Quale futuro per l’umanità - Falcemartello

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Il capitalismo in un vicolo cieco

 

Nel periodo che va dal 1948 al 1973/4 abbiamo assistito a un’esplosione senza precedenti di innovazioni industriali e tecnologiche. Ma i grandi successi del sistema capitalistico si stanno ora trasformando nel loro opposto. Mentre scriviamo esistono ufficialmente 22 milioni di disoccupati nei paesi capitalisti avanzati dell’Ocse, senza considerare le centinaia di milioni di disoccupati e sottoccupati distribuiti tra Africa, Asia e America Latina. Questa non è la disoccupazione ciclica temporanea del passato; è un’ulcera cronica che divora le viscere della società. Come una spaventosa epidemia affligge anche settori della società che fino a poco tempo fa si ritenevano al sicuro.

Nonostante tutti i progressi della scienza e della tecnologia, la società si ritrova in balìa di forze che non può controllare. Alle soglie del XXI secolo l’uomo guarda al futuro con ansia crescente. Al posto della sicurezza di un tempo guadagna terreno l’incertezza e un malessere generalizzato colpisce in primo luogo e principalmente la classe dominante e i suoi strateghi, che si rendono sempre più conto che il loro sistema è in seria difficoltà. La crisi del sistema si riflette in una crisi ideologica che si riscontra nei partiti, nelle chiese ufficiali, nella morale, nella scienza e perfino in quella che oggi viene spacciata per filosofia.

La proprietà privata e lo Stato nazionale sono le due camicie di forza che imbrigliano lo sviluppo della società. Da un punto di vista oggettivo le premesse per un mondo socialista esistono da decenni. Il fattore decisivo che ha permesso al capitalismo di superare parzialmente le sue contraddizioni fondamentali è stato lo sviluppo del commercio mondiale. Dopo il 1945 il ruolo di poliziotto mondiale assunto dagli Usa per tenere a bada le spinte rivoluzionarie in Europa e in Giappone e per contenere il blocco sovietico, gli diede l’opportunità, per mezzo degli accordi di Bretton Woods e del Gatt, di costringere le altre potenze capitaliste ad abbassare le tariffe doganali e di rimuovere gli altri ostacoli al libero commercio.

Questa nuova situazione era in totale contrasto con il caos economico del periodo tra le guerre quando l’intensificarsi delle rivalità nazionali si esprimeva attraverso svalutazioni competitive e guerre commerciali che avevano condotto al soffocamento delle forze produttive entro i ristretti confini della proprietà privata e dello Stato nazionale. Come conseguenza di questo, il periodo tra le due guerre fu caratterizzato da crisi, rivoluzioni e controrivoluzioni e culminò nel nuovo massacro imperialista del 1939-45. Nel periodo postbellico i capitalisti riuscirono in parte a superare la crisi fondamentale del proprio sistema attraverso un’integrazione del commercio mondiale e crearono un mercato in gran parte unificato. Questo fornì le premesse basilari per la crescita massiccia dell’economia tra il 1948 e il 1973, che a sua volta avrebbe portato a un incremento nel tenore di vita, almeno per una parte importante della popolazione dei paesi a capitalismo avanzato. Una persona in fin di vita può, ad un certo punto, ritrovare improvvisamente le energie, al punto da far sperare in un completo recupero; poi, altrettanto improvvisamente, subentra una nuova crisi, che prelude a un crollo decisivo.

Periodi di questo genere sono non solo possibili, ma inevitabili, anche in un’epoca di declino del capitalismo, se l’ordine sociale esistente non viene abbattuto. Tuttavia, gli abbaglianti fuochi d’artificio dell’espansione economica, non hanno in nessun modo cambiato la natura del capitalismo o cancellato le sue contraddizioni. Il lungo periodo di crescita economica del 1948-73 è passato. Piena occupazione, tenori di vita in continua crescita e stato sociale sono persi. Al posto della crescita ci troviamo ora di fronte la stagnazione, la recessione e una generale crisi delle forze produttive.

