terrorizzare la piccola borghesia urbana. L'idea che il regime ha diffuso in questo ceto è che l'opposizione consista essenzialmente di "terroristi" intenzionati a far arretrare la società siriana anziché farla progredire e il cui unico fine sarebbe la cancellazione della natura “laica e moderna” della società siriana - in una parola, la barbarie. Ciò ha indubbiamente avuto l’effetto di neutralizzare almeno una parte della popolazione, che si aggrappa all’attuale regime non perché appoggi Assad, ma perché teme che qualcosa di peggio possa prenderne il posto.

C'è un altro fattore che spiega lo stallo e la deviazione della rivoluzione siriana. Le rivoluzioni egiziana e tunisina - anche a causa della mancanza di una dirigenza rivoluzionaria - erano avviate in una direzione forzata e i partiti islamici sono venuti alla ribalta sin dalle fasi iniziali. Anche in questi paesi, sebbene la rivoluzione ha visto una partecipazione di massa dei lavoratori e dei giovani ed un rapidissimo rovesciamento degli odiati vecchi dittatori, purtroppo le masse non avevano un partito rivoluzionario a guidarle una volta crollato il regime. Si è creato un vuoto che è stato riempito da ciò che era disponibile, varie tipologie di partiti religiosi. (In Egitto ora le cose stanno cambiando, con uno strato consistente della popolazione che si rivolta contro il nuovo regime di Morsi, ma non c’è ancora nessuna chiara prospettiva di come portare a compimento la rivoluzione egiziana).

La situazione della Libia ha ulteriormente aumentato la confusione. Qui il regime alla fine è crollato, ma l’evoluzione successiva non appare molto attraente per i comuni cittadini siriani preoccupati di  cosa potrebbe sostituire l’attuale regime una volta che venga messo da parte. La prospettiva di un Paese frazionato nei feudi dei diversi gruppi di potere locali e delle milizie e di un’economia distrutta non è per nulla attraente. E, ancora una volta, questo spiega come mai  il regime, nonostante la sua brutalità, sia stato in grado di resistere per così tanto tempo.

Detto questo, è comunque chiaro che Assad prima o poi cadrà: un regime costretto a governare con la sola forza spada è destinato al collasso finale. Anche il più brutale dei dittatori deve dare alle masse qualcosa di più della forza bruta. Se non è in grado di fornire abbastanza posti di lavoro, salario, servizi, cibo, eccetera, alla fine la sua rovina arriverà.

Se esistesse una tendenza rivoluzionaria radicata in maniera diffusa e basata sull'idea fondamentale che la soluzione ai problemi dei lavoratori e dei giovani siriani si può trovare solo in una trasformazione radicale della società - che non può che significare la trasformazione socialista della Siria - tale tendenza sarebbe in grado di farsi ascoltare e guidare le masse in una lotta di classe. La tragedia è che in Siria tale tendenza non esiste.

 



Il ruolo dell'Unione Sovietica


Ed eccoci di fronte a un punto chiave in qualsiasi discussione sulla Siria. Anche i più combattivi e rivoluzionari tra i lavoratori e i giovani in Siria si chiederanno che cosa intendiamo per trasformazione socialista della società siriana. Dopotutto, il regime di Assad non era forse "socialista"? L'economia non era un’economia "socialista", basata sulla proprietà statale e la pianificazione? La Siria non era forse nella sfera d'influenza dell'URSS "socialista", che alla fine è collassata?

I Marxisti devono rispondere a queste domande, altrimenti non potranno mai essere un riferimento per i giovani rivoluzionari più avanzati, cioè proprio per chi è stato messo in disparte dalle diverse forze reazionarie in lotta per il controllo dell'"opposizione", dai tirapiedi dell'imperialismo occidentale ai fondamentalisti estremisti.

Quando un marxista pone l'esigenza di una trasformazione socialista della Siria come unica via d'uscita, inevitabilmente si scontrerà con un fuoco di fila di proteste: "Ma la Siria era socialista e non ha funzionato". I veri Marxisti, vale a dire i seguaci non solo delle idee di Marx, Engels e Lenin, ma anche di Trotskij, sono in grado di chiarire le cause  del crollo dell'Unione Sovietica. E' tutto nel classico di Trotskij, La rivoluzione tradita (scritto nel 1936!), dove si spiega come l'Unione Sovietica è degenerata nella dittatura stalinista che rappresentava gli interessi della burocrazia e non quelli degli operai e dei contadini. Ci sono stati concreti fattori materiali che hanno portato a quel processo di degenerazione e che hanno prodotto un fenomeno come Stalin.

Lenin non aveva previsto la possibilità di "socialismo in un solo paese": aveva compreso la necessità di una rivoluzione internazionale, altrimenti il ​​paese sarebbe potuto anche ritornare al capitalismo, e per questo motivo dedicò tanta energia alla costruzione dell’Internazionale Comunista. La teoria del socialismo in un solo paese, tuttavia, divenne la scuola di pensiero dominante all'interno dell'Unione Sovietica dopo la morte di Lenin, quando la burocrazia si impose alla classe operaia e assunse interessi materiali propri. Quest’idea fu poi imposta all’intero movimento comunista internazionale, portandolo ad una serie di terribili sconfitte una di seguito all’altra e isolando ancora di più l'Unione Sovietica con in ulteriore rafforzamento del potere della burocrazia.

Ovviamente, questo articolo non intende dare un resoconto dettagliato di come e perché la Rivoluzione d’Ottobre è finita in questo modo.. Per una spiegazione dettagliata rimandiamo i nostri lettori a Lev Trotskij, La rivoluzione tradita e Ted Grant, Russia: dalla rivoluzione alla controrivoluzione. Tuttavia, va sottolineato che una corretta valutazione marxista di ciò che è accaduto in Unione Sovietica, di ciò che era e ciò che è divenne, è indispensabile se si vuole capire che cosa sia stato il regime di Assad e le sue varie modifiche e trasformazioni nel corso degli anni.

Senza una tale comprensione si può finire per commettere errori anche molto grossolani, come hanno fatto nell'ultimo periodo alcuni esponenti della sinistra - in particolare quelli di provenienza stalinista o ex-stalinista: il fatto che partiti che si dichiarano comunisti abbiano continuato a sostenere il regime di Assad ha nuociuto gravemente alla causa della rivoluzione siriana. È proprio per tale ragione che un articolo come questo deve spiegare chiaramente quella che dovrebbe essere una corretta posizione marxista sugli eventi in Siria.

I marxisti hanno chiaramente appoggiato le masse dal momento in cui queste si sono ribellate al regime. Tuttavia, questa affermazione non è sufficiente. Come abbiamo già sottolineato, ci sono forze estremamente reazionarie che operano dentro e fuori la Siria per il rovesciamento del regime, ma con le quali i veri marxisti non possono collaborare in alcun modo. In realtà, è dovere dei veri marxisti mettere in guardia i lavoratori e i giovani della Siria contro questi elementi, indipendentemente da quanto le masse possano desiderare la caduta di Assad. Queste forze non sono amici delle masse siriane: basta guardare la situazione in Egitto e Tunisia, dove sia i Fratelli Musulmani e il partito Ennahda hanno cercato di azzerare tutte le conquiste della rivoluzione. Durante tutto il processo di rivoluzione in questi due paesi, abbiamo spiegato che tali forze erano reazionarie e non meritavano alcun appoggio, e un avvertimento simile vale oggi per le masse siriane.

