Islanda - Le proteste di massa fanno cadere il governo - Falcemartello

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Le proteste nella capitale Reykjavik hanno trascinato migliaia di persone nelle strade nelle più grandi manifestazioni che l’Islanda abbia mai visto. Il risultato è che il governo di coalizione tra i Socialdemocratici (Samfylkingin) e il Partito Conservatore Indipendente è crollato. Il governo dell’Islanda è così il primo cadere in conseguenza dell’attuale crisi economica. Non sarà l’ultimo.

 

dal sito In defence of Marxism

Venerdì, il Primo Ministro islandese, Geir H. Haarde, usando le proprie difficoltà di salute come pretesto, ha convocato nuove elezioni per il 9 maggio e ha detto che non si ricandiderà. Sarebbe rimasto Primo Ministro fino ad allora. La scorsa domenica, il ministro del commercio, socialdemocratico, si è dimesso dal governo dopo aver licenziato il consiglio dei supervisori finanziari. Si è addossato la responsabilità per la crisi e chiesto con urgenza nuove elezioni. Lo stesso giorno il vicepresidente della Banca Centrale, pure socialdemocratico, si è dimesso. Sembra che il Partito Socialdemocratico stia svignandosela dal governo dalla porta posteriore. Lunedì infine la coalizione si è rotta, dopo un incontro tra gli alleati di governo.

Il Primo Ministro dichiara che i Socialdemocratici rifiutano di cooperare e sostiene che il partito è costituito in realtà da tre partiti diversi. Secondo Haarde, i Socialdemocratici ambivano al posto di Primo Ministro, richiesta che considerava irragionevole. Ha anche criticato i dirigenti socialdemocratici di non avere avuto la forza sufficiente per mantenere salda la coalizione. Quel che vuole dire è che il partito si è piegato sotto la pressione delle masse.

Proteste di massa nelle strade di Reykjavik

Fin dal crollo e dalla nazionalizzazione delle banche islandesi in ottobre, ogni settimana vi sono state proteste fuori dal Parlamento, organizzate dal movimento “Voci del Popolo”. In assenza di una vera direzione della classe lavoratrice, un gruppo di intellettuali e di personalità del mondo della cultura ha preso la direzione di questo movimento.

Il Partito Socialdemocratico, il partito tradizionale della classe operaia, è stato visto parte del governo screditato contro cui erano dirette le proteste, e sperava di continuare come se nulla fosse e ad appellarsi per l’unità nazionale. Il Partito rosso-verde, benché al di fuori dalla coalizione, si è perso nel riformismo piccolo-borghese ed è stato colto completamente di sorpresa quando il movimento è cominciato. I sindacati si sono comportati in modo simile ai Socialdemocratici e inizialmente avevano aperto trattative con il governo su una nuova legge sul lavoro. Come in molti altri Paesi, i dirigenti della classe lavoratrice avevano perso il contatto con la base.

Le proteste sono proseguite ogni sabato per tutto l’autunno, coinvolgendo 2-3.000 partecipanti. Verso la fine di novembre, vi sono stati segni che la protesta stesse cominciando ad avere un effetto. I sindacati hanno rivendicato che diversi ministri rassegnassero le dimissioni. In dicembre, anche i giovani hanno iniziato a protestare, anche al di fuori delle proteste del sabato. A Capodanno i dimostranti hanno interrotto la tradizionale trasmissione televisiva dei partiti politici. Quindi, al congresso del Partito Progressista (un partito liberale con una base tra i proprietari terrieri) il 17 gennaio è stato eletto un nuovo segretario che ha iniziato a domandare la rottura della coalizione.

Il movimento non si è limitato alle proteste, in ogni caso. Si è avviato un processo di discussione tra i partecipanti, che cercavano di comprendere che cosa fosse stato sbagliato. Le masse vogliono maggiore controllo sui propri dirigenti. Vogliono che cessino la corruzione e il nepotismo che ha reso pochi molto ricchi lasciando a tutti gli altri il conto da pagare. In modo analogo alla rivoluzione in Venezuela, che iniziò con un appello per una nuova costituzione, gli Islandesi chiedono ora di avere voce in capitolo nell’amministrazione del proprio Paese. Negli ultimi sei mesi si sono tenuti molti incontri in tutto il Paese per discutere della crisi economica. I ministri sono stati invitati a spiegare le proprie azioni, ma i loro tentativi di scaricare le responsabilità sul sistema finanziario e su Gordon Brown non sono riusciti a spegnere il malcontento. Al contrario, il movimento si è sempre più radicalizzato e ha invocato le dimissioni dell’intero governo.

