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Una prospettiva marxista

 

Questa collezione di scritti di Alan Woods che presentiamo al lettore copre un periodo che va dal colpo di Stato fallito dell’aprile 2002 fino ai giorni nostri. Un periodo centrale per comprendere la situazione attuale in Venezuela, che è tanto straordinaria quanto ignorata dai mass media. Non pensiamo infatti di sbagliare se affermiamo che questo libro è il primo studio serio pubblicato in Italia, per chi voglia capire cosa stia realmente accadendo in Venezuela.

Dai potenti della terra il Venezuela è visto con crescente ostilità. Per il governo di Washington fa parte dell’“asse del male”, secondo forse solo a Cuba nella lista dei nemici degli Usa in America latina. Il presidente Chávez è colpevole infatti, come Fidel Castro a Cuba, di non essere un servo ubbidiente. Sfida gli Stati Uniti su vari terreni, e non solo a parole. Dal rifiuto dell’Alca, l’accordo di libero commercio sponsorizzato da Washington, alla creazione di Petrocaribe, accordo di cooperazione in grado di rifornire petrolio a basso costo a tutti i paesi dell’area, fino a proporre un’alternativa ai colossi dell’informazione a senso unico (quello del capitale) attraverso il lancio di Telesur, la televisione pubblica che trasmette da luglio su tutto il continente.

In Italia, nei pochi articoli sui quotidiani dove si dedica uno spazio alle vicende venezuelane, il “fenomeno Chávez” viene osservato con un misto di stupore e di incredulità. Come è possibile che un colonnello dei paracadutisti, venuto fuori dal nulla, possa aver dapprima sconvolto il vecchio sistema politico venezuelano e in seguito avuto ragione di ogni attacco della reazione nazionale ed internazionale nei suoi confronti, fino a vincere con sempre maggiori consensi ogni competizione elettorale?

Per gli standard delle “democrazie europee” infatti il fatto che un presidente in carica aumenti i propri consensi è qualcosa oltremodo singolare. In genere chi è al governo perde consensi, visto che deve gestire le compatibilità capitaliste, compatibilità che nel periodo attuale impongono tagli allo Stato sociale e al tenore di vita della popolazione. La cosa deve essere sembrata piuttosto irritante per i leaders delle socialdemocrazie del vecchio continente, che non hanno esitato a sostenere l’opposizione filo golpista e padronale, come nel caso di D’Alema e della direzione Ds. Qualcuno si è spinto fino a sostenere il golpe dell’aprile 2002, come l’ex primo ministro socialista spagnolo Felipe Gonzalez.

Il governo Chávez ha intrapreso una strada diversa da quella di questi signori e, soprattutto a partire dal 2001, ha tentato di sviluppare una serie di riforme. In un primo momento Hugo Chávez e i suoi compagni non avevano affatto l’intenzione di sovvertire il sistema economico capitalista, ma pensavano che si potesse sviluppare l’economia nazionale attraverso alcune misure come una riforma agraria, una legge sulla pesca e il ritorno al controllo delle risorse petrolifere in mano all’intera collettività.

L’industria petrolifera infatti era stata nazionalizzata negli anni settanta, ma l’80 per cento dei suoi ricavi non andava nelle casse dello Stato, bensì nei conti bancari dei suoi manager e delle multinazionali. La Pdvsa, questo il nome dell’azienda petrolifera statale, era una fonte enorme di corruzione e di privilegi.

Provvedimenti simili, di sviluppo e tutela dell’economia nazionale, furono adottati senza grandi problemi in molti paesi occidentali nel secolo scorso. Un classico esempio è il ruolo giocato dall’intervento statale nello sviluppo del capitalismo italiano nel dopoguerra. Ma proprio dagli avvenimenti venezuelani degli ultimi cinque anni traiamo una prima grande lezione: l’impossibilità di far progredire l’economia nazionale attraverso il coinvolgimento delle grandi famiglie capitaliste, “l’oligarchia” come è chiamata a Caracas. Chávez ha cercato di farlo, cooptando in un primo periodo all’interno del suo governo esponenti della classe dominante, ma gli oligarchi hanno sempre attuato un muro contro muro davanti a qualunque prospettiva di collaborazione.

Un noto analista politico che risiede in America latina, Heinz Dieterich Steffan, ha pubblicato alcuni mesi fa uno scritto “Le sette colonne del potere internazionale di Hugo Chávez” dove la prima di queste sarebbe “l’imprenditoria latino americana”. Dieterich non può arruolare fra le file di quest’ultima i capitalisti autoctoni ed allora descrive le “proficue riunioni con l’imprenditoria colombiana” da parte del governo di Caracas, che sarebbero “interessata ad investire e a fare affari con il Venezuela”. Alla borghesia colombiana, nota nel mondo per il rispetto dei diritti dei lavoratori con ben 4mila attivisti sindacali assassinati nel paese negli ultimi vent’anni, si sarebbero aggiunte quelle argentina e brasiliana.