Nonostante le posizioni reazionarie adottate da diverse forze che pretendono di essere alla guida dell'opposizione, è evidente che ci sono molte persone oneste, lavoratori, giovani e disoccupati, che partecipano alla lotta contro il regime. Molti si sono uniti alle varie forze combattenti e si oppongono coraggiosamente al regime. In molti hanno semplicemente messo insieme qualsiasi tipo di organizzazione permetta loro di difendere le famiglie ed i vicini dai brutali attacchi delle forze di repressione. Ed è soprattutto a loro  che si rivolge questo articolo.

La tragedia della situazione siriana è che a causa di anni di soffocante dittatura non è stato possibile costruire una valida opposizione autenticamente socialista. Inoltre, con il fatto che il regime di Assad sia stato considerato molto vicino all'Unione Sovietica, l'idea che il comunismo possa esere la soluzione ai problemi del popolo siriano è stata molto screditata nella coscienza delle masse.

In tutto ciò non aiuta il fatto che diversi partiti comunisti di tutto il mondo siano venuti in appoggio al regime. Ciò significa che chi si dichiara comunista, socialista o marxista ed appoggia la rivoluzione è costretto a scusarsi in anticipo di qualcosa  di cui non è mai stato responsabile.

Possiamo trovare un esempio di "comunisti" del primo tipo in Israele, dove nel maggio del 2011 il segretario generale del Partito Comunista Israeliano, Mohammed Nafa'a, ha pubblicato un articolo su Al Khuwar Al Mathmadan, un noto sito arabo, denunciando la rivoluzione siriana. (Dichiarazioni simili anche da parte del Partito Comunista Libanese e altri). Il mese successivo, il sito web in lingua araba del partito ha pubblicato una dichiarazione da un congresso dei partiti comunisti a Bruxelles, dove si afferma che " I partiti comunisti esprimono il loro appoggio alla Siria, in opposizione alle trame imperialiste ... "

Un altro esempio di questo modo di ragionare  distorto è il seguente:

" ... La Siria è diventata la nuova linea del fronte della guerra tra l’Impero e chi gli si oppone  ... nonostante i suoi molti difetti, il regime siriano resiste attivamente all'aggressione imperialista e qualunque atteggiamento che non sia il fornirgli pieno sostegno – almeno per tutta la durata di questa crisi - equivale a contrastarne la resistenza all'aggressione imperialista. Sebbene una parte del nostro compito di intellettuali sia di chiedere riforme politiche ed una maggiore integrazione della  legittima opposizione nel processo di riforma, questo deve essere fatto in modo da non pregiudicare la posizione attuale del regime nei confronti dei nostri nemici comuni, né tantomeno da avvantaggiare questi ultimi. “ (Amal Saad-Ghorayeb, Syrian Crisis: Three’s a Crowd, 12 Giugno 2012)

Pieno sostegno per il regime nel primo esempio, e una sorta di "appoggio critico" nel secondo.

Tutto questo si basa sull'idea che il regime siriano sia anti-imperialista. Ma questa opinione è contraddetta dalla realtà e può essere sostenuta solo da chi soffra di una sorta di amnesia storica selettiva e ignori ciò che il regime ha effettivamente fatto le molte volte che ha avuto l’occasione di collaborare con l'imperialismo. Nel 1976, Hafez Assad invase i campi profughi in Libano per reprimere la resistenza palestinese, coordinando con Israele le proprie operazioni e con il pieno appoggio dell'imperialismo statunitense. Alla Siria era stato infatti chiesto dalle potenze occidentali (tra i cui rappresentanti era Henry Kissinger) di intervenire per evitare la sconfitta delle milizie di destra cristiano-maronite nella guerra civile che iniziata nel 1975 tra laici progressisti, milizie musulmane e l'OLP. Più tardi, nel 1990-91 il regime ha collaborato all'attacco americano all'Iraq, e nel 2003 non ha mosso un dito per difendere l'Iraq contro l'attacco imperialista, e si è ritirato dal dal Libano solo sotto la pressione degli Stati Uniti. Ecco la verità sul Assad presunto anti-imperialismo di Assad.

 


I primi anni del Ba’ath al potere

La falsa idea che quello di Assad sia in qualche modo un regime progressista è radicata negli avvenimenti degli anni ’60, che avevano infine portato alla creazione di un’economia pianificata a controllo statale, molto simile a quella dell’ Unione Sovietica. Un lungo processo storico ha modificato la natura dell'economia siriana: quella che era fondamentalmente un’ economia pianificata si è trasformata in un’economia dominata dal settore privato, e questo deve essere compreso per una corretta valutazione della natura dell’attuale regime.

Gli eventi degli anni ‘50 e ‘60 sono la chiave per capire che tipo di regime sia sorto con l’ascesa con al potere del partito Ba’ath. E gli eventi di questi decenni possono essere compresi solo nel contesto della crescente polarizzazione sociale emersa negli anni ’50, con l'indipendenza. Dopo la seconda guerra mondiale il controllo francese fu eliminato, ma il paese rimase sotto il dominio dell'imperialismo, poiché la borghesia locale era debole ed incapace di creare uno stato indipendente realmente moderno: era una classica borghesia compradora al servizio dell'imperialismo. Questo spiega la radicalizzazione delle masse e il loro desiderio di cambiamento sociale.

Alla fine degli anni ’50,  volendo frenare questo crescente movimento di rivolta tra le masse siriane, una parte dell'élite militare chiese aiuto all’Egitto: nel 1958 un gruppo di ufficiali fece pressioni perché la Siria si unisse all'Egitto di Nasser, dando origine alla Repubblica Araba Unita (RAU), di breve durata. Le misure adottate durante il periodo della RAU comprendevano la ridistribuzione della terra, uno stato sociale a favore dei i lavoratori e delle classi povere, e una spinta all’industrializzazione del paese. A queste misure popolari, tuttavia, furono affiancati provvedimenti come il divieto di sciopero ed il bando dei sindacati indipendenti e delle organizzazioni contadine.

Va ricordato che quello era il periodo nel quale Nasser iniziava a spostarsi a sinistra, mettendo in atto una serie di misure contro l'imperialismo e contro i capitalisti locali e i proprietari terrieri. Questo spiega perché in Siria la casta militare reazionaria decise in tutta fretta, nel 1961, di sciogliere l'unione con l'Egitto. Quest'unione infatti, anziché risolvere i loro problemi li esacerbava, introducendo proprio le misure che costoro volevano evitare.

E tuttavia, nonostante i loro desideri, l’arretratezza dell'economia siriana richiedeva importanti investimenti in infrastrutture come strade, porti e sistemi di irrigazione, progetti cui la borghesia locale non poteva assolutamente fare fronte. Solo lo stato era in grado di garantire gli investimenti necessari ad un simile sviluppo.