L’ultima settimana

Alla riapertura del Parlamento, il 19 gennaio, ai parlamentari è stato inizialmente impedito di riunirsi, dal momento che 2.000 manifestanti bloccavano l’accesso al palazzo. Le proteste sono continuate martedì, mercoledì e giovedì. Violenti scontri sono cominciati a scoppiare tra polizia e giovani manifestanti. Nonostante, come in Grecia, i giovani abbiano giocato il ruolo prevalente nelle proteste, è chiaro che godono dell’appoggio dei lavoratori. Da alcuni luoghi di lavoro sono state perfino inviate delegazioni alle manifestazioni.

Molti al vertice speravano che le dimissioni del Primo Ministro il venerdì avrebbero spento l’ira delle masse. Sembra probabile che questo annuncio sia stato fatto per timore di quello che sarebbe potuto accadere durante la manifestazione di sabato. Ma invece di calmarle, questo annuncio ha reso più combattive le masse. Una manifestante scrive sul suo blog:

“L’energia era incredibile – completamente diversa dallo spirito di rabbia, rassegnazione e disperazione che prevaleva negli ultimi tempi. È come se la nostra ultima vittoria [l’intenzione del Primo Ministro di indire le elezioni] abbia liberato una eccezionale energia ed euforia, e la manifestazione di ieri è stata quasi come una celebrazione. È stato fantastico essere là, nel cuore del cambiamento e in un momento così cruciale nella storia della nostra nazione.” (Power to the People, The Iceland Weather Report, 25 gennaio 2009)

La più grande protesta nella storia dell’Islanda ha riunito circa 5.000 persone. Lo slogan più popolare è stato "Vanhæf ríkisstjórn!" (governo incompetente), e i manifestanti hanno cantato canzoni nazionali tradizionali, invocando il diritto del popolo a riappropriarsi del Paese. Le proteste sono continuate anche di notte e la domenica si sono tenute isolate proteste fuori dagli uffici della Banca Centrale, con la richiesta delle dimissioni del suo consiglio di amministrazione. Durante tutte le proteste il Primo Ministro ha mantenuto una posizione ferma contro i manifestanti, e ha continuato a ripetere che non si sarebbe dimesso. Tuttavia, il lunedì lo ha fatto e la base militante del Partito Socialdemocratico ha giocato un ruolo essenziale.

Il Partito Socialdemocratico e le organizzazioni di massa

L’autunno ha visto un rapido mutamento nelle preferenze degli elettori. Il Partito Conservatore Indipendente ha perso un terzo dei suoi consensi mentre il Partito rosso-verde li ha raddoppiati. Non a spese del Partito Socialdemocratico, però, che è riuscito a mantenere il suo 27% dell’elettorato. Se le elezioni fossero state allora, la sinistra avrebbe ottenuto il 60% dei voti. Ma la direzione del Partito Socialdemocratico non era interessata a una simile prospettiva, preferendo mantenere l’attuale coalzione nella speranza che le proteste sarebbero cessate. Ma le masse non hanno assecondato i desideri dei leaders. Al contrario, le proteste sono aumentate e hanno cominciato a esercitare una pressione all’interno dello stesso Partito Socialdemocratico.

Come in molte altre nazioni, la direzione della classe lavoratrice sta cercando di porre un freno al movimento; “unità nazionale!” è stato il grido dei leader del Partito Socialdemocratico e dei loro alleati nel Partito Conservatore Indipendente. Il genere di “unità nazionale” che hanno in mente è quello che consentirebbe loro di attaccare lo stato sociale e aumentare le tasse per ripianare i debiti verso le banche estere. Il segretario del Partito Socialdemocratico, che è stato anche ministro in questo governo, lo ha difeso per molto tempo, rifiutando di rompere la coalizione.

La posizione del suo segretario ha provocato il crollo del Partito Socialdemocratico nei sondaggi. Come abbiamo visto, per tutto l’autunno il partito era riuscito a mantenere il proprio consenso nei sondaggi intorno al 27%. Ma nell’ultimo sondaggio, il partito ha perso metà dei suoi sostenitori in favore del Partito Progressista, il cui segretario era a favore dello scioglimento della coalizione.