I capitalisti non sono più interessati agli investimenti in attività produttive. Negli anni ’80, poco prima di morire, il presidente della Sony Corporation, Akio Morita, avvertiva insistentemente del pericolo mortale per il sistema capitalistico rappresentato dal progressivo spostamento degli investimenti dall’industria produttiva verso il terziario. Dal 1950 a oggi gli Stati Uniti hanno perso metà dell’occupazione industriale di allora, e ormai tre quarti dei posti di lavoro sono nei servizi. Una simile tendenza esiste in Inghilterra, relegata al rango di potenza di terz’ordine. In un articolo apparso sulla rivista Director (febbraio 1988), Morita sosteneva:

Quello che vorrei far capire è che, lungi dall’essere il procedere adulto di un’economia in via di maturazione e qualcosa da incoraggiare questa tendenza, è distruttiva. Nel lungo periodo un’economia che ha perso la sua base industriale ha perso il suo centro vitale; un’economia basata sui servizi non ha una forza motrice. Così, il compiacersi per questo spostamento dalla manifattura al paradiso dei servizi ad alta tecnologia dove i lavoratori stanno seduti di fronte a un terminale e passano la giornata a scambiarsi informazioni, è assolutamente fuori luogo.

Questo perché è solo l’industria che crea qualcosa di nuovo, trasformando le materie prime e convogliandoli in prodotti che possiedono più valore dei materiali di cui sono fatti. Dovrebbe essere ovvio che i servizi sono accessori e dipendono dall’industria.

Invece di creare lavoro e aumentare la ricchezza della società, i grandi monopoli stanno dedicando immani risorse a speculare sui mercati valutari, organizzando scalate predatorie e altri tipi di attività parassitarie. Morita faceva notare che:

Gli uomini d’affari si sono fatti incantare dal gioco dei tassi di cambio. Hanno scoperto che questo gioco può dare rapidamente profitti senza bisogno di investire in un’impresa produttiva. Anche qualche azienda manifatturiera è passata all’impero dei cambi valutari.

Quelli che passano tutta la vita di fronte a un monitor che mostra l’ultima quotazione azionaria o dei cambi vivono in un mondo tutto loro; non sono fedeli a nessuno, non producono niente, non creano nessuna idea nuova, ma scambiano 200 miliardi di dollari ogni giorno tra Londra, New York e Tokyo. Sono come tante fiches da casinò, che però hanno un valore nominale molto più alto delle merci vendute in un giorno. "È come tanta acqua che fa disastri nella sala macchine", ha scritto Morita.

Egli paragonava la situazione del capitalismo mondiale a una partita di poker giocata su una nave che sta affondando e concludeva:

È un gioco inebriante, pieno di emozioni, ma le vincite e le perdite al tavolo da gioco non oscurano lo spaventoso fatto che la nave sta affondando e nessuno lo capisce.

Da quando Morita ha scritto queste righe la situazione è molto peggiorata. Il gigantesco mercato mondiale dei "derivati" ha raggiunto la sbalorditiva cifra di 25mila miliardi di dollari ed è assolutamente fuori controllo. È un gioco d’azzardo di proporzioni immani; fa sembrare la speculazione nella Borsa di New York prima del 1929 come un semplice giochetto. Tutto ciò mostra l’instabilità di fondo del capitalismo mondiale, che potrebbe terminare in un crack finanziario del tipo 1929.

 

Le contraddizioni rimangono

 

Nel 1848, Marx ed Engels avevano previsto che il capitalismo si sarebbe sviluppato fino a diventare un sistema mondiale. Nel ventesimo secolo questo è stato confermato nei minimi dettagli. Il dominio assoluto del mercato mondiale è il fattore decisivo di quest’epoca. Abbiamo un’economia mondiale, una politica mondiale, una diplomazia mondiale, una cultura mondiale, guerre mondiali. Ma globalizzazione dell’economia non significa diminuzione dei problemi; al contrario, ha comportato un’enorme intensificazione delle contraddizioni.

Nell’ultimo decennio del ventesimo secolo, nonostante tutte le meraviglie della scienza moderna, due terzi dell’umanità vivono sull’orlo della barbarie. Malattie comuni, come la diarrea e il morbillo, uccidono sette milioni di bambini all’anno. Basterebbe, per prevenirle, una migliore alimentazione o un semplice ed economico vaccino. 500mila donne l’anno muoiono per complicazioni durante la gravidanza e circa 200mila muoiono per essersi sottoposte ad un aborto. I paesi ex coloniali spendono solo il 4% del loro Pil per la sanità, una media di 41 dollari pro capite, rispetto ai 1900 delle economie avanzate.