Nessuno nega che un governo progressista possa stipulare accordi con imprenditori di altri paesi, ma pensare che questo costituisca un baluardo a difesa della rivoluzione è un’illusione pericolosa. I padroni stranieri arrivano in Venezuela per fare profitti, allo stesso modo di quelli “indigeni”. Nel sistema economico capitalista i profitti si ottengono a scapito dei salari e dei diritti dei lavoratori: quindi ogni investimento privato dovrebbe essere controllato dai lavoratori e dalla popolazione, organizzati nei consigli di fabbrica e nei comitati bolivariani.

L’ipotesi di creare una grande alleanza tra i paesi dell’America latina che possa ergersi, rimanendo nel sistema capitalista, come alternativa al dominio di Washington, non ha alcun fondamento nella realtà. Per opporsi in maniera efficace a Washington ci sarebbe bisogno di un obiettivo comune ai vari paesi latinoamericani. Gli interessi sono invece più che mai divergenti. Le borghesie argentina e brasiliana, per parlare solo delle due economie più forti, lottano aspramente per contendersi ogni briciola di mercato. Le risorse energetiche ed industriali si trovano frammentate e privatizzate e sono sfruttate secondo gli interessi inconciliabili delle varie borghesie nazionali. Agli scontri perenni tra le borghesie di Caracas, Buenos Aires o San Paolo si devono aggiungere il ruolo disgregatore e predatore dell’imperialismo statunitense ed europeo. Insomma, l’ideale di Bolivar non si può realizzare per mezzo della collaborazione della borghesia moderna.

Infatti, tutti gli sforzi del governo Chávez verso il coinvolgimento del mondo imprenditoriale nello sviluppo del progetto bolivariano si sono scontrati con l’aperto boicottaggio padronale. La capacità produttiva delle aziende è utilizzata solo al 54% (dati del 2004) e gli investimenti da parte dei privati nell’economia sono ridicoli, pari al 10% del totale degli investimenti (sempre lo scorso anno). I dati forniti dalla Banca centrale del Venezuela sono molto eloquenti: nel primo trimestre del 1998 gli investimenti nazionali ed esteri ammontavano a 2602 milioni di dollari mentre nel primo trimestre del 2005 gli stessi raggiungono la cifra di 281 milioni. Poco più di un decimo. Prosegue costante l’esportazione di capitali verso l’estero, non bilanciati da alcun investimento all’interno del paese. Un sabotaggio silenzioso che rende l’attuale crescita economica molto debole e del tutto dipendente dai profitti della Pdvsa.

Il dato di crescita del Prodotto interno lordo che ha registrato ritmi impetuosi negli ultimi due anni (nel 2004 oltre il 12%) è quindi dovuto quasi esclusivamente al contributo del settore petrolifero.

Un settore che è rimasto nelle mani dello Stato solo per l’intervento decisivo, ancora una volta, delle masse. Quando, tra il dicembre 2002 ed il gennaio 2003, la reazione tentò la via della serrata padronale camuffata maldestramente da “sciopero generale”, i manager della compagnia petrolifera sabotarono gli impianti, bloccando tutti i sistemi informatici che ne controllavano il funzionamento. Furono i lavoratori della Pdvsa che salvarono letteralmente il governo, facendo ripartire le raffinerie e le piattaforme d’estrazione del petrolio, attraverso la gestione ed il controllo diretto degli stessi impianti.

Oggi è questa stessa esperienza di controllo operaio che si sta rilanciando e sviluppando ad un livello superiore non solo nelle fabbriche occupate e poi nazionalizzate come Venepal e Constructora Nacional de Valvulas (Cnv), ma in centinaia di aziende in tutto il paese incentivate dalla proposta di “cogestione” da parte del Ministero del Lavoro. Tale proposta si inserisce all’interno di un’ondata di lotte operaie, a volte dal carattere perlopiù economico ma che sempre più spesso acquistano rapidamente una caratterizzazione politica. La manifestazione del primo maggio di quest’anno a Caracas ha visto decine di migliaia di lavoratori partecipare scandendo slogan come “cogestione è rivoluzione” o “potere operaio”. Altrettanto sintomatico della radicalizzazione in atto è la scomparsa del vecchio sindacato, la Ctv, i cui dirigenti hanno avuto un ruolo di primo piano nel golpe fallito e nella serrata e che è stato abbandonato dai più (alla sua manifestazione del primo maggio erano presenti solo 400 lavoratori) a favore della nuova centrale sindacale, la Unt. Quest’ultima ha adottato un programma rivoluzionario che però spesso rimane solo sulla carta. La contraddizione tra la base che spinge a sinistra e settori della direzione, molte volte burocrati della Ctv che provano a rifarsi un’immagine, è fortissima.

Anche nella vicenda della “cogestione” veniamo colpiti della creatività delle masse in un processo rivoluzionario.