In queste condizioni, sulla base del capitalismo la Siria non avrebbe mai potuto uscire dalla sua storica arretratezza. I contadini non potevano svolgere alcun ruolo autonomo, e pertanto il compito di modernizzare il paese, conseguibile solo attraverso la trasformazione socialista dello stato, spettava alla classe operaia. Purtroppo, i lavoratori erano guidati da partiti come il Partito Comunista Siriano, che non aveva alcuna intenzione di rovesciare la borghesia con la rivoluzione socialista: al contrario, i suoi leader erano costantemente alla ricerca di alleanze con la cosiddetta borghesia "progressista", che non esisteva!

Questa era l'eredità della teoria stalinista delle "due fasi", basata sull'idea che paesi arretrati, semi-feudali, il compito della classe operaia sia principalmente sostenere la cosiddetta "borghesia progressista" nell’eliminazione dei residui del feudalesimo e nella creazione di un moderno stato borghese. Questa sarebbe la "prima fase". Solo molto più tardi, una volta sviluppatosi e consolidatosi il capitalismo, la classe dovrebbe porsi l’obiettivo di instaurare il socialismo. In pratica, ciò significava che in ogni rivoluzione i lavoratori dovevano sottomettersi agli interessi della borghesia.

Si aveva dunque una situazione in cui la borghesia non era in grado di far progredire la nazione, mentre la classe operaia non aveva una leadership che le permettesse di portare a compimento lo storico compito di modernizzare il paese. In simili circostanze il ruolo della casta militare ebbe una rilevanza assai maggiore di quanto sarebbe stato normalmente: l'esercito fu costantemente coinvolto nella gestione della politica.

Queste condizioni oggettive, insieme ad una tendenza generale a livello mondiale verso la statalizzazione (come avvenne in Egitto, in Algeria e in molti altri paesi sottosviluppati appena usciti dal colonialismo), determinarono quanto avvenne in Siria in quel periodo.

Anche l'impatto dell'Unione Sovietica e della Cina fu fondamentale. La crescita economica in entrambi i paesi era ancora molto forte, e così l'idea che un'economia pianificata fosse la risposta ai problemi di questi paesi acquistò sempre più credito presso larghi strati della popolazione, compresi gli intellettuali, la piccola borghesia e una parte della casta degli ufficiali, e questo si espresse attraverso la crescita del partito Ba’ath.



I colpi di stato del 1963-1966

In questo contesto, nel 1963 una parte della casta militare portò a termine un colpo di stato, però ben differente dai precedenti: si avviò un processo che avrebbe portato alla nazionalizzazione di settori sempre più estesi dell'economia, comprese misure di ridistribuzione delle terre e la nazionalizzazione delle banche private, andando ben oltre quanto lo stesso Nasser avesse mai fatto e creando alla fine di un sistema sul modello quello dell'Unione Sovietica.

Così, a dispetto di tutte le sue manovre per evitare misure radicali contro i capitalisti locali e i proprietari terrieri, fu proprio la storica incapacità della borghesia siriana di sviluppare l'economia nazionale che portò al colpo di stato del 1963 e diede il potere all'ala radicale degli ufficiali dell’esercito (il partito Ba’ath).

Hafez Al-Assad

Qui occorre chiarire la natura della casta degli ufficiali siriani. Come in molti paesi sottosviluppati, molti degli ufficiali dell'esercito non erano direttamente collegati alla borghesia da legami familiari e così via, come invece nei paesi a capitalismo avanzato: molto spesso essi provenivano da strati sociali più bassi. Questo spiega per esempio perché molti ufficiali siriani tanti provenissero dalla minoranza alawita, a quel tempo considerata un settore oppresso della società.

Salah Jadid, che più tardi, nel 1966, guidò un colpo di stato ancor più radicale, è un esempio di tali ufficiali. Essi desideravano la modernizzazione dei loro paesi, ed essendo la borghesia locale legata agli interessi dell'imperialismo, molto spesso entrarono in conflitto con la classe che si supponeva dovessero rappresentare. E con i preesistenti modelli dell'Unione Sovietica e della Cina, che a quel tempo sembravano in grado  di fornire una valida alternativa economica al capitalismo, questa parte della casta degli ufficiali vide la pianificazione economica come la soluzione ai mali del paese. Inoltre Unione Sovietica e Cina attiravano questi ufficiali perché facevano a meno di ogni forma di democrazia, segnatamente quella dei lavoratori, ed erano rette da un’élite burocratica privilegiata.

Uno dei primi interventi del regime fu la realizzazione della riforma agraria, espropriando i latifondi ai grandi proprietari terrieri le loro tenute e ridistribuendoli in parte tra i contadini senza terra. Le banche commerciali e le assicurazioni furono completamente nazionalizzate, ed entro il 1965 la maggior parte delle grandi imprese era stata completamente o parzialmente nazionalizzata.
Come abbiamo già visto, poiché la borghesia non era in grado di sviluppare l'economia, lo Stato fu stato costretto a intervenire, e non parzialmente -  in questo o quel settore -  ma nella gestione dell’ intera economia nazionale. E ciò provocò una dura reazione da parte del clero musulmano e dell’imprenditoria privata.

Sotto la spinta di questi elementi, il regime militare si stava muovendo verso un compromesso, ma questo non fece altro che portare ad un nuovo colpo di stato da parte di giovani ufficiali radicali molto più in sintonia con le masse. Furono questi giovani ufficiali che portarono ulteriormente avanti la trasformazione sociale della Siria: per loro era ormai una questione di vita o di morte. Ciò spiega perché nel 1966 ebbe luogo il colpo di stato guidato da Jadid che finalmente completò e consolidò il processo di trasformazione.

Nel 1966, la maggior parte dell'economia era nelle mani dello Stato, che ora controllava lo sviluppo delle risorse naturali, la produzione di energia elettrica e l’approvigionamento idrico, molti impianti industriali, banche, assicurazioni, parte del sistema dei trasporti e la maggior parte del commercio estero e il commercio interno all'ingrosso. Il governo controllava anche la maggior parte degli investimenti, del credito ed i prezzi di molte materie prime.

Bisogna anche notare che gli ufficiali  radicali crearono una milizia e un esercito contadino di massa, per poter finalmente infrangere il potere del vecchio e marcio regime asservito all’imperialismo, semifeudale e semicapitalista. Nel processo fu costituito un nuovo apparato statale, con quasi tutta l'industria e gran parte delle terre in mano allo Stato.

Quello che stava accadendo era una lotta tra rivoluzione e controrivoluzione. I dirigenti del Ba’ath, nel tentare di prevenire la controrivoluzione, furono costretti ad appoggiarsi sulle masse, ed è così che Ted Grant descrisse il processo nel 1965:

"Agli inizi di gennaio, il governo del Partito Socialista Ba’ath ha nazionalizzato 106 tra le maggiori imprese industriali e banche pari ad una capitalizzazione di oltre 25 milioni di sterline. Per spezzare ogni possibile resistenza dei capitalisti sono stati organizzati tribunali speciali con potere di comminare anche la pena di morte a chiunque cerchi di ostacolare queste nuove misure.