Secondo le Nazioni Unite, entro il 2000 saremo 6 miliardi, la metà dei quali avrà meno di 20 anni. Ma la maggior parte di questi dovrà subire la disoccupazione, la mancanza di un’istruzione elementare e di assistenza sanitaria, il sovraffollamento e pessime condizioni di vita. Si stima che 100 milioni di bambini tra i 6 e gli 11 anni non vanno a scuola. Due terzi sono femmine. Per inciso, anche negli Usa, l’Unicef stima che il 20% dei bambini viva sotto la soglia di povertà. Tuttavia la situazione dei paesi del Terzo Mondo ha raggiunto un livello da incubo. Non meno di 100 milioni di bambini vivono per la strada. In Brasile stanno "risolvendo" questo problema con una campagna terroristica condotta da polizia e squadroni della morte, che fanno strage di bambini colpevoli solo di essere poveri. Atrocità del genere vengono perpetrate contro i senzatetto in Colombia, dove non molto tempo fa è stato scoperto che un gran numero di uomini, donne e bambini che vivevano per le strade sono stati uccisi e i loro corpi venduti all’università di Bogotà per la dissezione nei laboratori di medicina. Tali storie riempiono di orrore tutte le persone civili, ma sono solo l’estrema conseguenza della moralità di una società che tratta gli uomini come merce.

Come risultato delle guerre in questi ultimi dieci anni, un milione di bambini sono stati uccisi, quattro milioni gravemente feriti e cinque milioni sono profughi o orfani. In molti paesi ex coloniali possiamo osservare il fenomeno del lavoro minorile: spesso, in realtà, una vera e propria schiavitù. Le proteste ipocrite dei nostri media non impediscono che i prodotti di questo lavoro raggiungano i mercati occidentali e aumentino il capitale di "rispettabili" compagnie occidentali. Un tipico esempio è il caso recentemente pubblicizzato di una fabbrica di fiammiferi dove bambini, per la maggior parte femmine, lavorano per 6 giorni e un totale di 60 ore la settimana, immerse in prodotti chimici tossici, per tre dollari settimanali. Una lettera all’Economist del 15 settembre 1993 diceva che "i genitori capiscono certamente il valore dell’istruzione per il futuro dei propri figli, ma spesso sono così disperatamente poveri, che non possono fare a meno dei salari dei propri figli lavoratori."

La ragione principale dell’opprimente povertà del Terzo Mondo è il doppio saccheggio delle risorse attraverso uno scambio commerciale comunque iniquo e l’indebitamento degli stati nei confronti delle banche occidentali per migliaia di miliardi di dollari. Soltanto il pagamento degli interessi su questi debiti comporta per queste nazioni la necessità di esportare cibo che servirebbe alla propria popolazione e di sacrificarne la salute e l’istruzione.

Secondo l’Unicef il pagamento dei debiti ha causato, nel Terzo Mondo, una caduta dei redditi di un quarto, delle spese sanitarie del 50% e delle spese per l’istruzione del 25%. Nonostante l’ipocrita coro di proteste che si leva nei paesi ricchi contro la distruzione delle foreste pluviali dell’Amazzonia, gli economisti brasiliani hanno dimostrato che questa è dovuta in gran parte alla necessità di ottenere entrate dalle esportazioni agroalimentari, principalmente in base alla carne allevata su terre strappate alla foresta. I finanziamenti per questi progetti di esportazione vengono dalla Banca Mondiale e da altre organizzazioni finanziarie internazionali.

L’umanità è letteralmente a un bivio. Da un lato ci sono tutte le potenzialità per costruire un paradiso su questa terra; dall’altro, elementi di barbarie minacciano di inghiottire l’intero pianeta. La foresta pluviale tropicale viene devastata al ritmo di 75mila chilometri quadrati l’anno, un’area grande come la Scozia, un quarto dell’Italia. Si può speculare sulla causa dell’estinzione dei dinosauri 65 milioni di anni fa, ma non c’è dubbio su quale sia la causa della catastrofe incombente: la ricerca incontrollata del profitto e l’anarchia della produzione capitalistica. Anche scienziati che non c’entrano nulla con il socialismo sono arrivati alla conclusione (perfettamente logica, se ci si pensa un momento) che l’unica soluzione è da ricercarsi in un qualche tipo di economia pianificata a livello mondiale. Tuttavia, ciò è del tutto impossibile sotto il capitalismo. 41 nazioni hanno formalmente sottoscritto la "World Conservation Strategy" (strategia mondiale per la conservazione) ma, in assenza di una federazione socialista mondiale, esso è un mero elenco di buoni propositi, mentre a decidere sono gli interessi dei grandi monopoli.

