I dieci giorni che sconvolsero la Danimarca - Falcemartello

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"Possiamo far funzionare il paese anche senza gli imprenditori"

I dieci giorni che sconvolsero la Danimarca

Lunedì 27 aprile circa 500mila lavoratori danesi del settore privato hanno dichiarato uno sciopero ad oltranza durato quasi 11 giorni. Questo è stato il movimento più forte in Danimarca dal 1985, quando quasi un milione di lavoratori avevano paralizzato il paese per 10 giorni.

 

Le trattative fra imprenditori e sindacati del settore privato avevano portato in primavera ad un accordo. I vertici sindacali
indissero un referendum per sancire l’accordo. I lavoratori però, dopo anni di profitti record per gli imprenditori (un aumento del 60% dal 1993) e di sacrifici per loro, votarono in maggioranza contro l’accordo (55%). Le rivendicazioni più importanti della lotta, che riflettevano il suo carattere chiaramente offensivo, erano una settimana in più di vacanze retribuite all’anno e l’introduzione della giornata lavorativa di 35 ore.

Lo sciopero ha coinvolto circa 500 mila lavoratori del settore alimentare, delle ferrovie, gli aeroportuali, i distributori di carburante, i metalmeccanici, gli edili, gli edicolanti, etc. In un paese di 5 milioni di abitanti questo ha significato la paralisi del paese per dieci giorni.

La borghesia ha lanciato una campagna terroristica contro il movimento dichiarando che lo sciopero avrebbe provocato grossi problemi alla popolazione nell’approvigionamento dei generi alimentari, nel procurarsi medicinali, e che ci sarebbe stato il caos generale. Per dare più forza a questa campagna il padronato ha minacciato (e messo parzialmente in atto) una serrata nel settore del commercio. Gli scioperanti hanno rispoato garantendo che nulla sarebbe venuto a mancare in caso di necessità. Sono coordinati perfino con l’organizzazione nazionale dei ciechi per offrire alla popolazione qualsiasi aiuto fosse stato necessario!

Un delegato sindacale in una riunione nazionale ha dichiarato: "È chiaro che sono gli imprenditori che vogliono
chiudere la Danimarca, non noi. Loro non sono in grado di far funzionare il paese senza i lavoratori, però noi possiamo farlo funzionare senza di loro".

Queste non erano solo parole, per esempio per avere la benzina serviva un’ autorizzazione firmata dal sindacato dei trasporti che la concedeva solo in caso di autentica necessità (ambulanze, etc.). Senza autorizzazione nemmeno la polizia poteva avere il carburante. Qualsiasi sciopero generale pone la domanda: "Chi gestisce il paese?", e la risposta è ora molto chiara nella testa dei lavoratori danesi.

Lo sciopero, cominciato nel settore privato, ha raccolto simpatie anche tra i lavoratori del settore pubblico che ne appoggiavano le rivendicazioni. Se si fosse allargato lo sciopero al settore pubblico sarebbe stata garantita la vittoria.

Il 29 di aprile si è tenuta una riunione nazionale di delegati sindacali a Odense con la partecipazione di circa 1.200 delegati dove si è deciso di eleggere comitati di coordinamento nazionali e locali per organizzare lo sciopero. Purtroppo nemmeno questo movimento di delegati sindacali è stato capace di organizzarne l’estensione della lotta al settore pubblico.

Il Primo maggio (5° giorno dello sciopero) ci sono stati comizi e manifestazioni a Copenaghen, al comizio principale hanno partecipato fra 350 e 500mila persone.

Malgrado lo scandaloso silenzio della stampa, lo sciopero ha ricevuto importanti segni di solidarietà internazionale. I lavoratori degli aeroporti in Svezia hanno bloccato il tentativo padronale di dirottare i voli da Copenaghen. Anche i sindacati finlandesi hanno dichiarato di non essere disposti a fare i crumiri realizzando lavori provenienti dalla Danimarca.

L’appoggio allo sciopero e l’opposizione all’intervento del governo per farlo finire, sono cresciuti durante il movimento. In una inchiesta pubblicata il 1° maggio, più del 50% della popolazione ha dichiarato il suo appoggio allo sciopero (appoggio che arrivava al 75% tra gli elettori del partito socialdemocratico). Lo sciopero si manteneva solido e gli imprenditori cominciarono a chiedersi se esistesse una "dittatura del proletariato" non potendo fare neanche un passo senza il permesso dei sindacati.