Normalmente infatti la parola “cogestione” non è nient’altro che un trucco che serve al padronato per aumentare lo sfruttamento nei confronti dei lavoratori, garantendo la pace sociale in azienda. Ha rappresentato lo strumento più tipico della socialdemocrazia tedesca del secondo dopoguerra che basava però la sua efficacia sul periodo di crescita eccezionale dell’economia della Germania Ovest. Si punta ad illudere la classe lavoratrice di contare qualcosa, quando chi possiede l’azienda è colui che prende le vere decisioni. Oggi quel modello è finito in mille pezzi sotto i colpi della recessione con conseguenze drammatiche, sotto gli occhi di tutti, per la socialdemocrazia tedesca.

Tutt’altra musica invece nel paese caraibico: nella vicenda dell’Alcasa, la più grande azienda di alluminio del Venezuela, lo stesso progetto del governo prevede infatti la maggioranza di membri del consiglio di amministrazione eletti dai lavoratori. Ciò succede per le caratteristiche rivoluzionarie del periodo: i rapporti di forza sono a favore della classe operaia ed anche una proposta dai tratti ambigui come la gestione congiunta di un’azienda tra padroni (o dirigenti) e lavoratori, viene trasformata da questi ultimi in uno strumento per affermare il proprio protagonismo ed inserire nelle aziende elementi di controllo operaio. Il processo di “cogestione” contiene in sé potenzialità rivoluzionarie.

Nelle vicende di Venepal e Cnv la determinazione dei lavoratori è stata eccezionale. Ma non dobbiamo dimenticare che la rivendicazione dell’esproprio e della nazionalizzazione delle aziende è stata proposta e portata avanti tenacemente e, soprattutto all’inizio, in maniera isolata, dai compagni della Corrente marxista rivoluzionaria (Cmr). Senza il ruolo protagonista della Cmr nelle lotte si sarebbero potute imporre con maggiore facilità tendenze burocratiche e riformiste, che avrebbero condotto la lotta in un vicolo cieco.

L’estendersi della rivendicazione del controllo operaio porta infatti spesso a scontrarsi non solo con gli interessi padronali, ma anche con le resistenze dell’apparato burocratico statale. Ne è un esempio la compagnia elettrica statale, la Cadafe, dove il tentativo da parte dei lavoratori di partecipare alla gestione dell’impresa ha cozzato contro le volontà dei dirigenti dell’azienda, ben decisi a non concedere alcuno spazio ai lavoratori, forti dell’appoggio dei settori moderati del governo. Anche alla Venepal e alla Cnv, ora Inveval, i tentativi di ridurre il ruolo dei lavoratori nella gestione della fabbrica è incessante.

Conservano un notevole interesse a tutt’oggi le considerazioni di Trotskij, sollecitato ad esprimere un proprio parere sulle nazionalizzazioni che il governo messicano stava attuando negli anni trenta:

“Le diverse imprese capitaliste, nazionali e straniere, giungeranno inevitabilmente ad una cospirazione con le istituzioni statali per porre ostacoli sulla strada dell’amministrazione operaia dell’industria nazionalizzata. D’altra parte, le organizzazioni operaie che partecipano all’amministrazione dei diversi settori dell’industria nazionalizzata devono unirsi per scambiare le loro esperienze, darsi reciprocamente sostegno economico, agire insieme sul governo economico, sulle condizioni di credito, ecc.” (L. Trotskij, Industria nazionalizzata ed amministrazione operaia, in Opere scelte, Volume 9, pag. 271, Prospettiva Edizioni 1997)

Fino ad oggi tutti i progressi della rivoluzione si sono realizzati nonostante l’aperto boicottaggio dell’apparato statale. Le missioni “Robinson” o “Sucre” che hanno migliorato l’educazione di milioni di persone, oppure “Barrio Adentro” che ha portato migliaia di medici cubani in ogni quartiere povero delle grandi città, si sono sviluppate oltrepassando i ministeri e creando strutture di coordinamento dal basso.

Viviamo insomma in Venezuela una situazione particolare: gli uomini e le strutture dello Stato sono ancora quelle dello Stato borghese, ma l’apparato nel suo complesso non risponde del tutto alle volontà della classe dominante. Ciò è stato dimostrato più volte, dal fallito colpo di Stato dell’aprile 2002 fino al referendum revocatorio di ferragosto 2004. Al Festival mondiale della gioventù era impressionante vedere soldati od addirittura ufficiali con in spalla un fucile ed in mano un libro di Trotskij. Questa è tuttavia una situazione transitoria, che non potrà mantenersi a lungo. O la borghesia e l’imperialismo riusciranno a riprendere il controllo del governo e dell’Esercito, oppure attraverso una rottura rivoluzionaria e una loro epurazione, questi passeranno nelle mani delle classi oppresse.

