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Il 9 aprile la Corte costituzionale ha dato il via libera definitivo al decreto Salva Ilva, respingendo il ricorso della procura di Taranto. Per la Consulta il fatto che il governo Monti con una legge ad hoc abbia permesso ai Riva (travolti dall’indagine della magistratura la scorsa estate) di riprendere possesso degli impianti sequestrati, non è anticostituzionale perché non influisce nel processo in corso. Può riprendere la produzione e anche parte dell’acciaio già finito e posto sotto sequestro potrà essere commercializzato.

Paradossalmente, nonostante l’accusa di disastro ambientale, tutto può rimanere come prima, a patto che ci si adegui alle prescrizioni previste dall’Aia (autorizzazione integrata ambientale) concessa dal governo, il cui mancato rispetto prevede sanzioni pecuniarie.

L’Ilva ha quindi tre anni di tempo per poter ridurre le emissioni inquinanti e procedere alle bonifiche e alla messa a norma degli impianti. Per farlo deve investire ma, al di là delle promesse e delle dichiarazioni, ad oggi mancano le coperture finanziarie per garantire il rispetto delle prescrizioni, stimato nella migliore delle ipotesi in tre miliardi di euro. Già a pochi mesi di distanza dall’Aia, vengono denunciati i primi ritardi nell’attuazione dei lavori. Valga per tutti l’esempio della copertura dei nastri trasportatori, che collegano le materie prime dal porto alla fabbrica. Per questi l’Aia dava come termine gennaio 2013, ma l’azienda ha chiesto una proroga fino al settembre 2015, quando un accordo con la regione Puglia, mai rispettato. ne prevedeva l’attuazione già nel 2006.

La senzazione è che per ora si prenda tempo, con l’obiettivo di salvaguardare gli interessi della proprietà con operazioni finanziarie volte a tutelare i fondi del gruppo. L’Ilva è stata scorporata dal resto delle società del gruppo sia dal punto di vista industriale che finanziario, uscendo da Riva fire, la finanziaria della famiglia, in cui ovviamente sono confluiti tutti gli utili maturati negli anni.

Che ci sia trasparenza sui controlli è tutto da dimostrare, considerando che siamo di fronte alla seconda Aia, la prima fu concessa da Berlusconi nel 2011 e rimase lettera morta, grazie anche alla complicità di cui i Riva hanno potuto godere in questi anni.

La differenza oggi è ovviamente l’indagine in corso della magistratura, che non è ancora finita; è di pochi giorni fa la notizia del coinvolgimento nelle indagini di Ippazio Stefàno, sindaco della città.

Ma proprio questa è una delle questioni che meritano una riflessione: per il peso che questa vicenda ha per la vita dei tarantini, e non solo, non può essere ridotta ad una semplice questione giudiziaria in cui si tratterebbe semplicemente di schierarsi a favore o contro la magistratura, o più in generale a favore o contro la chiusura dell’Ilva. Proprio per questo non sorprende che in questo contesto il referendum cittadino consultivo sulla chiusura dell’intera acciaieria o della sola area a caldo sia stato in gran parte disertato, fermandosi al 19,5% di affluenza e non raggiungendo il quorum.

Il dato di maggiore novità degli ultimi anni è sicuramente la percezione diffusa tra i cittadini tarantini dei disastri provocati dai Riva e la voglia di riscatto. Lo dimostrano il successo delle iniziative di mobilitazioni portate avanti in questi anni, ad opera principalmente delle associazioni ambientaliste.

Un settore degli attivisti che si stanno mobilitando pensa che l’Ilva comunque andrà via da Taranto, per cui si tratta di imporre ai Riva di pagare i danni causati e la bonifica di un territorio martoriato. Ma l’idea che l’acciaieria possa chiudere e che i lavoratori, che con l’indotto sono ventimila, possano essere impegnati nella bonifica o in altri settori è pura utopia, come dimostra il caso di Bagnoli.

In questo contesto la voce che manca sembra essere proprio quella dei lavoratori, che attualmente sono in contratto di solidarietà a rotazione, mentre la situazione diventa sempre più insostenibile, con continui incidenti sul lavoro, alcuni dei quali molto gravi.

È dalla fabbrica che si dovrebbe ripartire per evitare qualsiasi scontro tra diritto alla salute e diritto al lavoro e sfuggire ai ricatti.

È chiaro che la proprietà dell’Ilva non è in grado di garantire niente, lo ha già dimostrato abbondantemente in questi anni. Proprio per questo l’Ilva va espropriata e nazionalizzata sotto il controllo dei lavoratori e con il coinvolgimento degli stessi cittadini. Questa è la premessa per qualsiasi ragionamento su una produzione compatibile con l’ambiente e la salute, ma anche per poter prospettare un futuro diverso per l’intera città, contrastando chi cercherà di “normalizzare” la situazione affinché, passata la bufera, tutto ritorni come prima, magari con qualche semplice operazione cosmetica.

Senza questa prospettiva, anche le bonifiche prospettate, che sulla carta dovrebbero partire dal rione Tamburi, quello a ridosso dell’acciaieria e del Mar Piccolo, rischiano di essere l’ennesima speculazione sulla pelle del popolo tarantino, che non ha strumenti di controllo per vigilare l’effettivo utilizzo dei fondi stanziati e la loro gestione. Non dobbiamo permetterglielo.

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