Eppure non c’è niente di inevitabile in tutto ciò. Tutte le tetre previsioni sul futuro senza uscita dell’umanità, a cominciare da Malthus, si sono dimostrate false. Il potenziale dello sviluppo umano non ha limiti. Già ora ci sono le risorse per eliminare la fame dal pianeta, dato che nell’Europa occidentale e negli Stati Uniti la produttività agricola ha raggiunto tali vette che i contadini vengono pagati per non produrre e ottimi terreni non vengono più lavorati. Il grano è buttato a mare o mischiato a coloranti per renderlo immangiabile. Ci sono depositi che contengono montagne di carne, burro, latte in polvere. Gli olivi della Spagna vengono sradicati di proposito; vengono abbattute vacche da latte in tutta Europa. E intanto 450 milioni di persone nel mondo sono denutrite o stanno morendo di fame.

Per il principio del prossimo secolo i paesi che si affacciano sull’oceano Pacifico saranno con ogni probabilità responsabili della metà della produzione mondiale. L’economia mondiale sarà compiuta. Per secoli gli europei si sono considerati al centro del mondo. In termini oggettivi questa convinzione non ha basi più solide dell’idea di Tolomeo che la Terra fosse al centro dell’universo. Già negli anni venti Trotskij aveva previsto che il baricentro della storia del mondo si sarebbe spostato dall’oceano Atlantico a quello Pacifico. Il prossimo stadio della storia umana vedrà le enormi masse dell’Asia realizzare il loro pieno potenziale come partecipanti a una federazione mondiale di stati socialisti.

 

Il flagello della disoccupazione

 

Lavorare è la nostra principale attività. Dall’età più precoce ci prepariamo a questo. La nostra istruzione scolastica è fondata sul lavoro. Il lavoro è la base su cui si regge tutta la società. Senza di esso, non ci sarebbe cibo, non ci sarebbero vestiti, né abitazioni, né scuole, né cultura, e nemmeno arte o scienza. Nel vero senso della parola, il lavoro è vita. Negare a una persona il diritto di lavorare non significa solo negarle il diritto a un minimo livello di vita, significa privarla di dignità umana, tagliarla fuori dalla società civile, rendere la sua vita futile e priva di senso. La disoccupazione è un crimine contro l’umanità. La creazione di una specie di sottoclasse nei sobborghi delle città americane e di altri paesi è una sentenza di condanna contro questa società. Quelli fra gli strateghi del capitale dotati di maggiore lungimiranza tradiscono una crescente paura nei confronti della tendenza verso la disintegrazione sociale dell’occidente:

La concentrazione nelle città di una crescente popolazione di gente scontenta e immiserita, che dipende da infrastrutture fragili, è densa di pericoli, non ultimo fra questi è la forte probabilità che la solidarietà alla base dello stato sociale venga distrutta negli anni a venire. I costi, ogni volta maggiori, degli aiuti alla popolazione dipendente metteranno a dura prova la pazienza dei più fortunati nel caso di una recessione economica… Ma questo è un problema per il prossimo secolo.

In termini evolutivi lo Stato sociale ha reso proficuo il fallimento. Le donne della classe inferiore sono il 60% più prolifiche di quelle della piccola borghesia, bianca o nera. Ma anche questo dato sottovaluta l’impatto sulla popolazione. Le donne sottoproletarie non solo fanno più figli, ma li fanno prima, portando nel tempo a una crescita geometrica della popolazione sottoproletaria.