Tutta la storia del movimento operaio infatti spiega, per usare le parole di Marx, che “la classe operaia non può impossessarsi puramente della macchina statale già pronta e metterla in moto per i propri fini”, ma che il compito del proletariato consiste nel demolirla. L’apparato statale nel capitalismo non è neutrale, ma costantemente cerca di distruggere ogni spazio conquistato dalla classe lavoratrice, di ostacolare ogni iniziativa delle masse. Tanti lavoratori hanno individuato chiaramente questo problema, quando si lamentano del fatto che “siamo solo noi e il Presidente”, mentre in mezzo ci sono i personaggi “della Quarta repubblica in camicia rossa”, che intendono sabotare il processo rivoluzionario. Il programma dei marxisti in Venezuela per la costruzione di un nuovo apparato dello Stato, strumento delle masse al potere, ricalca quello già espresso da Lenin, ribadito dagli articoli di Alan Woods. Si tratta di organizzare in una struttura prima locale e poi nazionale i consigli di fabbrica e i comitati bolivariani in ogni quartiere, i cui delegati devono essere eleggibili e revocabili in qualsiasi momento. Ai funzionari non deve essere concesso un salario più alto di quello di un operaio qualificato. L’esercito deve essere trasformato in una milizia popolare permanente.

Oggi lo scontro principale non è più tra l’opposizione, in grande difficoltà al momento, ed il movimento bolivariano, ma all’interno di quest’ultimo. Esiste un settore, cosiddetto “riformista”, che pensa che la rivoluzione sia andata fin troppo avanti. Ritiene che il Venezuela potrebbe rimanere capitalista, basandosi sui proventi dell’industria petrolifera e stipulando così un patto con la borghesia nazionale e con le altre borghesie dell’America latina. Non comprende che il prezzo del petrolio non sia deciso a Caracas, e che le fortune di oggi potrebbero tramutarsi nelle tragedie di domani. Il petrolio in un economia di mercato crea dipendenza dei paesi coloniali nei confronti dell’imperialismo.

Esponenti di questo settore moderato sono gli stessi che hanno prospettato un “chavismo senza Chávez”, con lo scopo di rendere più presentabile la rivoluzione all’estero e soprattutto negli Stati Uniti.

Sono gli stessi che, per citare ancora Dieterich Steffan, ripropongono la politica staliniana dei due tempi “Chávez ha separato con notevole destrezza metodologica e politica le due tappe principali del Nuovo Progetto Storico che formano un’unità dialettica (sic!): 1. la fase finale, il socialismo del XXI secolo e, 2. la fase di transizione per l’America latina, il bolivarianismo”. Al posto della “lotta per la democrazia”, come ai tempi della guerra civile in Spagna o della Resistenza in Italia, si inserisce “il bolivarianismo”, ma il succo non cambia: il socialismo è sempre rinviato ad un futuro molto distante mentre il movimento operaio e le classi oppresse dovrebbero mettersi al servizio di una borghesia, “bolivariana” oggi e “democratica” ieri, inesistente ora come allora.

Dieterich fornisce una base teorica alle posizioni di organizzazioni che mostrano parecchia insofferenza nei riguardi della prospettiva socialista, come la direzione del Partito comunista venezuelano (Pcv), che nel suo mensile Tribuna Popular del luglio scorso, afferma: “L’obiettivo è accelerare la sviluppo di un nuovo modello produttivo, verso la creazione di un nuovo modello economico (…) è il comunismo l’alternativa? No! Il presidente in questo momento sta rivendicando le grandi conquiste della Costituzione bolivariana, del modello economico sociale, l’economia sociale, l’economia umanista, l’economia egualitaria. Noi non stiamo rivendicando l’eliminazione della proprietà privata, la rivendicazione del comunismo. Non arriviamo fino a questo. No, nessuno sa cosa accadrà in futuro, il mondo è in movimento. Tuttavia proporlo ora (il comunismo - ndr) sarebbe una follia. Coloro che dicano il contrario sono dei pazzi. Non è il momento. Il Pcv non propone nel suo programma di stabilire il comunismo nella prossima fase”.

Critichiamo queste posizioni non per spirito d’accademia, ma perché hanno spazio nel dibattito qui in Italia. Ci sono settori nella sinistra e nel Prc, come i compagni de l’Ernesto, che ospitano Dieterich Steffan sulle loro pubblicazioni e sostengono le sue argomentazioni. Claudio Grassi, uno dei principali dirigenti di quest’area nel partito, spiega che uno dei problemi in Venezuela consiste “nella carenza di quadri dell’amministrazione e della produzione in grado di alimentare le fila di una classe media nazionale democratica” (Liberazione, 12 agosto 2005). Il ragionamento è sempre lo stesso: la ricerca di una chimera, la borghesia nazionale democratica e progressista. Anche l’Ernesto si pone quindi su una linea di retroguardia, privilegiando le posizioni del settore più moderato del movimento bolivariano.

