Scioperi in Romania - Falcemartello

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I lavoratori rumeni passano all’azione

Il 22 gennaio nel monastero di Cozia, a 150 km da Bucarest, è stato firmato un accordo che ha posto fine alla lotta dei minatori, durata 18 giorni. Malgrado tutti i ministri dicano che "nessuno ha vinto, se non il Paese", non è stato affatto così.

Il governo ha dovuto cedere, concordando aumenti del 30% e impegnandosi a mantenere in attività le due miniere che voleva chiudere. Al loro ritorno nella Valle del Jiu, gli scioperanti sono stati accolti dalla popolazione al grido di "vittoria!".

Lo sciopero dei minatori era cominciato il 4 gennaio, in seguito all’annuncio della chiusura di due miniere accompagnata da 6.500 licenziamenti. L’adesione allo sciopero dei 20.000 minatori del bacino carbonifero del Jiu (fino a qualche anno fa erano 40.000) è stata sin dall’inizio praticamente totale. Alla richiesta della riapertura delle miniere era unita quella di aumenti salariali del 35%.

Di fronte alla mobilitazione il governo ha risposto da subito con durezza: come fece l’anno scorso in una situazione analoga, ha rifiutato ogni trattativa e ha isolato la regione, bloccando tutti i treni ed i pullman. Dopo due settimane di sciopero, i minatori hanno deciso di passare alle vie di fatto. Da Petrosani, la città che era diventata il loro quartier generale, sono partiti in 10-15mila verso Bucarest, chi sui camion, chi a piedi. Dopo soli 20 km di marcia, a Tîrgu Jiu, hanno trovato la polizia a sbarrargli la strada, ma né le granate lacrimogene né i manganelli sono riusciti a fermarli. Il giorno dopo sono ripartiti gridando "Bucarest, Bucarest". Su uno degli striscioni c’era scritto "noi moriamo di fame e voi ci picchiate".

La gente lungo la strada solidarizzava con loro e intanto fioccavano le dimissioni: prefetti, ufficiali, direttori di miniere. Hanno marciato per altri 130 km, dormendo nei boschi a -7 gradi, fino a Horezu. Lì il governo aveva fatto disporre blocchi di cemento armato sulla statale e aveva mandato 3.500 uomini aspettandosi una battaglia campale. E così è stato. A mezzogiorno del 21 i minatori sono arrivati ai blocchi. Le donne hanno provato a convincere i poliziotti ma non c’è stato nulla da fare. La sera il bilancio era chiaro: 8 minatori feriti, 124 poliziotti feriti e 50 presi in ostaggio. Il presidente Constantinescu ha fatto sostituire il ministro degli interni e si è preparato a dichiarare lo stato d’emergenza. La mattina dopo alle 5,45, è partito da Bucarest un convoglio militare lungo 3 chilometri composto da blindati e carri armati. Nel pomeriggio però, il primo ministro Radu Vasile è partito in elicottero per il monastero di Cozia dove ha firmato l’accordo.

Sotto il giogo del FMI

La lotta dei minatori non è un episodio isolato ed è il risultato del peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori rumeni. Nel novembre ’96 le elezioni presidenziali sono state vinte da Constantinescu, appoggiato da una coalizione di centro-destra. Questi ha nominato primo ministro Victor Ciorbea che nel febbraio ’97 ha esposto il suo programma: abolizione delle sovvenzioni alle industrie pubbliche (che erano il 90% di tutte le aziende) e liberalizzazione dei prezzi. Il governo spiegava che ciò era necessario per ottenere finanziamenti dal Fondo Monetario Internazionale (414 milioni di dollari) e dalla Banca Mondiale (625 milioni di dollari), malgrado prevedesse che le conseguenze sarebbero state un calo della produzione nazionale (Pil), un aumento della disoccupazione e l’inflazione al 100%. Le previsioni erano giuste. Il Pil, che nel periodo ’90-92 era crollato del 23,9% per poi risalire nel ’93-96 del 17,3%, ha ricominciato a calare: -12,5% nel ’97 e -9,4% nel 1° trimestre del ’98. La disoccupazione è passata dal 6,1% del ’96 al 9,6% del ’98. Ma ancora più grave è il problema dell’inflazione: in otto anni i prezzi sono aumentati di 525 volte, mentre i salari di 300. Nel ’98 il potere d’acquisto del salario medio era la metà di quello del ’90. A Ciorbea è succeduto l’anno scorso come capo del governo Vasile, che ha annunciato come suo programma per il ’99 di ridurre del 15% i debiti delle aziende statali, il che metterà a rischio 70.000 posti di lavoro.

