Crisi politica in Ucraina - Falcemartello

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Né Yushchenko, né Yanukovich: costruire un'alternativa di classe

La crisi politica scoppiata in Ucraina, e culminata con lo scioglimento della Rada (Camera) da parte del presidente Viktor Yushchenko, a cui si sono opposti sia il parlamento che la Corte Costituzionale, è l’ultimo episodio di una stagione di instabilità del paese, cominciata  con la “rivoluzione arancione” del 2004, e passata attraverso compromessi, riappacificazioni e nuovi scontri.


Le piazze di Kiev tornano ad essere la scena di uno scontro che ha radici profonde nella crisi del capitalismo ucraino e nella guerra tra bande della borghesia nazionale, disposta a pagare 20 euro ad ogni manifestante per far difendere meglio i propri interessi. Negli ultimi giorni c’è stato un tentativo di “conciliazione” tra premier e presidente, con la proposta di Yanukovich di far coincidere le elezioni politiche con le presidenziali e il referendum sull’adesione alla NATO, ma Yushchenko (leader della “rivoluzione arancione” del 2004) ha rifiutato questa proposta, spalleggiato dalla Timoshenko, che fu insieme al presidente una delle principali esponenti dello schieramento filo occidentale e primo ministro per alcuni mesi nel 2005.

Il clima che aveva portato alla nomina di Yanukovich (eterno rivale del presidente ucraino) a primo ministro nell’agosto 2006, basato essenzialmente su un rasserenamento dei rapporti con Mosca, è lontano in questo momento, dopo che sabato scorso due cortei si sono fronteggiati nelle strade di Kiev e che uno dei leader della maggioranza parlamentare (che sostiene Yanukovich), Vasilij Volga ha dichiarato “Se Yushchenko comincerà a giocare, ci sarà la guerra civile” (Izvestia).

L’entrata nella Nato

Anche se la situazione è precipitata a causa delle accuse di violare la costituzione rivolte dagli “arancioni” a Yanukovich, la crisi è strettamente legata al ruolo dell’Ucraina nell’area, e alla sua posizione geopolitica: non è un mistero che da anni l’imperialismo americano prova a mettere piede (e basi) nel paese, e che con la crescita economica della Russia, un’Ucraina sotto il controllo USA o NATO potrebbe essere una minaccia seria per Mosca. Il pretesto di una possibile minaccia nordcoreana o iraniana è chiaramente ridicolo, ed è soltanto una foglia di fico per l’appetito infinito della Casa Bianca, che vuole neutralizzare sul nascere chiunque possa minacciare il suo precario predominio globale. Il 9 aprile Bush ha firmato il “Freedom Consolidation Act”, il quale conferma il sostegno all’ingresso di 5 paesi nella NATO (Ucraina,Georgia, Albania, Macedonia e Croazia), con un budget di 12 milioni di dollari per il solo 2008, vera e propria benzina sul fuoco delle relazioni russo-americane. Ma nonostante le pressioni dell’imperialismo americano sull’Ucraina affinché possa entrare nella NATO, il 57% della popolazione si oppone all’adesione ucraina all’alleanza (Institut Macovoi Informatsiy)

In realtà è molto interessante notare come questa crisi non sia accompagnata una mobilitazione di massa nelle piazze simile a quella che ci fu durante il 2004, ai tempi della “rivoluzione arancione”, le attese riposte (specialmente dai giovani) in un miglioramento delle proprie condizioni di vita si è scontrato con la dura realtà del capitalismo selvaggio tipico dell’Europa Orientale, e nel continuo vortice di privatizzazioni, intensificato da Yushchenko e Timoshenko e proseguito da Yanukovich. Questo clima di disillusione è percepibile non solo a Kiev, o in altre parti del paese (compreso l’ovest, che fu il centro propulsore degli arancioni nel 2004), ma anche tra gli immigrati ucraini, che oggi si trovano a lavorare in Italia (150.000 soltanto in Campania), i quali non hanno alcuna fiducia nella cricca capitalista che si contende potere e denaro in Ucraina.

Due bande capitaliste

I lavoratori ucraini, infatti, non hanno alcun interesse a sostenere una o l’altra delle due bande di capitalisti che si contendono il potere: in un paese in cui il salario medio è di 150 euro mensili, la borghesia continua ad arricchirsi vendendosi al migliore offerente, mentre l’emigrazione ucraina è in costante aumento dalla rivoluzione arancione.

Si illudono le masse con la promessa di un miglioramento delle condizioni di vita con un legame più stretto con la NATO, ma la realtà è che si svende soltanto la sovranità del popolo ucraino al miglior offerente, per poi periodicamente gettare nell’instabilità il paese.

Il capitalismo ha dimostrato in questi 16 anni come abbia soltanto impoverito e depredato l’Ucraina, che ai tempi dell’URSS era uno delle aree più industrializzate al mondo, con gli ex burocrati dell’epoca sovietica che si sono impegnati ad arraffare tutto il possibile (Yulia Timoshenko ha cominciato la sua carriera di multimiliardaria usando la sua posizione da dirigente del Komsomol ucraino per costruire il proprio impero economico), mentre la classe operaia si è trovata ad affrontare condizioni di vita sempre più dure. Oggi coloro che parlano di “libertà”, “democrazia”, “eguaglianza”, sono gli ex servitori dello stalinismo prima del 1991 e di Kuchma (il primo presidente dell’Ucraina postsovietica, che h traghettato il paese verso il capitalismo) poi, che nascondono dietro le parole la volontà di continuare a saccheggiare il paese e peggiorare le condizioni di vita della popolazione, basta dare una semplice occhiata anche su wikipedia per poter leggere le gesta dei protagonisti della crisi, tre banditi pronti a versare il sangue del popolo ucraino per qualche milione di hryvnia (la moneta ucraina) in più.

La propaganda borghese in Occidente prova a nascondere la verità sulla crisi ucraina parlando anche di presunte diversità etniche e linguistiche, quando alla fine i principali dirigenti arancioni provengono anch’essi dall’est ucraino (zona maggiormente russofona) anche se hanno avuto per un certo periodo un forte sostegno nell’ovest del paese, culla del nazionalismo nel XIX e XX secolo. Il vero dramma per i lavoratori ucraini è che non c’è ancora un’alternativa in campo, visto che il Partito Comunista Ucraino (KPU) e il Partito Socialista di fronte alle crisi sono sempre in grossa difficoltà, con il KPU che ha perso anche enormi consensi, passando dal 20% del 2002 al 3,6% delle elezioni del 2006. Non basta denunciare, come ha fatto Petro Simonenko (segretario del KPU) nella seduta del 3 aprile alla Rada, che Yulia Timoshenko ha ricevuto istruzioni dettagliate da Washington, ma cominciare a porre le basi per egemonizzare il malcontento diffuso in Ucraina, su una piattaforma di opposizione sociale alle forze borghesi filo-imperialiste, creando un fronte unico anche con i sindacati, ponendosi anche in alternativa a Yanukovich e agli interessi dell’imperialismo russo: entrambi gli schieramenti in campo in questi giorni di crisi hanno preferito tenere riunioni con gli ambasciatori americano e russo, invece di proporre qualche via d’uscita autonoma rispetto alla crisi.

Questo stato di cose non può continuare in eterno, né tantomeno le masse potranno sempre essere raggirate dal finto populismo della Timoshenko e di Yushchenko. I lavoratori devono unire le proprie forze per combattere le due cricche al soldo degli imperialismi, per poter costruire l’unica, vera alternativa a questo sistema marcio e corrotto, l’alternativa socialista.

12 aprile 2007 

 


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