Ma qui il settore riformista è sulla difensiva. La vittoria nel referendum revocatorio ha dato un nuovo impulso al movimento rivoluzionario, non l’ha fatto arretrare. Questo perché tale vittoria è avvenuta attraverso una mobilitazione gigantesca delle masse venezuelane. Quando Chávez lanciò la “Battaglia di Santa Ines” per vincere il referendum revocatorio incitò alla creazione di “Unità di battaglia elettorali” in tutti i quartieri, i villaggi, le università, i posti di lavoro. A centinaia di migliaia risposero all’appello e quasi tutti non sono tornati a casa dopo il 15 agosto.

Proprio la partecipazione diretta delle masse, che è poi l’aspetto fondamentale di ogni situazione rivoluzionaria, ha radicalizzato tutto il processo. E in una vera interrelazione dialettica, in un rapporto di causa-effetto reciproco, ha radicalizzato a sua volta anche le posizioni del presidente Hugo Chávez.

Sui giornali della sinistra italiana molti non nascondono la diffidenza per Hugo Chávez, dato il suo passato di militare, e amano paragonarlo a uno dei tanti “caudillos” alla Peron, che esercita il suo potere all’insegna di un “populismo da quattro soldi”, come non ha esitato a scrivere Liberazione recentemente.

Il vizio centrale di tutte queste analisi è quello di non considerare la rivoluzione come un processo vivo, ma di pretendere che una rivoluzione consista in una riproposizione di formule astratte buone in ogni contesto senza limitazioni nel tempo e nello spazio. Così per alcuni quello di Chávez è un “governo borghese”, che giammai si può sostenere. Questo è quello che leggiamo su Progetto Comunista, giornale dei compagni Ferrando e Grisolia, presentatori della terza mozione al congresso del Prc: “In realtà, il “chavismo” non è altro che un regime nazionalista borghese fondato su una buona dose di populismo e sul carisma del presidente.” Per i compagni dell’Amr Progetto Comunista bisogna considerare Chávez come “il nemico del nostro nemico” da appoggiare con cautela, perché “nei due poli del referendum vi sono posizioni di alternanza capitalistica” e quindi bisogna “organizzare il proletariato in classe indipendente - specialmente rispetto al nazionalismo militare borghese” (Progetto Comunista, Ottobre 2004). Simili posizioni sono tipiche del settarismo più cristallino. Se formulazioni del genere fossero adottate dai rivoluzionari in Venezuela, essi verrebbero non solo isolati, ma cacciati a malo modo dalle fila del movimento rivoluzionario. Come si fa infatti a considerare sia l’opposizione che il governo di Chávez “nemici”, che divergono fra loro per piccoli dettagli? E infine, dove sono i borghesi dietro il governo “borghese” di Chávez, quando il colpo di Stato dell’aprile 2002 è stato organizzato dalla Confindustria venezuelana, quando l’opposizione è finanziata dal governo Usa e dalle principali multinazionali sudamericane o quando lo “sciopero generale” del dicembre 2002-gennaio 2003 non è stata altro che una tipica serrata padronale?

Dall’altra parte, la maggioranza della direzione del Prc, quando parla di Venezuela, opera in maniera simile: adattando gli avvenimenti alla sua visione riformista della realtà, depurandola di tutti i suoi contenuti di classe e rivoluzionari. Così Gennaro Migliore, responsabile Esteri del Prc, nel giorno del referendum descriveva l’esperienza venezuelana come “questa straordinaria rivoluzione non violenta, fatta di democrazia partecipativa e di grandi passioni civili” (Liberazione, 15 agosto 2004). Il compagno Migliore sembra descrivere una manifestazione girotondina piuttosto che una rivoluzione dove il presidente Chávez ha esplicitamente affermato di “aver imparato la lezione cilena. Noi a differenza del governo Allende, siamo armati”. Proprio per questo Chávez sta addestrando centinaia di migliaia di riservisti, giovani e lavoratori che nelle caserme gettano il seme della rivoluzione fra le truppe. L’armamento popolare è stata sempre la migliore garanzia contro i tentativi di colpo di Stato, ma questo mal si concilia con la teoria della non violenza abbracciata negli ultimi tempi dalla maggioranza del Prc. Così siamo costretti a leggere corrispondenze sconcertanti da Caracas, come nel caso degli scontri avvenuti un anno fa fra opposizione e chavisti, causati dai brogli attuati durante la raccolta di firme per il referendum. “Dalle baracche chaviste e dai quartieri popolari del centro escono squadre di uomini in borghese. Sono le ronde autorganizzate che da giorni scalpitano. (…) Gruppi armati che sostengono il chavismo dai bassifondi della metropoli. Sbarrargli il passo, nelle prossime ore, non sarà impresa semplice. È in questo Far West, più che nelle segrete stanze della Cen (la Commissione elettorale nazionale, ndr), che Chávez si gioca la presidenza. Se riuscirà a sottrarsi alla trappola della repressione violenta avrà vinto la partita più difficile” (Liberazione, 4 marzo 2004). Ecco dove ci conducono queste teorie “innovative”. Siccome ambedue le parti utilizzano metodi “violenti” sarebbero da condannare, senza nemmeno considerare quali interessi esprimano. La lotta di classe, rivisitata dall’inviata di Liberazione, si tramuta cosi in un “Far West”.

