Dopo le elezioni in Francia e Olanda - Falcemartello

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Perché in Europa avanza la destra

Dopo le elezioni olandesi i riflettori dei mass-media sono stati puntati sulla travolgente ascesa della Lista Pym Fortuyn (Lpf), la lista di destra razzista ed ostile all’immigrazione formatasi intorno al leader recentemente assassinato. Una campagna elettorale condotta sulla base dello slogan razzista "l’Olanda è piena" e l’assassinio di Fortuyn pochi giorni prima delle elezioni hanno portato questo raggruppamento, a pochi mesi dalla sua nascita, a diventare il secondo partito nel parlamento olandese dopo i Cristiano democratici, relegando al terzo posto i laburisti del premier Wim Kok.

Ad oltre un anno dall’affermazione di Berlusconi in Italia la socialdemocrazia europea, che negli ultimi anni ha governato la maggior parte degli stati membri dell’Unione, sta perdendo terreno un po’ ovunque.

In Francia, la crescita del Fronte Nazionale di Le Pen, ma soprattutto il tracollo della "gauche plurielle" di governo e la conseguente vittoria di Chirac, sono state confermate anche nel risultato delle elezioni legislative di giugno che assegna ai neogollisti una schiacciante maggioranza parlamentare. La sconfitta di misura dei socialisti portoghesi nelle elezioni del 17 marzo a favore dei socialdemocratici (che nonostante il nome sono il partito tradizionale della destra portoghese), la sconfitta socialista nelle elezioni danesi ed altri risultati di elezioni parziali in altri paesi sembrerebbero indicare che il pendolo politico a livello europeo starebbe spostandosi decisamente verso destra.

Siamo dunque di fronte ad una svolta reazionaria dell’orientamento delle masse? E soprattutto, in molti si domandano: esiste oggi una concreta minaccia fascista?

Naturalmente per rispondere adeguatamente a queste domande occorre mantenere il senso della proporzione. In nessuno di questi paesi abbiamo assistito ad una manifestazione di forza della destra (che quasi dappertutto ha perso voti in senso assoluto), né da parte della destra borghese tradizionale di governo, né da parte delle organizzazioni più apertamente reazionarie come il Fronte Nazionale di Le Pen o il Partito Popolare portoghese, che restano partiti di riferimento secondario per le classi dominanti di questi paesi e non hanno sperimentato un aumento così rilevante del loro consenso. Fondamentalmente siamo di fronte ad un processo di inasprimento su scala internazionale del conflitto fra le classi che in Europa si esprime con alti livelli di astensionismo a fronte della crisi della socialdemocrazia e dei partiti socialisti o comunisti responsabili di decenni di politica di collaborazione di classe con la borghesia.

In una serie di paesi l’estrema volatilità a livello elettorale si accompagna ad un processo di risveglio della lotta sindacale. La crisi verticale di quei partiti socialisti, socialdemocratici o comunisti che per anni hanno subordinato gli interessi della classe lavoratrice alle compatibilità dei padroni, partecipando o addirittura guidando governi capaci di proporre ai lavoratori solo sacrifici, mentre al padronato hanno dispensato profitti record, regalie ed incentivi di ogni tipo non implica di per sé che sia in atto un generale spostamento della società verso la reazione o che sia possibile in questa fase la stabilizzazione di regimi reazionari su basi capitaliste. Si vedano gli esempi dell’Italia, dove la vittoria di Berlusconi ha radicalizzato ed esteso lo scontro di classe o della Spagna dove, dopo un periodo di collaborazione della direzione sindacale con il governo Aznar, il conflitto è esploso con la convocazione di uno sciopero generale il 20 giugno che ha visto l’adesione massiccia dei lavoratori.

La pace sociale è finita in tutta Europa e la "pacifica" Olanda ne è solo l’ultimo esempio. Come già Marx ed Engels notarono, talvolta la frusta della reazione può sortire l’effetto di radicalizzare la lotta di classe. Il futuro sarà caratterizzato dal risorgere dello scontro di classe e da un’enorme volatilità ed instabilità del quadro politico in tutti questi paesi, nessuno escluso. Gli enormi scioperi generali in Italia, Grecia e Spagna e le manifestazioni di centinaia di migliaia di giovani e lavoratori in Francia dopo la crescita del Fronte Nazionale di Le Pen di questi ultimi mesi dimostrano quanto questo processo di radicalizzazione sia profondo e ampio e la destra al potere non abbia altro effetto che di togliere margini di manovra alle burocrazie sindacali e rendere più urgente per i lavoratori reagire con la lotta agli attacchi.