Nel giro di una settimana, i capitalisti hanno tentato di organizzare una contro-rivoluzione: i commercianti e i piccoli negozianti hanno organizzato uno “sciopero” capitalista di protesta chiudendo negozi e bazar. I capi reazionari del clero islamico si sono uniti alla cospirazione e hanno denunciato il governo come “contrario a Dio e alla religione". Hanno lanciato una campagna di disobbedienza civile accompagnata da cortei e manifestazioni. Tuttavia, per il governo ormai il dado era tratto. Qualsiasi arretramento avrebbe significato il crollo e, probabilmente, l’esecuzione per i dirigenti del Partito Socialista Ba’ath.

I manifestanti sono stati portati via coi camion, i negozi che erano rimasti chiusi sono stati forzati e la loro merce confiscata; ventidue tra i più importanti  commercianti mercanti sono stati privati dei beni, le prerogative delle fondazioni religiose – ivi compreso il potere di nominare e destituire i membri del clero -  sono state trasferite alla giunta di governo, e otto «capobanda» di un’ organizzazione religiosa estremista sono stati condannati a morte per aver complottato per assassinare il Capo dello Stato, il generale Hafiz .

Per portare avanti la lotta con successo, il governo del Ba’ath ha dovuto chiedere l’appoggio degli operai e dei contadini. Martedì 26 gennaio, in risposta ad un appello, migliaia di contadini sono accorsi a Damasco per dimostrare il loro fervente sostegno a queste misure.

Commenta correttamente l’Observer:

'In Siria, la sopravvivenza del Ba’ath e le severe misure repressive avranno effetti profondi. Al settore privato è stato inferto un colpo mortale, almeno nella misura in cui ogni grande impresa privata è stata toccata. Il governo ora non ha altra scelta se non quella di proseguire fino alla fine la sua socializzazione dell'economia.
In breve, questo significa che il potere è decisamente passato dalla borghesia cittadina alla campagna più radicale e all'esercito contadino da cui il regime dipende.'

Così questi avvenimenti segnano decisamente l'inizio del crollo del capitalismo in Siria. Quale dovrebbe essere l'atteggiamento dei lavoratori avanzati e del movimento operaio? In primo luogo, occorre appoggiare incondizionatamente le misure messe in atto dal Partito Socialista Ba’ath contro il capitalismo in Siria, un capitalismo in passato dipendente dall'imperialismo per la propria sopravvivenza e sostentamento. Ma è anche necessario capire il contesto di quanto sta accadendo, i suoi limiti, e il corso della rivoluzione.
"
(20 febbraio 1965)

I veri marxisti appoggiarono tutte le nazionalizzazioni di quel periodo, senza tuttavia farsi alcuna illusione sulla natura del regime. Sebbene le nazionalizzazioni su vasta scala fossero un fattore di progresso, la mancanza di democrazia operaia e di controllo operaio sulla produzione industriale fece sì che in Siria si affermasse un sistema simile a quello dell’Unione Sovietica, cioè la dittatura di un partito totalitario, dove il potere si concentrava nelle mani di una burocrazia privilegiata che  dirigeva un’economia a controllo statale. Questo non era socialismo. Affinché un tale sistema potesse muoversi verso il vero socialismo sarebbe stata necessaria una seconda rivoluzione, quella politica.

Come sottolineava Ted Grant:

"Il regime siriano, la cui natura è sin dall’inizio deformata e bonapartista, si regge sull'esercito contadino. Certo, ponendo fine all’insensata anarchia del capitalismo potrà gettare le basi per l’industrializzazione: ma poiché non vi è alcun controllo di democrazia operaia, tutto finirà necessariamente con la creazione di una nuova casta privilegiata di dirigenti, ufficiali dell'esercito e burocrati, come in Russia e in Cina.

Per introdurre la democrazia operaia sarà necessaria una nuova rivoluzione, non più sociale, ma politica. Le masse di questi paesi dovranno pagare il prezzo di questa seconda rivoluzione a causa del ritardo della rivoluzione socialista in Occidente.
" (20 febbraio 1965)

Queste citazioni dimostrano la superiorità del marxismo nella sua comprensione di quanto accadde allora in Siria. I marxisti non nutrivano illusioni sul regime, ma al tempo stesso compresero il processo come tale e sostennero ogni misura realmente progressista questo portasse avanti. Il nuovo regime era quello che il marxismo definirebbe uno stato operaio deformato, cioè uno stato in cui l'economia è di  Stato e pianificata, ma il potere è nelle mani di una élite burocratica che si pone al di sopra dei lavoratori.



Rivoluzione permanente in forma distorta

Il colpo di stato del 1963 e quelli che seguirono sono un esempio di "rivoluzione permanente", seppure in senso distorto. Lev Trotskij aveva spiegato come nei paesi sottosviluppati più arretrati usciti dal colonialismo, la classe operaia avrebbe dovuto assumere un ruolo guida anche nello svolgimento di compiti propri della rivoluzione borghese, cioè la fine del dominio della vecchia classe dirigente feudale e la costruzione di una moderna nazione industriale.

Tuttavia, spiegava anche che a causa del ruolo reazionario della nascente borghesia di questi paesi, e con la classe operaia a condurre la rivoluzione, la lotta si sarebbe inevitabilmente orientata verso il socialismo. Ma data la particolare natura delle forze politiche che la guidavano, in Siria la classe operaia non ha potuto emergere nella società come forza di riferimento indipendente.

Questa situazione fece sì che gli ufficiali piccolo-borghesi radicalizzati potessero inserirsi nella lotta e svolgessero molti dei compiti propri della classe operaia. E’ per questo che, come abbiamo già spiegato, ne scaturì un regime la cui natura era bonapartista, sebbene fondato sulla proprietà nazionalizzata.

Il "Rapporto ideologico" del 6° Congresso del Ba'ath siriano (ottobre 1963) affermava che l'obiettivo del partito era quello di "costruire una società socialista", e vi si sottolineavano anche la necessità di una riforma agraria, della nazionalizzazione delle imprese commerciali e industriali, della pianificazione economica e della creazione di una banca statale. Allo stesso tempo, vi si affermava che i sindacati dovevano essere portati sotto il controllo statale: ossia, sempre ad imitazione del l'Unione Sovietica, che non sarebbe stata permessa nessuna organizzazione indipendente dei lavoratori.

I primi ad essere toccati dalle nuove politiche furono gli imprenditori privati, i grandi commercianti,  i grossi proprietari terrieri e i banchieri, molti dei quali lasciarono il paese con i loro capitali. Nel 1967 furono nazionalizzate le scuole private, una misura contro le fondazioni religiose. Sulla scena internazionale il paese si avvicinò all'Unione Sovietica tanto per l’assistenza economica che per quella militare. Di fatto, il paese era sotto la sfera d'influenza dell’URSS, nonostante Breznev non avesse espressamente fatto pressioni in tal senso.

Fu proprio l’economia pianificata di Stato a dare alla Siria le basi per una rapida espansione ed una  crescita economica. Negli anni ‘60, complessivamente il PIL pro capite crebbe dell’80%, e negli anni ’70 si arrivò al 336%.

Le misure più radicali furono adottate nei primi anni, cioè nel periodo in cui l'ala più radicale del Ba’ath godette di maggior influenza sulle scelte politiche del regime.



L'ascesa di Assad


Tuttavia, come la storia ci ha più volte mostrato, una volta che l'ala più rivoluzionaria ha svolto il suo compito nella costruzione e nel consolidamento del regime, data l’intrinseca natura conservatrice dell’apparato  burocratico che si è costituito, gli elementi “più pragmatici" prendono il sopravvento e cacciano quelli più radicali.