La verità è che la maggioranza del Prc ha sempre mostrato una grande diffidenza nei confronti della rivoluzione venezuelana. L’appoggio a Chávez per il referendum è stato tiepido, gli articoli su Liberazione rari e a dir poco confusi (e tale confusione permane tuttora, lo vedremo in seguito). Solo dopo la vittoria del 15 agosto la rivoluzione venezuelana è stata collocata, sulle pagine del nostro quotidiano, al livello delle altre esperienze progressiste in America latina. Ma anche questa è una visione del tutto schematica, uno schema tutto interno al riformismo, per cui il progresso della società si misura dal numero dei voti o dei deputati ottenuti in ogni competizione elettorale. Questo approccio distorto riesce solo ad apprezzare uno degli effetti della rivoluzione ma è incapace di vederne le cause, le milioni di persone organizzate nel movimento bolivariano, la radicalizzazione che prosegue nelle fabbriche, nei quartieri, nelle campagne.

Quando, sempre sul quotidiano del Partito della Rifondazione Comunista, ci si lamenta perché Chávez non ha “collaboratori di livello” e che “gli intellettuali non abbondano nelle file del suo governo” (Liberazione, 9 agosto) vediamo quella concezione da “snob” riguardo alla politica che non dovrebbe appartenere a nessun comunista. Il fatto che la gestione delle potere non sia come al solito di dominio esclusivo di qualche élite privilegiata, ma strumenti di controllo e di gestione dello Stato e dell’economia siano nelle mani delle classi sfruttate costituisce oggi il motore del progresso in Venezuela. Oggi nel paese non c’è troppo potere popolare, semmai troppo poco.

Perché è proprio la partecipazione delle masse, il loro intervento in ogni processo decisionale e produttivo il miglior antidoto contro le prevaricazioni della burocrazia e il ritorno delle forze controrivoluzionarie. Scriveva Trotskij: “Nessun governo, anche il più attivo ed intraprendente, può trasformare la vita di ognuno senza la più ampia iniziativa delle masse”.

È quindi un fatto del tutto positivo che i professionisti della politica, i “figli della borghesia”, gli intellettuali che popolano i salotti delle classi medie sono stati messi da parte da una crisi rivoluzionaria che ha sconvolto il paese.

Alla fine degli anni ottanta l’avanzata del movimento rivoluzionario, associata all’impasse del capitalismo, provocò una crollo del sistema politico venezuelano. La repressione massiccia del “Caracazo”, un movimento insurrezionale contro il rincaro dei prezzi, lasciò sul terreno migliaia di morti, ed allo stesso tempo ebbe profonde conseguenze su tutte le classi sociali ed anche all’interno dello stesso apparato dello Stato e specialmente nelle Forze armate. Nei momenti di crisi così profonda di una società la piccola borghesia viene scossa profondamente nelle proprie convinzioni.

Come racconta lo stesso Chávez in un’intervista “la repressione feroce ed i massacri furono avvenimenti che hanno lasciato il segno nella mia generazione (…) ci sembrò di aver passato il punto di non ritorno e decidemmo che bisognava prendere le armi. Non potevamo continuare ad essere i cani cerberi di un regime genocida.” (Hugo Chávez Frías, un uomo, un popolo, Edizioni Pettirosso, pag.43)

Tutti i partiti tradizionali entrarono in una crisi profonda e nel giro di pochi anni sparirono. Chávez viene eletto presidente nel 1998 grazie alla forza del movimento popolare e dalla voglia generalizzata di cambiamento.

Il segreto del successo di Chávez è proprio dato dal fatto che il Presidente impersonifica il processo rivoluzionario stesso intrapreso dalle masse bolivariane ed è in una relazione continua e strettissima con le aspirazioni ed i desideri delle stesse.

Solo avendo presente questo meccanismo si possono comprendere le recenti dichiarazioni di Hugo Chávez riguardo l’attualità del socialismo. Dapprima a Porto Alegre ha affermato perentoriamente che: “Non esiste una terza via tra il capitalismo e il socialismo. Noi ci siamo impegnati nella ricerca di questa terza via e dobbiamo dire che non esiste. È un disastro o, ancora peggio, una farsa”. Concetto che ha ribadito anche al Festival mondiale della gioventù a Caracas, dove ha concluso il suo discorso dicendosi convinto che “l’unica via per abbattere il capitalismo è attraverso il socialismo”.