La crisi del "modello olandese"

Il voto olandese segna la fine di un equilibrio ventennale, il cosiddetto "modello olandese", sancito dal patto di Wassenaar del 1982 tra sindacati e governo, nel quale si stabiliva di imporre una moratoria generale agli aumenti salariali a fronte dell’introduzione e alla generalizzazione della cosiddetta "flessibilità" nel mercato del lavoro. Le conseguenze a carico dei lavoratori olandesi di questa politica suicida da parte della direzione sindacale sono state particolarmente pesanti. Il preteso miracolo economico del modello olandese, di far convivere alti livelli di vita con lo Stato sociale e i livelli europei più alti di "flessibilità" delle condizioni di lavoro ha in realtà prodotto una moltiplicazione delle fonti di insicurezza e instabilità dentro e fuori dai posti di lavoro: precarizzazione, diffusione di massa del lavoro temporaneo, aumento dei ritmi, aumento dell’autoritarismo e della pressione fisica e psicologica sui lavoratori e diffusione su basi di massa delle patologie legate allo stress sono l’altra faccia della medaglia del "miracolo" olandese.

Dal patto di Wassenar (1982) al 2000, con la complicità della direzione laburista e sindacale, i profitti dei capitalisti olandesi sono aumentati dell’873%! Non stupisce dunque che un noto consulente aziendale olandese abbia potuto rilevare con soddisfazione che:"tra gli anni ’80 e i primi anni ’90 il nostro paese ha vissuto un enorme calo del costo del lavoro e questo senza provocare grandi scioperi". L’aumento di produttività del lavoro non si è riflesso in un aumento del tenore di vita, ma ha alimentato esclusivamente i profitti. Se nel 1981 in media per conseguire un milione di Guilder (la valuta olandese prima del passaggio all’Euro) erano necessari in media 149 lavoratori, nel 2000 la stessa quantità di profitto è stata generata in media da solo 23 lavoratori.

Il risultato di questo processo è stato quello di creare crescenti diseguaglianze nella società olandese, nonostante la crescita economica, e inasprire la divisione della società in classi. Tutto ciò fino ad oggi si è espresso fondamentalmente nell’accumulazione di enormi tensioni all’interno della società che non trovavano un’espressione sul terreno politico o della lotta di classe, ma si manifestavano nell’aumento della sfiducia su un piano generale verso la politica. In particolare negli ultimi otto anni la compromissione diretta con le politiche padronali della direzione laburista al governo ha alimentato questo distacco, impedendo che l’enorme frustrazione accumulata potesse esprimersi chiaramente in un’opposizione della classe lavoratrice alle compatibilità della classe dominante olandese.

Cos’è la lista Pym Fortuyn?

In questo contesto Pym Fortuyn è apparso a molti come l’unico capace di criticare il sistema. La lista Pym Fortuyn, anche sulla base dell’assassinio del suo leader, ha conquistato 26 seggi, sopravanzando il partito laburista come secondo partito. Anche in questo caso occorre sottolineare quale sia stato il ruolo del terrorismo individuale. Quali che siano gli autori dell’omicidio di Fortuyn il suo assassinio non ha certo contribuito a difendere gli interessi dei lavoratori olandesi o degli immigrati che sarebbero stati i bersagli principali della sua politica razzista, né ha sortito l’effetto di "fermare la destra", al contrario l’effetto politico di questo attentato è stato quello di rafforzare la reazione.

Pym Fortuyn non era un fascista, ma un demagogo reazionario dalle caratteristiche peculiari: dichiaratamente omosessuale, si distingueva nei suoi attacchi alla burocrazia e sosteneva apertamente la scelta di legalizzare droga, prostituzione, eutanasia e matrimoni omosessuali. A fianco di questa facciata "liberale" quella più apertamente reazionaria: la propaganda razzista a favore dell’abolizione del primo articolo della costituzione olandese che proibisce la discriminazione e la rivendicazione di chiudere le frontiere all’immigrazione.