Rees-Mogg, che si fa coraggio con l’illusione che "il marxismo è morto", dà voce alle politiche apertamente reazionarie che richiamano fortemente le affermazioni dei maltusiani del secolo scorso:

[I poveri] vengono incoraggiati a sprecare la propria vita dai perversi incentivi dei programmi sociali che impongono aliquote reali di tassazione pari al 100% del reddito o più su chi rifiuta l’assistenza per ottenere un impiego. In molti casi, il valore totale dei buoni pasto, dei sussidi, dei pagamenti dell’assistenza sociale, dei sostegni al reddito, e delle cure mediche gratuite e di altri servizi eccedono il reddito lordo di un lavoratore non specializzato. E l’assistenza pubblica, per definizione, può essere ottenuta senza sforzi o quasi. Non devi alzarti al mattino e precipitarti in mezzo agli altri pendolari per assicurarti il pane (…) la scarsa applicazione delle leggi rende più attraenti perfino l’analfabetismo, la pigrizia e l’illegalità. Ragazzi che possono fare cento dollari l’ora come ladri o spacciatori saranno probabilmente meno attratti dai vantaggi di imparare a leggere o avere un lavoro al minimo salariale, cose che possono migliorarti la vita solo in futuro.43

Sull’altra costa dell’Atlantico, la percezione degli stessi presagi si va diffondendo tra gli strateghi del capitale. Il noto economista John Kenneth Galbraith ha posizioni più moderate di Rees-Mogg, ma è giunto a conclusioni analoghe. Nel suo libro The Culture of Contentment (La cultura dell’appagamento) lancia un duro monito sul pericolo di conflitti sociali esplosivi generati dalle divisioni di classe della società americana:

Ma la possibilità di una rivolta del sottoproletariato, che turberebbe profondamente l’appagamento, esiste e cresce velocemente. Ci sono state esplosioni nel passato, come i disordini nei sobborghi delle grandi città alla fine degli anni ’60 ed esistono oggi molti fattori che potrebbero portare a un ripetersi di eventi simili.

In particolare, è chiaro, la tranquillità finora è dipesa dal paragone con la vita disagevole del periodo precedente ma, col tempo, la differenza svanisce, e col tempo diminuisce anche la possibilità di fuggire dalle privazioni relative, ovvero l’impossibilità di mobilità verso l’alto della scala sociale. Questa, in particolare, potrebbe essere la conseguenza di un’economia in fase di rallentamento o di contrazione e a maggior ragione in caso di prolungata recessione o di depressione. I lavoratori che, a ondate successive, hanno lavorato nell’industria automobilistica e nelle fabbriche di Detroit, i profughi delle campagne del Michigan e dell’Ontario e, in seguito, i bianchi poveri degli Appalachi, tutti loro hanno avuto la possibilità di ascendere stabilmente la scala sociale. Molti di quelli che vennero dal sud per sostituirli sperimentano ora una disoccupazione endemica. Nessuno si sorprenderebbe se , un giorno o l’altro, si scatenasse una violenta reazione. È sempre stato uno dei cardini della società dei ricchi che i disagiati accettino pacificamente, perfino con gioia, il proprio destino. Un tale convincimento oggi potrebbe essere improvvisamente e bruscamente confutato.44

Alienazione

 

"Il mondo non è un insieme di individui isolati;
tutto è connesso con ogni cosa in qualche modo" (Aristotele)

 

"Nessun uomo è un’isola, tutto da solo;
ogni uomo è un pezzo del continente, una parte dell’insieme;
se una zolla viene spazzata via dal mare, l’Europa ne è diminuita,
come se fosse un promontorio, o un maniero tuo o dei tuoi amici;
la morte di qualsiasi uomo mi diminuisce, perché io sono parte dell’Umanità;
per questo non chiedere mai per chi suona la campana; suona per te."
(John Donne, Devotions upon Emergent Occasions, no. xvii.)