Un partito in crisi

La base militante del partito socialdemocratico ha iniziato ad agire. Un’assemblea della sezione di Reykjavik del partito martedì ha fatto appello per lo scioglimento della coalizione e nuove elezioni questa primavera. Il vice-segretario del partito è stato spinto in un conflitto più o meno aperto con il segretario, quando ha appoggiato la richiesta di nuove elezioni, dicendo che il partito “non dovrebbe temere la nazione”. All’assemblea, uno dei partecipanti ha invocato le dimissioni per tutti i parlamentari del partito e ha ricevuto un applauso scrosciante dalla platea. La sezione di Reykjavik raccoglie la grande maggioranza dei membri e questa spaccatura nella leadership è il risultato della pressione dei lavoratori che costituiscono ancora la base del partito.

Giovedì, Ingibjörg Sólrún Gísladóttir, il segretario socialdemocratico, ha iniziato a far circolare la voce che fossero necessarie nuove elezioni. Quindi venerdì i ministri socialdemocratici molto probabilmente hanno fatto pressioni sul Primo Ministro affinché convocasse nuove elezioni e si dimettesse. Conseguentemente, come abbiamo visto, due esponenti socialdemocratici di rilievo, il ministro del commercio e il vice-presidente della Banca Centrale, si sono dimessi, quest’ultimo attaccando allo stesso tempo il governo e chiedendo nuove elezioni.

Così all’interno del Partito Socialdemocratico è scoppiato un conflitto aperto tra la destra che sostiene la coalizione con i Conservatori e la sinistra che si muoverà molto probabilmente verso il Partito rosso-verde. La critica del Primo Ministro Haarde che il partito sia spezzato in tre e che non possa mantenere i propri impegni deve essere letta in quest’ottica. La classe dominante è preoccupata che i Socialdemocratici, dopo aver servito lealmente per anni i suoi interessi, stiano subendo la pressione delle masse e siano costretti a darle una qualche espressione.

Anche il Partito rosso-verde si è spostato a sinistra nel periodo natalizio, e i suoi parlamentari si sono espressi in aperto sostegno del movimento, partecipando anche alle manifestazioni. Eppure, in conseguenza della loro incapacità di unirsi alle prime fasi del movimento, ne sono rimasti ai margini, nonostante le loro percentuali nei sondaggi siano cresciute notevolmente.

Un’economia in caduta libera

Secondo le stime dell’Economist, l’economia islandese si contrarrà almeno del 10% nel 2009, con un tasso di disoccupazione in crescita di dieci volte. La valuta è scesa del 40%, portando a un drammatico incremento dei prezzi dei beni importati. Questo costituisce un pesante attacco al tenore di vita.

Oltre a questo, il debito personale, come in molti Paesi, è aumentato enormemente nell’ultimo periodo, in conseguenza dei prezzi gonfiati delle abitazioni. Il facile accesso a mutui anche per il 100% del valore degli immobili ha spinto molti giovani a indebitarsi fortemente, e adesso hanno grosse difficoltà a ripagarli. La situazione è resa più difficile della difusa prassi di legare i prestiti all’inflazione o di contrarre prestiti in Euro. Il 20% di inflazione significa un aumento del 20% dei debiti di tutti gli Islandesi con prestiti legati all’inflazione, e un crollo del 40% della valuta significa che chiunque abbia contratto prestiti in Euro ha visto il proprio debito aumentare di due terzi. Le prospettive per l’economia islandese sono fosche. Non stupisce che i cittadini siano infuriati nei confronti di politici che sono rimasti a guardare e hanno consentito che questo accadesse.

Il governo contrae prestiti per rilevare le banche

Il debito del governo è aumentato dal 29% al 109% del PIL. Questo significa che la crisi bancaria è costata agli Islandesi l’80% di tutto quanto viene prodotto nel Paese in un anno. Metà di questo andrà a ripianare i debiti accumulati dalle banche nell’ultimo periodo. Il 25% verrà speso per “ricapitalizzare le banche”, cioè rimborsare il denaro che hanno speso per ripianare i debiti dello scorso anno. Un altro 10% del PIL sarà speso per la Banca Centrale, le cui riserve di valuta estera sono state svuotate dalla crisi bancaria. È possibile che parte di questo denaro possa essere coperto attraverso la vendita di società controllate dalle banche, ma nella situazione economica attuale questi beni sono destinati probabilmente a diminuire il proprio valore.