Ma l’ex colonnello è andato oltre, passando ai fatti. Quando nel gennaio scorso venne nazionalizzata la Venepal, questo avrebbe dovuto costituire un’eccezione. Poi è arrivata la volta della Cnv ed ora la “cogestione” è un modello che viene proposto a livello ufficiale. Lo scorso luglio in una puntata di “Alò Presidente” la rubrica televisiva che ogni domenica lo vede protagonista, Chávez ha annunciato che “abbiamo individuato 700 fabbriche chiuse. Non possiamo permetterlo”. Ha aggiunto che il governo stava monitorando altre 136 con l’obiettivo di espropriarle, ed altre che producono a mezzo servizio. La lista delle aziende a rischio di esproprio ammontava a 1149. Infine ha concluso che “per ogni imprenditore che voglia mantenere aperta e produttiva la propria azienda, lo Stato è pronto a concedere prestiti con un basso tasso di interesse, ma a condizione che gli stessi imprenditori permettano la partecipazione dei lavoratori alla direzione, alla gestione e ai profitti dell’azienda”.

Oggi fra milioni di persone in Venezuela la discussione è proprio sulla parola d’ordine lanciata dall’ex colonnello, su come costruire il “Socialismo del ventunesimo secolo”. Che un capo di Stato voglia “abbattere il capitalismo”, e lo proclami davanti a decine di migliaia di persone è una novità straordinaria. Ma anche di questo non si parla in Italia. Per il responsabile Esteri del Prc, Gennaro Migliore, Chávez al massimo vuole “proseguire le riforme in maniera radicale” (Liberazione, 14 agosto).

Nell’agosto di quest’anno i partecipanti al Festival mondiale della gioventù venivano accolti al grido di “Benvenuti nella Repubblica Socialista Bolivariana del Venezuela” da parte non solo degli attivisti, ma anche della gente comune. La necessità del socialismo non si è imposta per mezzo di oscure alchimie di operate da rivoluzionari di professione, ma dalla stessa realtà dei fatti. Il socialismo è divenuto una necessità per le masse dopo che hanno visto la classe dominante cercare di schiacciare le loro speranze ed aspirazioni con tutti i mezzi. Come spiegava Lenin, “un grammo d’esperienza vale più di una tonnellata di teoria”. Ciò non è valso solo per i poveri e i diseredati di Caracas, ma anche per lo stesso Chávez, che aveva iniziato il suo cammino politico da democratico progressista e nulla più. Il fatto che Chávez oggi sia giunto a comprendere la necessità di un cambiamento radicale del sistema economico è una conferma brillante dell’attualità del socialismo e del pensiero marxista. Non è un caso che oggi Chávez abbia citato più volte Alan Woods e le sue analisi come fonti di ispirazione per le proprie riflessioni sulla necessità del socialismo. Come non è un caso che lo stesso Alan Woods sia stato con ogni probabilità il primo trotskista ad essere invitato come oratore in un Festival mondiale della gioventù, tradizionalmente nel passato una manifestazione dominata da correnti staliniste, o che sia stato fra i protagonisti degli ultimi due “Incontri mondiali di solidarietà con la rivoluzione bolivariana”, che si svolgono ogni anno in occasione dell’anniversario del fallito golpe dell’aprile 2002. Il marxismo, uno strumento d’analisi considerato da molti obsoleto, riesce, come si evince dalle pagine di questo libro, ad interpretare un fenomeno per molti versi peculiare come la rivoluzione bolivariana.

Ciò non significa che la strada verso il socialismo sia senza ostacoli.

Oggi la rivoluzione venezuelana avanza. Chiunque abbia visitato il paese viene conquistato da un clima d’euforia contagioso. Le masse hanno scoperto la loro forza, immensa, una volta che viene messa in movimento. Molti pensano che sconfitta la reazione e grazie alle ricchezze del paese, non ci sono più ostacoli verso la costruzione del socialismo. È una situazione che abbiamo visto più volte nella prima fase di una rivoluzione, ad esempio dopo la rivoluzione di Febbraio in Russia o in Portogallo nel 1974 dopo la rivoluzione dei garofani. Le masse allora avevano cacciato dittatori che sembravano invincibili, come in Venezuela hanno respinto più volte gli assalti della “bestia” nordamericana. Si sentono capaci di tutto. E lo sono. Non c’è forza al mondo più forte della classe operaia. Ma questa forza deve essere organizzata per conquistare la vittoria finale.

Oggi tra le fila della borghesia e dell’opposizione regna la delusione e il pessimismo. Sanno di non poter rovesciare Chávez per il momento e prendono tempo, sfruttando le debolezze del movimento rivoluzionario. Luis Betancurt, presidente di Fedecamaras (la confindustria venezuelana) ha dichiarato, facendo buon viso a cattivo gioco, che “gli imprenditori possono convivere con il socialismo”. Questo finché il socialismo rimane un ideale e non pratica reale. Finché non intacca le proprietà della borghesia e non si arriva ad un punto di non ritorno per quanto riguarda i rapporti di proprietà delle principali aziende e dei principali gangli dell’economia.