Questo spiega i frequenti cambiamenti al vertice del regime tra il 1964 e il 1966, e la successiva lotta tra Jadid e Assad, che rifletteva la lotta tra l’ala più più radicale e quella più conservatrice del Ba'ath. La situazione può essere paragonata - con tutte le ovvie differenze nelle circostanze - a quello che Trotskij definì la reazione del Termidoro stalinista alla rivoluzione russa.

Ed è stato questo processo a portare all’ascesa di Hafez al-Assad (il padre di Basher, l’attuale dittatore siriano). Inizialmente il vecchio Assad dovette condividere il potere con alcuni dei dirigenti più radicali, ma alla fine riuscì ad assoggettare  il regime al programma dei burocrati "pragmatici", che intendevano estromettere i "rivoluzionari".

Nei primi tempi del regime, la figura di primo piano nel Ba'ath era Salah Jadid, un ufficiale. Ma, soprattutto dopo la sconfitta contro Israele nel 1967, cominciarono ad accrescersi le tensioni tra Jadid e i suoi seguaci e una fazione più conservatrice legata al ministro della Difesa Hafez al-Assad, che sosteneva una politica di nazionalizzazioni più moderata di quella su larga scala portata avanti da Jadid. Quest’ultimo era sostenuto dalla maggior parte degli elementi non in uniforme del partito, ma Assad, usando la sua posizione di ministro della Difesa prese a poco a poco il controllo dell’ala militare, e  nel 1969, riuscì a rimuovere i sostenitori di Jadid dai ruoli di maggior influenza.

Il conflitto latente tra le due fazioni alla fine sfociò, durante il congresso del partito del 1970, nel tentativo di Jadid di eliminare Assad e i suoi sostenitori: ma fu il secondo che, grazie il controllo sull'esercito, riuscì con un colpo di mano interno a partito a rovesciare Jadid che fu arrestato ed incarcerato, ed infine segregato agli arresti domiciliari sino al 1993, quando morì.

Tutto questo condusse alla creazione di un regime fortemente centralizzato, con i militari nei posti chiave a tutti i livelli, anche nella gestione dell’economia. Inoltre, si accrebbe esponenzialmente l’influenza della minoranza alawita, cui apparteneva Assad. In Siria questa comunità è sempre stata considerato una minoranza oppressa, e non è un caso che è da qui  provenisse buona parte degli ufficiali più radicali. Assad piazzò elementi Alawiti ai più alti livelli dello Stato e delle forze di sicurezza, ed ancor oggi alcuni dei principali ruoli politici ed economici sono appannaggio degli Alawiti.

Abbiamo già spiegato come questi avvenimenti abbiano fatto della Siria uno Stato totalitario ad economia pubblica pianificata - fondamentalmente simile all’Unione Sovietica – e come inizialmente ciò dette un enorme impulso alla crescita economica.

Negli anni settanta, il PIL crebbe ad un tasso medio annuo del 9,7%, molto più alto di quello dei paesi a capitalismo avanzato, anche durante il picco del boom post-bellico, e a questa crescita si accompagnò una serie di riforme sociali nella pubblica assistenza, nell’istruzione, nella sanità e così via. E ciò dette stabilità al regime per un certo tempo.

Anche nei media borghesi questo è spesso indicato come il periodo ad economia "socialista": Ma naturalmente non si trattava realmente di socialismo, perché non esisteva nessuna forma di  democrazia operaia. Non era che una caricatura, orribilmente deformata, dell’autentico socialismo.



"Infitah" – l’apertura

Per comprendere cosa la Siria sia divenuta oggi, è necessario però analizzare cosa è successo in seguito all'economia siriana. Già nel 1970, una volta che Hafiz al-Assad aveva rafforzato il proprio potere, nel periodo seguente la sconfitta del 1967 con Israele, era cominciato un processo di apertura dell'economia agli investimenti privati. ​​

Questa "apertura", del resto assai moderata, è nota come "infitah".  Ad un certo quantitativo di capitale privato fu permesso di operare in vari settori, come il commercio, il mercato immobiliare e i servizi. Assad si rivolse a capitalisti siriani espatriati e ad investitori stranieri, arrivando a restituire parte dei beni precedentemente espropriati nel tentativo di attirare gli investimenti privati. Questa prima “infitah” attrasse principalmente investimenti di provata natura speculativa,  a indicazione del fatto che gli investitori non si fidavano del regime al potere. Del resto, nonostante la modesta “infitah” dei primi anni ‘70 lo Stato continuava a controllare la maggior parte della produzione.

Tuttavia, la rapida crescita degli anni ‘70 raggiunse il picco nel 1981 (crescita del 10,2%,), rallentò bruscamente nel 1982 (3,2%) e nel 1984 invertì la tendenza con un calo del PIL reale del 2,1%. In questo momento lo stato controllava ancora oltre il 60% della produzione e fu in grado, con vari mezzi,  di influenzare in modo determinante l’ancor piccolo settore privato; ma il sistema stava chiaramente entrando in crisi.

Tutti i limiti del controllo burocratico sulla produzione stavano venendo a galla, proprio nello stesso periodo in cui l'economia dell'Unione Sovietica e del blocco orientale affrontava una grave crisi. E’ il periodo (1985 - 1991) dell’ascesa al potere di Gorbaciov e della  sua politica di glasnost ("apertura") e della perestrojka (la ricostruzione del sistema politico ed economico del paese),  finalizzata all’ introduzione di imprese semiprivate e alla creazione di un sistema di mercato parzialmente libero.

Era evidente che all'interno della burocrazia sovietica stava prendendo piede  l'idea che il "mercato" funzionasse meglio della pianificazione. Questo è comprensibile in un contesto nel quale l’economia dell’URSS era al collasso mentre in Occidente il capitalismo si era in parte ripreso dalla crisi degli anni ‘70 ed era di nuovo in espansione, senza contare la recente introduzione in Cina delle "riforme" di Deng Xiaoping, che istituivano zone ad economia speciale in cui era permesso lo sviluppo dei rapporti col capitalismo.

Questo stesso processo può essere  osservato in Siria a metà degli anni ‘80. Nel 1986 lo Stato controllava ancora la maggior parte dell'economia, ma furono introdotte misure (la "seconda infitah" ) volte ad un’ulteriore apertura economica: fu permesso un ampliamento dell’ attività industriale e dgli investimenti privati, e lo Stato alleggerì i controlli governativi per permettere  un certo grado di commercio privato nell'importazione di talune merci.

Fu l’inizio dello smantellamento del monopolio statale sul commercio estero, anche se oltre 100 prodotti primari erano ancora importati da enti commerciali di Stato. Inoltre, nel 1986 venne regolamentato il possesso di valuta straniera e le limitazioni alle importazioni introdotte nel 1977 e generalizzate nel 1981 erano sempre in vigore, segno che lo Stato era ancora strettamente attaccato al proprio controllo sull'economia.