La Lpf non può essere definita un partito, ma una accozzaglia, formata ad hoc, di elementi contraddittori privi di una ideologia di riferimento unificante, la qual cosa riflette in maniera fedele lo stato di confusione politica che regna nella piccola borghesia olandese, in cerca di soluzioni magiche ai propri problemi. Un’entrata in maggioranza a fianco dei Cristiano-democratici potrebbe porre su questo raggruppamento una pressione tale da determinarne la frantumazione in tempi brevi.

Instabilità politica e ripresa delle lotte operaie

Pur rafforzandosi notevolmente (passando da 4 a 9 seggi) il piccolo Partito socialista, di origine maoista e ora su posizioni riformiste di sinistra, non rappresenta agli occhi della massa dei lavoratori un’alternativa ai laburisti. Il vuoto è stato riempito temporaneamente dalla Lpf che però non sarà in grado di consolidare questo appoggio. I Cristiano-democratici non sono in grado di esprimere da soli una maggioranza parlamentare. Ciò rende il quadro politico molto instabile anche considerando che, negli ultimi mesi, si è vista una ripresa significativa del conflitto di classe. La vittoria degli operai edili ai primi di maggio dopo uno sciopero di sette settimane, il più lungo di sempre in questo settore, e lo sciopero che ha paralizzato i 30 stabilimenti della Philips a marzo nella lotta più grande della storia della multinazionale olandese da 50 anni a questa parte rappresentano i casi più eclatanti di ripresa delle lotte operaie.

La lotta di classe riemerge anche a partire da aziende quali quelle del settore delle nuove tecnologie, considerate le punte di diamante del modello olandese, nelle quali il sindacato era assente o debole e le relazioni tra lavoratori e azienda erano state improntate alla trattativa individuale più che alla lotta collettiva. La decisione dei padroni di imporre una moratoria alla contrattazione individuale degli aumenti salariali sta portando questi lavoratori a scendere sul terreno dell’organizzazione e della lotta collettiva. A questo proposito il quotidiano olandese Volkskrant riportava un interessante commento, che deve farci riflettere: "Lo stesso malessere [la crisi economica] che compatta gli imprenditori sta riunendo anche i lavoratori in un fronte comune. Si sta creando una situazione di scontro fra padroni e lavoratori. I vecchi tempi stanno tornando".

I limiti della reazione

Le elezioni olandesi confermano quindi la lezione di quelle italiane, francesi, ecc.: la destra avanza non per propria forza irresistibile, ma per il vuoto e la delusione creati dai governi di sinistra. Inoltre, la borghesia europea è oggi interessata ad affondare il colpo contro i sindacati, spinta dalle proprie necessità di competere in una fase di crisi economica.

Tuttavia esiste un chiaro limite al pieno sviluppo della reazione oggi in Europa. Già nel 1994, dopo le elezioni italiane, e nel 1995, dopo quelle francese (entrambe vinte dalla destra), molti a sinistra parlavano di vittoria del fascismo, di uno spostamento di massa verso destra, ecc. Tutte quelle posizioni si rivelarono sbagliate quando, pochi mesi dopo, gli scioperi di massa rovesciarono entrambi i governi.

Partecipare al governo sulla base dell’illusione che sia possibile "gestire in modo più equo" il capitalismo apre la strada solo ad una politica di controriforme come quella di Blair, Schroeder, D’Alema e Jospin che demoralizza i lavoratori e prepara il terreno per la reazione. La sconfitta di questa prospettiva negli ultimi anni e la mancanza di un’alternativa credibile per i lavoratori sta creando lo spazio per la crescita dell’astensionismo a sinistra e per la diffusione tra la piccola borghesia e strati di lavoratori più arretrati dell’illusione di poter risolvere i propri problemi dando fiducia ai poteri miracolistici del demagogo di turno, ma l’appoggio concesso è estremamente instabile e può trasformarsi velocemente nel suo contrario.