I lavoratori di Invepal, ora nome assunto dalla Venepal, hanno vissuto sulla propria pelle che nazionalizzare una sola fabbrica non è sufficiente. Per mesi la produzione è rimasta ferma perché il Banco de Venezuela, di proprietà del gruppo spagnolo Santander, bloccava i finanziamenti necessari a un’impresa lasciata insolvente dai suoi vecchi proprietari. Questo problema era già stato affrontato a suo tempo da Trotskij:

“Un altro pericolo sta nel fatto che le banche ed altre imprese capitalistiche dalle quali dipende, economicamente parlando, un certo settore dell’industria nazionalizzata, possono usare ed useranno metodi speciali di sabotaggio per porre ostacoli sulla strada dell’amministrazione operaia, discreditarla e condurla al disastro. (…) I dirigenti rivoluzionari tireranno le conclusioni del sabotaggio delle banche mostrando la necessità della loro espropriazione e dell’istituzione di una banca nazionale unica che tenga i conti di tutta l’economia. Bisogna ovviamente legare indissolubilmente questa questione a quella della conquista del potere da parte della classe operaia.” (op. cit., pag. 271, sottolineatura dell’autore).

C’è un ultima preoccupazione che possiamo trovare in ogni articolo di Alan Woods. Lo spontaneismo ed il protagonismo delle masse sono un prerequisito essenziale di ogni trasformazione rivoluzionaria ma di per sé non sono sufficienti. Senza uno strumento attraverso cui convogliare tutta quest’energia, essa andrà persa. Come in ogni situazione rivoluzionaria, un settore di avanguardia può diventare impaziente e trarre conclusioni settarie, mentre altri possono cadere nel pessimismo.

“C’è Chávez e ci siamo noi, il popolo, e in mezzo un muro”, ripetono in molti. Per abbattere questo muro è necessario un ariete: un partito rivoluzionario che raggruppi la crema del movimento bolivariano. Oggi questo partito manca, ed è questa la più grande debolezza della rivoluzione in Venezuela. Per costruire un’organizzazione del genere, i compagni della Corrente marxista rivoluzionaria stanno impegnando tutte le loro forze, e noi siamo onorati di poter contribuire a questo lavoro attraverso la campagna internazionale “Giù le mani dal Venezuela”. Attraverso i suoi comitati abbiamo cercato e cercheremo di costruire iniziative di solidarietà e occasioni di dibattito riguardo alla rivoluzione bolivariana. Proponiamo a tutti coloro che vogliono aiutarci in questo lavoro di unirsi a noi, partecipando ai comitati “Giù le mani dal Venezuela” già esistenti o facendoli nascere nella propria città.

La rivoluzione venezuelana è intrisa di spirito internazionalista. Gioca senz’altro un ruolo il fatto che si ispiri alle idee di Simón Bolívar, idee che concepivano la lotta per l’emancipazione, dell’America latina come un’unica lotta. E proprio duecento anni fa Bolivar compiva il suo giuramento qui in Italia, a Roma. Il suo sogno di vedere un’America latina libera ed indipendente non si è ancora avverato. Allo stesso tempo l’indipendenza e l’unità dell’America latina costituiscono oggi più che mai una necessità. L’imperialismo desidera mantenere una divisione del continente per mantenere il proprio dominio e per far questo sostiene ed alimenta le borghesie nazionali. L’obiettivo di Bolívar può essere raggiunto, ma ad un livello superiore, attraverso la rivoluzione socialista, unico strumento che può consentire di unire effettivamente tutta l’America latina.

Oggi una trasformazione socialista a livello continentale è più che mai alla portata. Fino a pochi anni fa Cuba, resisteva solitaria all’imperialismo in tutto il continente, e, isolata, sarebbe stata inevitabilmente condannata. Uno dopo l’altro si sono susseguiti insurrezioni, scioperi generali, movimenti di massa. Dalla rivoluzione in Ecuador nel gennaio 2000 all’Argentinazo nel dicembre 2001, dalle insurrezioni rivoluzionarie in Bolivia nell’ottobre 2004 e nel maggio-giugno di quest’anno alle vittorie della sinistra nelle elezioni in Brasile ed in Uruguay.

Presidenti e primi ministri che cadono sotto la spinta dell’azione di massa, i lavoratori e i contadini che si rialzano in piedi e prendono in mano il proprio destino. La speranza si è riaccesa grazie al magnifico movimento rivoluzionario che sta sconvolgendo tutta questa parte del mondo e di cui il Venezuela è la punta di lancia.

Che i lettori di questo libro, gli attivisti di sinistra e del movimento operaio non rimangano semplici spettatori degli avvenimenti al di là dell’Atlantico ma ne traggano ispirazione nella loro lotte quotidiane in ogni posto di lavoro o di studio.

Roberto Sarti
(Coordinatore della campagna “Giù le mani dal Venezuela” in Italia)

settembre 2005.

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