Il governo, però, istituì  sei zone di libero scambio - chiaramente sul modello della Cina  di Deng - dove ai commercianti e agli industriali locali fu permesso di importare, trasformare e riesportare  liberamente i prodotti. In alcuni settori dell’industria furono ammessi gli investimenti privati, tanto nazionali che esteri, insieme a provvedimenti di esenzione fiscale credito a buon mercato allo scopo di facilitarli.

Nonostante tutto ciò, lungi dall’essere stato eliminato, il vecchio sistema economico a controllo statale continuava ad essere predominante in Siria, benché ormai il privato avesse preso il sopravvento nell’agricoltura e nel piccolo commercio e fosse in crescita nell’industria leggera, nell’edilizia, nei trasporti e nel turismo.

In questa fase, la natura del regime non era fondamentalmente mutata, pur con tutto il costante aumento di importanza dell’attività economica privata. Si trattava ancora del tentativo di introdurre nuovi stimoli di mercato per generare crescita all'interno di quella che restava sostanzialmente un'economia pianificata.


L’impatto del crollo dell'URSS


Al di là di tutte le concessioni al capitale privato sotto il vecchio Assad, quello che doveva accelerare rapidamente il processo e portare a un cambiamento qualitativo fu il crollo del blocco orientale nel 1989, e dell'Unione Sovietica nel 1991. Il sistema che era servito da modello al regime di Assad crollò come un castello di carte, e proprio come il modello sovietico aveva attratto i giovani ufficiali che realizzarono il colpo di stato nel 1963, ora il suo crollo scosse la fiducia dei burocrati in questo stesso regime.

Nessuno di costoro aveva mai compreso i reali limiti dell'Unione Sovietica, dove l'economia pianificata non era sotto il controllo della classe operaia bensì nelle mani di un’élite burocratica privilegiata. In realtà essi erano stati attratti dal modello sovietico proprio perché sembrava efficace in termini di crescita economica.

Ora reagirono in modo altrettanto empirico e si indirizzarono molto più sfacciatamente verso il capitalismo. Dopo il 1990-91, perduta l’URSS come solido punto di riferimento – e come fonte di aiuti -  il regime iniziò quel percorso che avrebbe portato allo smantellamento del vecchio sistema ad economia pianificata: segnali di come le cose stessero cambiando furono l’ammissione in Parlamento degli imprenditori nel 1990, o l’approvazione  nel 1991 della legge n.10 che incoraggiava gli investimenti privati.

Col rafforzarsi del processo di restaurazione del capitalismo si aprì all’interno del regime una spaccatura tra "conservatori" che sostenevano la continuità del vecchio sistema e "modernizzatori" che erano a favore di una riforma graduale - una transizione lenta e controllata verso l'economia di mercato. I primi rappresentavano l’intero apparato burocratico del vecchio sistema economico, gente che rischiava di perdere molto in un processo di privatizzazione. Gli altri rappresentavano le crescenti pressioni del capitalismo mondiale e il desiderio di una parte della burocrazia stessa di diventare diretta proprietaria dei mezzi di produzione. Tutto questo è molto simile a quanto era avvenuto nella burocrazia cinese quando a partire dal 1980 l’economia di quel Paese si era indirizzata verso il capitalismo.

A dispetto di tutto questo, l'approccio dell'amministrazione Bush verso la Siria fu di trattarla da "stato canaglia", alla stregua dell'Iran o della Corea del Nord, imponendo sanzioni e facendo di tutto per isolarla. Tuttavia, la parte più intelligente della borghesia americana voleva "impegnarsi" con il settore privato siriano e costituire joint ventures, investire nel paese, ecc, per attrarre la Siria nella sfera di influenza degli Stati Uniti ed accelerarne ulteriormente la transizione verso il capitalismo.

Nel tentativo di aggirare questo isolamento, il regime si volse verso l'Unione europea e nel 2003 intraprese trattative per acquisire lo status di associato, ma non essendovi riuscito è stato costretto a rivolgersi a paesi come l'Iran e la Russia. Così, ad esempio, nel 2005 la Russia ha cancellato il 73% del debito siriano: Il capitalismo russo ha visto l'opportunità di riconquistare sfere di influenza perdute in passato, soprattutto da quando la guerra in Iraq ha rafforzato l’influenza degli Stati Uniti nella regione con la presenza militare diretta.

Nel 2004 Assad si recò in visita ufficiale a Pechino alla ricerca di un ulteriore punto di appoggio poiché gli Stati Uniti cercavano di stringere la morsa economica sul paese, e la Cina fornì il modello di cui il regime siriano aveva bisogno, perché perseguiva la liberalizzazione economica -  ossia un ruolo sempre più importante per il settore privato - ma senza alcun accenno di volersi muovere verso una democrazia parlamentare di tipo occidentale: permaneva il regime autoritario, senza nessuna riforma politica.

In questo periodo (2004) il regime cercò un’apertura anche verso Israele e gli Stati Uniti, e il  risultato fu che la Siria accettò di ritirare le proprie truppe dal Libano: nell'aprile 2005 gli ultimi soldati siriani lasciarono il Libano dopo 29 anni di presenza nel paese. L'Occidente, incluso Washington, ha accolto con favore il ruolo che la Siria aveva giocato nel Paese dei cedri.

Dobbiamo ricordare che il Libano aveva svolto un ruolo importante nell'economia siriana come fonte di investimenti, una sorta di Hong Kong per gli imprenditori siriani interessati ad avere un maggiore accesso al mercato globale, in particolare per quanto riguarda commercio, finanza e servizi bancari.

La perdita del controllo diretto sul Libano rese più urgente reperire altre fonti di investimento sono , ed il risultato fu un’ulteriore accelerazione del processo di restaurazione del capitalismo.



Capitalismo clientelare

Negli anni 2000 il processo di restaurazione capitalista accelerò sul serio, ma il tipo di capitalismo che si andava sviluppando non era di gradimento dell'imperialismo statunitense od europeo. Era un "capitalismo clientelare", in cui il processo di privatizzazione comportava il passaggio di proprietà dello Stato a singoli potenti all'interno del regime o a privati strettamente legati ad essi, come i familiari di individui al vertice del regime.

Un esempio è Rami Makhlouf, un cugino del presidente Bashar al-Assad, che controlla le telecomunicazioni della Siria (Syriatel), i suoi negozi duty-free, gran parte della sua industria petrolifera, il trasporto aereo, una rete televisiva e buona parte del mercato immobiliare: Prima dello scoppio della guerra civile, gli veniva attribuito un patrimonio di circa cinque miliardi di dollari.

Possiamo capire che tipo di capitalismo stesse sviluppandosi dal fatto che Makhlouf è stato in grado di mantenere la società egiziana di telecomunicazioni Orascom fuori dal mercato siriano perché aveva l'appoggio dello Stato, che gli ha concesso una licenza di 8 anni: praticamente il monopolio sulla telefonia mobile. Entro il 2009 Makhlouf aveva acquisito quote in nove delle dodici banche private siriane, ed in realtà questo individuo ha dominato il settore privato del proprio Paese.

Un altro esempio è M. Hamcho, assurto molto rapidamente al ruolo di potente uomo d'affari: il fatto che abbia sposato Maher, la cognata di al-Assad, svela le ragioni di questa ascesa. In simili condizioni, la corruzione era all’ordine del giorno.