Esiste un chiaro limite allo sviluppo di un’egemonia di destra in Europa, e questo limite è costituito dalla forza del movimento operaio organizzato. Un conto è che la destra vinca delle elezioni, grazie alla delusione seminata dai governi di sinistra o centrosinistra. Tutt’altra cosa è tradurre questi risultati elettorali in un reale ribaltamento dei rapporti di forza nella società. Per farlo, non bastano i voti ma è necessario sconfiggere sul campo i lavoratori e i sindacati, e questo non è ancora avvenuto in nessun paese europeo. Al contrario l’esempio italiano, greco e spagnolo mostra la ripresa della lotta sindacale e la forza tutt’ora sostanzialmente intatta delle organizzazioni dei lavoratori.

All’ordine del giorno non c’è quindi lo sfondamento della destra, ma piuttosto la ripresa del conflitto sociale su scala continentale e, in realtà, su scala mondiale.

Un altro limite evidente nell’offensiva della destra è costituito dalla difficoltà nell’impiegare la repressione su scala di massa. Certo i vari Berlusconi, Aznar, Chirac e compagnia non si fanno alcun problema a scagliare la polizia contro i manifestanti, o a varare nuove leggi liberticide (come la legge sui partiti politici che il governo Aznar sta approvando, rivolta in primo luogo contro il partito basco Batasuna, ma che in realtà è rivolta contro ogni opposizione sociale o politica). La repressione di Genova non fu certo un caso, così come non lo sono le decine di arresti e fermi di attivisti sindacali in Spagna prima del recente sciopero generale.

Polarizzazione politica

Tuttavia queste misure si sono dimostrate impotenti contro l’ascesa delle mobilitazioni, e hanno anzi suscitato un’opposizione di massa. Qualsiasi tentativo di utilizzare la repressione su vasta scala oggi porterebbe direttamente a un’esplosione di lotte come non si vede da decenni in Europa.

Né possono svolgere questo compito i partiti dichiaratamente fascisti come Forza Nuova o il Bnp inglese, gruppi violenti ma senza una vera influenza di massa. Per la classe dominante è oggi quasi impossibile mobilitare le masse piccolo-borghesi e il sottoproletariato in chiave antioperaia, caratteristica fondamentale del fascismo degli anni venti e trenta. La totalità delle organizzazioni fasciste o semifasciste sono ridotte alle dimensioni di sette virulente con scarso radicamento di massa. Potrebbero orientarsi ad attività di tipo terroristico, ma questo esprimerebbe solo la loro impotenza. Questo naturalmente non rende meno pericolosi i fascisti e di fronte ad attacchi a militanti o alle organizzazioni di classe è necessario costruire l’autodifesa dei lavoratori, ma ne limita fortemente ogni aspirazione a conquistarsi basi di massa.

Dire questo non deve però significare alimentare un ottimismo ottuso. Le condizioni economiche e sociali in Europa si inaspriranno sempre di più nei prossimi anni. Il capitalismo è entrato in una fase di crisi e convulsioni che sconvolgeranno le certezze acquisite da tutte le classi sociali, e inevitabilmente la risposta della classe dominante sarà quella di alimentare la disperazione delle fasce più deboli della società e di orientarle verso sbocchi reazionari, come dimostra la campagna antiimmigrati che coinvolge ormai in tutti i paesi i partiti di destra.

Se il movimento operaio fallisce nel compito di indicare una soluzione rivoluzionaria ai mali del capitalismo, se si dimostrasse incapace di porsi alla testa di tutti gli altri strati sfruttati della popolazione, allora sulla base della disperazione e delle sconfitte si aprirebbe uno spazio per la formazione di regimi reazionari e repressivi. La polarizzazione politica che oggi comincia a svilupparsi, inevitabilmente avverrà su due fronti: verso sinistra, ma anche verso destra, e di fronte a una sconfitta decisiva della classe operaia quelle tendenze oggi minoritarie ma comunque presenti nei partiti di destra, che si pongono l’obiettivo di arrivare alla formazione di regimi pienamente reazionari potrebbero prendere il sopravvento.

La miglior lotta contro il razzismo, il fascismo e l’avanzata delle destre comincia quindi con la lotta per l’affermare la prospettiva socialista all’interno del movimento operaio. Solo l’azione di organizzazioni in grado di mobilitare milioni di lavoratori come i sindacati o i partiti di massa della classe lavoratrice sulla base di un programma comunista può togliere ogni base d’appoggio all’interno della società per la reazione e preparare il terreno per la trasformazione socialista della società nel nostro paese e a livello internazionale.