Aumentano le lotte

Tutto ciò ha delle conseguenze. Con un’inflazione altissima, con le aziende in via di privatizzazione che licenziano e quelle statali che ogni tanto si "dimenticano" di pagare, il malcontento cresce e da circa un anno vediamo in Romania un forte aumento dei conflitti di lavoro. L’anno scorso ci sono stati molti scioperi importanti, la maggioranza dei quali spontanei: oltre ai minatori (che si erano mobilitati anche a maggio e a dicembre) ci sono state lotte in fabbriche di trattori, siderurgiche, chimiche, nelle ferrovie, nella sanità.

Il 9 dicembre nel distretto di Bihor hanno scioperato tutti gli operai del settore minerario, petrolifero e metallurgico. Anche gli studenti hanno fatto uno sciopero generale, con l’80% di partecipazione, ottenendo un aumento del 4% del Pil per la spesa per l’istruzione e un salario mensile.

Esemplare è stata la manifestazione a Brasov del 15 novembre, l’undicesimo anniversario della rivolta operaia contro Ceausescu. I lavoratori che erano in piazza erano gli stessi che nell’87 furono imprigionati e torturati per essersi ribellati alla dittatura che li affamava. Il corteo è stato di più di una semplice commemorazione, visto che i protagonisti erano gli operai della "Tractorul", "Hidromecanica" ed altre fabbriche, tutte colpite da licenziamenti e mancati pagamenti, che hanno fatto dimettere i propri dirigenti d’azienda. Gli slogan erano "contro il nuovo potere che non ci illude più".

Il bilancio della lotta

Il malcontento e la voglia di lottare quindi continuano a crescere, anche a causa delle dure politiche imposte dal Fondo Monetario. Ma ciononostante per il movimento operaio ci sono ancora grossi problemi. Il PDSR (Partito della democrazia sociale) anche se ufficialmente ha una linea "socialdemocratica" non ha programmi molto differenti da quelli degli altri partiti. Addirittura, di fronte alla marcia dei minatori, era d’accordo col governo per dichiarare lo stato d’emergenza.

Sul terreno sindacale il panorama è molto diviso. Oltre al BNS (Blocco nazionale sindacale) e al CNS (Confederazione nazionale sindacale), ci sono molti altri sindacati nazionali, locali o di categoria, come il LSMVJ (Lega sindacale minatori Valle del Jiu). Quest’ultimo è guidato dal leader della recente lotta dei minatori, Miron Cozma. Un uomo dal passato ambiguo, per i suoi rapporti con la Securitate (i servizi segreti stalinisti), ed oggi membro del direttivo del partito ultra-sciovinista România Mare (Grande Romania). Il fatto che un personaggio del genere sia un dirigente sindacale la dice lunga…

Quello che possiamo dire è che in Romania, dove ci sono molte analogie con la situazione in Russia, i prossimi anni non saranno di pace sociale.

I lavoratori si troveranno sempre più pressantemente di fronte ad una questione: chi deve gestire le aziende, l’economia, la società? Lo stalinismo è stato spazzato via dalla Rivoluzione del 1989, anche se molti dei suoi vecchi burocrati si annidano nell’apparato statale; il capitalismo sta mostrando la sua natura sulla pelle dei lavoratori.