I piani dell'Occidente, secondo il vignettista Latuff

A questo punto il settore pubblico e le aziende statali non funzionavano più secondo un piano, ma secondo le leggi del mercato, come società capitaliste di stato, e contemporaneamente si andava sviluppando un "capitalismo clientelare". Alla fine, il 10 marzo 2009, fu inaugurata la Borsa, attività mai autorizzata in precedenza.

Dopo la crisi del 1996, durante la quale solo il petrolio permise al regime di salvarsi, si pose sempre più forte la necessità di riforme strutturali. Questo spiega perché Bashar al-Assad mise la "riforma economica" al centro del suo programma.
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A supervisionare il processo di privatizzazione fu chiamato il Gruppo dei 18, un gruppo di professori universitari, esperti, uomini d'affari, liberali, eccetera, guidato dall'economista del Ba'ath Mohammed Hussein che in seguito divenne vice primo ministro nel 2001 e Ministro delle Finanze nel 2003.

Bashar al-Assad promosse i cosiddetti "indipendenti" a posizioni di responsabilità nel governo: molti economisti e tecnici educati nelle università europee o americane vennero invitati a tornare nel paese per aiutare a gestire le "riforme" (ossia l'inizio del processo di apertura del mercato siriano agli investitori privati), un chiaro segnale dell’intento di accelerare tale processo. Alcuni ministeri chiave sono stati assegnati a dirigenti non appartenenti al partito Ba’ath, come Issam Zaïm (un esperto del UNDP – il Programma di Sviluppo dell’ ONU - ministro per la Pianificazione nel 2000 e ministro dell'Industria nel 2001), Ghassan Rifai (un funzionario della Banca Mondiale, il ministro dell’Economia e del Commercio alla fine del 2001) e Nibras Fadel (un tecnocrate espatriato nominato consigliere del Presidente per la riforma  dello Stato).

Oltre a questi cambiamenti nella composizione del governo, chiaramente parte di un programma di apertura al capitalismo, ci fu anche lo smantellamento di due dei monopoli di Stato: a dicembre 2000 fu approvata l'istituzione di banche private e di una borsa valori, e nel febbraio 2001 l’apertura  di università a conduzione privata.

Tuttavia, queste misure si scontravano con la forte resistenza dell'ala conservatore del regime, e in realtà a quel tempo le banche private non potettero essere introdotte. Ed è questa lentezza nello sviluppo del settore bancario privato che spiega l'importante ruolo svolto dalle banche libanesi, che colmarono il vuoto e ha fornirono alle imprese il credito necessario.



"Economia sociale di mercato"

L'idea di "economia sociale di mercato" - quasi una fotocopia delle posizioni ufficiali cinesi – fu adottata dal regime, al fine di mascherare la vera natura di quello che stava accadendo, ovvero nient’altro che un trasferimento di proprietà dallo Stato a mani private.

Questo modello modificava anche il funzionamento delle industrie di Stato: avrebbero dovuto operare secondo le leggi del mercato, ma senza poter privatizzare né tagliare posti di lavoro.

In ciò si manifesta un’opposizione a qualsiasi vero e proprio programma di privatizzazioni e di apertura al capitale straniero. Ma era una resistenza al capitalismo in quanto tale? In realtà no: come in Cina, i vertici del regime scelsero un modello di capitalismo che permettesse loro di mantenere le proprie posizioni al vertice in quanto casta privilegiata, e tale risultato doveva essere ottenuto assicurando il trasferimento della proprietà statale ai membri dell’élite, ai loro familiari o a stretti collaboratori.

Il Congresso del Ba'ath del 2005 (con la fine dell'occupazione del Libano) fu un punto di svolta importante in tutto il processo: la mozione favorevole alla"economia di mercato sociale" sconfisse quella legata allo status quo e fu adottata una politica che favoriva la creazione di oligopoli nelle mani dei complici del regime, un passo decisivo in direzione del capitalismo.

Ciò che ha fatto infuriare gli imperialisti occidentali è che il capitalismo fosse stato introdotto in Siria sotto lo stretto controllo della cricca di regime mentre l’imperialismo, essendo alla ricerca di nuovi settori di investimento per le proprie multinazionali, avrebbe voluto una completa apertura dell'economia siriana,.

Il regime ha preferito lavare i panni sporchi in famiglia e proseguire verso il capitalismo trasformando settori della burocrazia nei diretti proprietari dei mezzi di produzione. In quest’ambito hanno potuto emergere ad elementi come il già citato Rami Makhlouf.

Entro due anni dal 2007 in Siria operava una miriade di compagnie di assicurazione e di banche private. Il settore bancario venne aperto agli investimenti privati così come il commercio estero. Per avere un'idea dei cambiamenti in atto, si possono osservare le statistiche dei prodotti la cui importazione era regolamentata:  da 11.000 nel settembre del 2003, erano scesi a 1.000 nel gennaio 2007.

Il regime aveva così stabilito tutte le condizioni per lo sviluppo del libero mercato capitalista, anche come  parte del tentativo di rompere l'isolamento impostogli, quello degli Stati Uniti in particolare.

Appunto a causa di questo embargo, e dopo che nel 2004 l'UE gli aveva rifiutato lo status di Paese associato, il regime si rivolse alla Turchia e all'Iran: e l'Iran, a sua volta vittima di sanzioni americane, era più che disposto ad investire. E nel 2006, a seguito della liberalizzazione, ci fu un boom finanziario, con grandi investimenti, prevalentemente di natura speculativa, nel settore immobiliare.
A questo va aggiunto anche il ruolo del Libano, che in quel periodo permise l’accesso a notevoli quantità di prestiti bancari.

Nel decennio 2000-2010 il passaggio dalla pianificazione economica al capitalismo alla fine si consolida, un cambiamento qualitativo ben visibile. Se confrontiamo gli anni 2001-05 (IX piano quinquennale) col periodo 2006-10 (X piano quinquennale), vediamo chiaramente che nella prima metà del decennio il settore pubblico era ancora quello fondamentale, sebbene fosse cambiato  il funzionamento delle imprese statali, trasformate in aziende capitaliste di Stato. Nella seconda metà del decennio il settore privato decollò veramente: nel 2007 già il 70% dell'economia siriana era in mano a privati.

I "liberali" non avrebbero potuto chiedere di più, poiché ora erano possibili profitti elevatissimi. Un esempio è il boom immobiliare:. negli anni 2003-04 i prezzi degli immobili crebbero del 59%, ma nei tre anni successivi, (2005-07,) la crescita fu del 400%!

Questo stesso periodo vede anche il ritorno in patria dei vecchi capitalisti e banchieri che avevano lasciato il paese, molti dei quali per fare affari in Libano: si trattava della borghesia espatriata dopo le nazionalizzazioni degli anni ’60. Bisogna dire però che in Siria era già presente una borghesia, tollerata in patria da quando il vecchio Assad aveva preso il controllo del regime negli anni ’70: capitalisti "indipendenti" tollerati fino a che avessero operato singolarmente, senza coalizzarsi in strutture che potessero costituire una minaccia per il regime.