Il deficit nel budget del governo è stimato al 10% del PIL per l’anno prossimo, con una crescita del debito dello stesso importo. Il FMI non sta facendo pressioni sul governo perché ripaghi i prestiti per l’anno prossimo ma per il 2010 vuole che il governo cominci a tagliare le spese e aumentare le tasse – facendo insomma pagare la crisi agli Islandesi. Paul Thomsen, direttore del FMI, commenta che “Potrebbe trattarsi della più costosa ristrutturazione del sistema bancario che il mondo abbia mai visto, in rapporto alle dimensioni dell’economia islandese.”

I politici islandesi sono pronti a minimizzare gli effetti della crisi, con un portavoce del Primo Ministro che afferma che sono “ragionevolmente convinti che avremo le risorse per consentire alla popolazione di mantenere un sufficiente tenore di vita mentre affrontiamo il peggio.” Ma le cifre parlano da sole: il ripianamento di questi debiti non significherà altro che tasse più alte e tagli ai servizi pubblici – un attacco al tenore di vita della popolazione islandese che continuerà negli anni a venire.

La crisi la paghino i banchieri!

Il debito estero dell’Islanda non è stato contratto dai lavoratori islandesi. Il debito non è il risultato dell’acquisto di auto di lusso o dell’investimento nei servizi pubblici. È il risultato della speculazione di una minuscola cricca all’interno della popolazione, che adesso fugge dal Paese alle loro ville all’estero. E ora le banche multinazionali vogliono che sia la popolazione islandese a pagare per il disastro provocato da una minuscola minoranza di super-ricchi.

La crisi dovrebbero pagarla i banchieri, non i lavoratori! Per quale motivo la popolazione islandese dovrebbe pagare per gli errori di una infima minoranza?

Un programma socialista

Il Partito Socialdemocratico e il Partito rosso-verde devono proporre un programma socialista. L’unca via d’uscita per i lavoratori e i giovani in Islanda adesso è sulla base del socialismo. La crisi la paghino i banchieri! Le società ancora nelle mani degli speculatori finanziari vengano nazionalizzate. Per quale motivo dovrebbero continuare a fare lucrosi affari mentre il governo si accolla i debiti delle banche insolventi? I pagamenti dei mutui dovrebbero essere fissati a un livello ragionevole. Chi non è in grado di ripagare il proprio mutuo non dovrebbe comunque perdere la casa. Sulle basi di queste rivendicazioni, il Partito Socialdemocratico e il Partito rosso-verde sarebbero in grado di vincere le elezioni e garantire il tenore di vita dei lavoratori.

La rivoluzione islandese

La speranza della classe dominante islandese è che il movimento perderà spinta e che un nuovo governo sarà in grado di placare la situazione. Ad ogni modo, un simile sviluppo è improbabile. In realtà, i tentativi di congelare i salari da parte delle associazioni padronali e allo stesso tempo di tagliare lo stato sociale mentre il costo della vita aumenta è una ricetta fatta e finita per la lotta di classe. La lotta che si è svolta in questo inverno sulla necessità di un nuovo governo è soltanto l’avvio delle lotte molto più radicali che verranno.

A dispetto delle sue piccole dimensioni, il popolo islandese ha l’opportunità di dare ai lavoratori di tutta l’Europa un esempio. Potrebbe passare alla storia come l’avanguardia della rivoluzione europea. Le classi dominanti di tutta l’Europa guardano già con terrore agli eventi in Islanda. Ma anche i lavoratori osservano. Il governo islandese è il primo a cadere in Europa in conseguenza della crisi del capitalismo, ma non sarà l’ultimo. Le azioni coraggiose degli Islandesi rafforzeranno la volontà dei lavoratori di tutti i Paesi a seguire il loro esempio.

Si è già visto come il Partito Socialdemocratico, il Partito rosso-verde e i sindacati siano stati spinti a sinistra. Questo è solo l’inizio. Per lottare per mantenere il loro tenore di vita, i lavoratori avranno bisogno di trasformare le proprie organizzazioni in organizzazioni di lotta. L’unico modo in cui questo può accadere è per mezzo della costruzione di una tendenza marxista tra le fila delle organizzazioni del movimento operaio.

Che i banchieri paghino per i loro disastri!
No ai licenziamenti! Lavoro per tutti!
No al vergognoso aumento delle rate dei mutui!
Per un governo di sinistra con un programma socialista!

27 gennaio 2009