Molti investitori stranieri e compagnie che lavorano con imprese danesi hanno dichiarato che se lo sciopero si fosse protratto per più di dieci giorni, si sarebbero ritirati dal paese. Questa minaccia ha spinto il governo (una coalizione dominata dai socialdemocratici) dopo 11 giorni di sciopero, ad approvare in parlamento (con i voti dei partiti borghesi) una legge di arbitrato obbligatorio basata sull’offerta iniziale che era stata rifiutata dai lavoratori.

La proposta iniziale aggiungeva due giorni alle cinque settimane di vacanze pagate all’anno. La nuova legge aggiungeva un altro giorno per tutti i lavoratori impiegati in una azienda da più di nove mesi e due giorni in più per quelli che hanno figli minori di 14 anni. Per finanziare questi giorni in più di vacanza, proponevano di ridurre la quota imprenditoriale per i fondi pensione e di cancellare la nuova tassa sul rimborso per malattia che i padroni pagano allo Stato.

In pratica, il costo dei giorni in più di vacanza (di cui una parte non spettano a tutti i lavoratori) lo pagano il governo, e i lavoratori, attraverso un aumento delle trattenute sulla pensione. Gli scioperanti descrivono questo come "dar da mangiare al cane la sua stessa coda" insistendo sul fatto che gli imprenditori avevano margini di guadagno sufficienti per permettersi di pagare le vacanze aggiuntive di tasca propria. Ma visto che lo sciopero non aveva una direzione, la rabbia per l’accordo proposto dal governo non trovava un canale di sfogo.

Il 7 maggio si è tenuta un’importante riunione di 1.000 delegati sindacali, lo stesso giorno in cui il governo discuteva la legge. I dirigenti sindacali speravano di convincere i delegati che quello era il migliore accordo che si poteva ottenere. Nonostante ciò l’ambiente tra i delegati rimaneva di forte radicalizzazione: dato che la rivendicazione principale era la sesta settimana di vacanza, non si poteva accettare nulla di meno. Per questo motivo quando un giovane apprendista si alzò e disse, durante la riunione, che il coordinamento nazionale dei delegati aveva il dovere di prendere la direzione del movimento, mantenere lo sciopero e combattere l’intervento del governo con uno sciopero generale, nella sala si alzò un grido "sciopero generale, sciopero generale".

Nell’assemblea si propose di convocare una marcia su Copenaghen per protestare contro l’intervento del governo sottolineando la necessità di estendere lo sciopero al settore pubblico. Queste proposte sono state accolte con molto entusiasmo. Nonostante ciò la presidenza è riuscita a non farle votare e la riunione è finita senza un’idea ben chiara su quello che andava fatto.

Per la mancanza di una linea chiara, la maggior parte dei lavoratori è tornata al lavoro lunedì 11. Malgrado il governo avesse dichiarato illegale lo sciopero, quel lunedì in molte aziende si tennero assemblee e i lavoratori decisero di fermarsi ugualmente. Questo è successo ad esempio nella gigantesca area del cantiere per la costruzione del ponte tra la Svezia e la Danimarca, e in molti altri posti. Altri, come i lavoratori dell’aeroporto di Copenaghen, hanno deciso di sospendere il loro contributo al partito Social democratico per protesta. In generale c’è un forte sentimento di rabbia verso il governo per il suo intervento. Questo sicuramente ha avuto delle conseguenze nel referendum sul trattato di Maastricht del 28 maggio. Referendum che è passato con una risicata maggioranza. La frustrazione è particolarmente sentita dai lavoratori perché sono convinti che se lo sciopero fosse durato un’altra settimana, avrebbero vinto facilmente.

Questo sciopero è stato eccezionale da molti punti di vista: la determinazione e l’unità del movimento, la sua ampiezza, il fatto che è stato un movimento rivendicativo e non difensivo, la paura che ha provocato nel padronato, etc. Ci sono tuttavia due lezioni fondamentali da trarre: la prima è il fatto che una volta che i lavoratori decidono di muoversi la loro forza è enorme e possono bloccare il paese, la seconda è che senza una direzione chiara, che abbia fiducia nei lavoratori e una strategia altrettanto chiara con l’obiettivo di estendere il movimento, non si può vincere. La lezione fondamentale per gli attivisti è la necessità di costruire un’opposizione seria e militante nei sindacati e nei partiti dei lavoratori non solo in Danimarca, ma in tutto il mondo.