Tuttavia, come spiegavamo all’inizio di questo articolo, il rovescio della medaglia di questo paradiso del profitto e della speculazione è stato il crescente impoverimento di buona parte della popolazione: come alla fine di questo articolo. La crescente polarizzazione sociale ha reso  il divario tra ricchi e poveri sempre più ampio.

Nel 2005 5,3 milioni di persone (il 30% della popolazione) vivevano al di sotto della soglia di povertà, e tra loro 2 milioni (11,4%) non hanno potuto soddisfare le proprie necessità alimentari. La popolazione ha continuato a crescere in modo significativo, aggiungendo sempre più giovani alla lista dei disoccupati. Allo stesso tempo, un continuo esodo dalle aree rurali verso le aree urbane ha moltiplicato a problemi sociali delle città: la sola Damasco aumentava di 150.000 abitanti all’anno, creando uno scenario urbano con  poche aree ricche  circondate da una periferia di miseria.

In queste condizioni, l’'inflazione è decollata:.solo del 1,3% nel 2003, entro la primavera del 2007 ha toccato il 18% nella primavera del 2007, mentre i prezzi dei beni di consumo di base crescevano ancora più rapidamente, con un incremento del 60% nel 2007.

Un altro indicatore chiave del progresso sociale, il tasso di alfabetizzazione, ha iniziato a peggiorare, con un incremento del numero di analfabeti. Questo mostra la differenza tra le misure progressiste del passato, quando l'analfabetismo era in costante diminuzione,, e le nuove leggi di mercato che hanno portato al peggioramento del sistema di istruzione.

Anche qui vediamo la polarizzazione sociale: mentre l'istruzione di base per le masse veniva tagliata, nel periodo 2000-07 sono state fondate otto università private per l'élite. Opulenza e ricchezza crescevano in mezzo alla miseria diffusa. Il numero di hotel di lusso, SUV, Mercedes e simili aumentava mentre una vasta fascia di popolazione doveva sopravvivere con 2 dollari al giorno! Nel 2004 il 20% più povero della popolazione rappresentava solo il 7% della spesa complessiva, mentre il 20% più ricco corrispondeva al 45% di questa.

Nel tentativo di compensare la perdita dei benefici legati alla vecchia economia pianificata, ora il regime aveva tentato di introdurre una qualche forma di servizi sociali, ma la diffusa corruzione del sistema ne ha ostacolato l’applicazione.

Possiamo dunque vedere come nel ventennio successivo al crollo dell'Unione Sovietica la Siria abbia intrapreso un lungo cammino unidirezionale, la progressiva distruzione dell'economia pianificata e l'introduzione di sempre più elementi propri del capitalismo fino ad arrivare all’attuale sistema di capitalismo clientelare.

Tutto questo spiega la confusione di alcuni esponenti della sinistra. Molti, come abbiamo visto in precedenza, hanno continuato a sostenere il regime di Assad nonostante la rivolta popolare, e la loro scusa è che il regime è in qualche modo progressista  e anti-imperialista. Ma non è nulla di simile, come dimostrano ampiamente i fatti e le cifre citati in questo articolo.

Altri appoggiano ciecamente l'opposizione nel suo complesso, preferendo ignorare come la vera rivoluzione del 2011 sia stata sviata da vari gruppi reazionari non avendo trovato la leadership necessaria capace di trasformarla in una rivoluzione socialista. La rivoluzione è scoppiata sotto l'impulso delle rivoluzioni tunisina ed egiziana: le masse volevano porre fine sia ai crescenti problemi sociali ed economici sia alla dittatura di Assad, ma non hanno trovato un partito in grado di unire tutti i lavoratori, i giovani, i disoccupati e i poveri in una lotta comune contro il dittatura.



Cosa è necessario fare?


Per questi motivi, la situazione attuale è molto più complicata. Molti giovani rivoluzionari stanno ancora combattendo per eliminare l’odiato dittatore e tutti i suoi sgherri, ma ciò che determina la vera natura dell'opposizione nel suo complesso sono la sua leadership e il suo programma.

E 'vero che alcuni settori dell'Esercito di Liberazione hanno rotto con i fondamentalisti, che riconoscono colpevoli di aver dirottato la loro rivoluzione, ma quali alternative hanno? Un programma di democrazia borghese nella migliore delle ipotesi, e la reazione fondamentalista islamica nella peggiore.

Dobbiamo semplicemente dire la verità e spiegare onestamente quanto è successo: noi siamo per la caduta di Assad, ma siamo anche contro l'intervento imperialista e le manovre dei regimi reazionari della regione.

Come spiegavamo  nella dichiarazione  della TMI sulla situazione, Perspectives for Revolution in the Middle East:  

"Quello che potrebbe far crollare molto rapidamente il regime sarebbe uno sciopero generale a livello nazionale che paralizzasse il Paese. Per raggiungere questo obiettivo, però, sarebbe necessario un partito capace di unire attorno a se tutti i lavoratori ed i poveri, e ciò potrebbe essere ottenuto solo se un tale partito avesse un programma in grado di offrire una soluzione per tutti gli scottanti problemi economici e sociali che affliggono la maggioranza della popolazione."

Abbiamo anche spiegato quanto segue:

"Il fatto è che la soluzione alla crisi in Siria si trova in Egitto e Tunisia – e, forse ancora di più, in'Iran. Nessuna soluzione è possibile restando entro i ristretti confini della Siria: anche con un sano partito socialista rivoluzionario di massa in Siria, non sarebbe egualmente possibile trovare una soluzione definitiva nella sola Siria. Anche se una rivoluzione socialista trionfasse oggi in Siria, questa rivoluzione per sopravvivere dovrebbe essere estesa oltre i confini, in Turchia, in Iran e oltre. E, soprattutto, sarebbe necessaria una vittoria socialista in Egitto, che è il più grande paese arabo, con la classe operaia più grande, e che potrebbe essere una  guida per i lavoratori e i giovani in tutto il Medio Oriente.

Dobbiamo spiegare tutto questo ai migliori elementi della gioventù siriana. Abbiamo bisogno di sviluppare una chiara analisi marxista e guardare a lungo termine, spiegando la realtà della situazione. Il regime di Assad finirà per crollare, ma in che modo crollerà e chi lo farà crollare è importante quanto il crollo stesso: oggi in Libia vediamo le conseguenze di un cambiamento di regime ottenuto con l'aiuto dell’imperialismo, cioè caos e confusione e gli imperialisti ancora intenti alle loro manovre dall'esterno. I problemi dei lavoratori libici non sono stati risolti, bensì aggravati, e lo stesso accadrà alla Siria se Assad verrà rovesciato da forze sostenute dai reazionari Stati del Golfo e dagli imperialisti occidentali.

Tuttavia, alla fine la situazione si stabilizzerà e i lavoratori ritroveranno la propria strada: inizieranno ad organizzarsi; costituiranno i propri sindacati per tutelare i propri interessi. Infine, il movimento operaio emergerà come una forza quando sarà chiaro alle masse che la caduta di Assad in sé e per sé non avrà risolto nulla di fondamentale. Quindi quello che i lavoratori ed i giovani più avanzati devono fare è prepararsi per il domani creando una  vera opposizione marxista in Siria, perché una simile opposizione potrà avere un ruolo fondamentale da svolgere in futuro."

 

Londra, 1 marzo 2013

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