 

 

Gli esseri umani divennero tali separandosi dalla propria natura puramente animale, ovvero inconscia. Persino l’animale più sviluppato non può competere con le conquiste dell’umanità, che le hanno permesso di sopravvivere e prosperare nelle condizioni e nei climi più diversi, nelle profondità oceaniche, in cielo e anche nello spazio. Gli esseri umani si sono sollevati a tal punto dal proprio stato "naturale", ovvero zoologico, che hanno modificato il proprio ambiente a un livello come mai in passato. Eppure, paradossalmente, gli uomini sono ancora controllati da forze cieche che sfuggono al loro controllo. La cosiddetta "economia di mercato" è basata sulla premessa che le persone non controllano la propria vita e i propri destini, ma sono pupazzi nelle mani di forze invisibili che, come gli dèi dell’antichità, capricciosi e insaziabili, governano tutto e tutto dispongono senza ragione coerente. Questi dèi hanno sacerdoti che dedicano la propria vita al loro servizio. Essi popolano le banche e le borse, hanno rituali complicati, ma ne ricavano anche grossi profitti. Ma quando le divinità si arrabbiano i sacerdoti si fanno prendere dal panico, come un branco di bestie impaurite, e come esse privi di coscienza.

Gli antichi romani definivano lo schiavo "strumento con la voce" (instrumentum vocalis). Al giorno d’oggi molti lavoratori potranno constatare che tale descrizione potrebbe essere applicata bene anche a loro. Ci dicono che viviamo in un mondo postmoderno, postindustriale, post-fordista. Ma cosa è cambiato delle condizioni della classe lavoratrice? Dappertutto le conquiste del passato sono sotto attacco. Nei paesi occidentali il tenore di vita della maggior parte della popolazione, si sta riducendo fortemente. Lo Stato sociale è minato mentre la piena occupazione è ormai un ricordo del passato.

In tutti i paesi la società è afflitta da un fortissimo disagio, che parte dalla testa e scende fino a investire ogni parte del corpo. La sensazione di insicurezza provocata dalla disoccupazione di massa permanente si è diffusa in settori della forza-lavoro che prima si sentivano al sicuro; insegnanti, medici, infermieri, impiegati statali, quadri, nessuno è più al riparo. Gli stessi risparmi della piccola borghesia, il valore delle loro case, sono minacciati dai movimenti incontrollabili dei mercati finanziari e valutari. La vita di miliardi di esseri umani è alla mercé di forze cieche che operano così a casaccio da far apparire le divinità antiche esseri razionali.

Decenni fa si sentiva dire con fiducia che i progressi della scienza e della tecnologia avrebbero risolto tutti i problemi dell’umanità. Nel futuro, uomini e donne non si sarebbero più dovuti occupare della lotta di classe ma di gestire il loro tempo libero. Queste previsioni non erano del tutto fuori luogo; da un punto di vista prettamente scientifico non c’è ragione per cui non potremmo essere in grado di ridurre drasticamente l’orario di lavoro, aumentando simultaneamente la produzione e i tenori di vita, sulla base di grandiosi aumenti di produttività grazie all’applicazione delle nuove tecnologie. La situazione reale è però ben diversa.

Marx spiegò molti anni fa che, su basi capitaliste, l’introduzione delle macchine, anziché ridurre la giornata lavorativa, tende ad allungarla. In tutti i principali paesi capitalistici si registra una pressione spietata sui lavoratori per portarli ad allungare la giornata lavorativa, riducendo al tempo stesso i salari. Nel numero del 24 ottobre 1994, Time annunciava una forte svolta positiva dell’economia americana, con i profitti alle stelle:

(…) ma i lavoratori lamentano che per loro espansione significa esaurimento. Nell’industria americana, le aziende stanno ricorrendo allo straordinario per spremere al massimo la forza-lavoro: la settimana lavorativa in fabbrica in questo periodo è mediamente di circa 42 ore, quasi un record, incluse 4,6 ore in media di straordinari. "Sono gli americani", osserva Audrey Freedman, un’economista del lavoro, membro della redazione del Time, "quelli che lavorano di più al mondo". Le tre più grandi case automobilistiche hanno portato questa tendenza all’estremo. I loro lavoratori stanno lavorando una media di 10 ore straordinarie alla settimana e lavorano anche, mediamente, 6-8 sabati all’anno.

Lo stesso articolo cita molti esempi sia di operai che di impiegati di varie industrie, che lamentano un uso cronico dello straordinario:

Sto facendo il lavoro di tre persone", dice Joseph Kelterborn, 44 anni, che lavora nella compagnia telefonica Nynex di New York. Il suo reparto, che installa e fa la manutenzione delle reti di fibre ottiche, è stato ridotto da 27 a 20 persone, in parte unendo quelle che prima erano tre mansioni separate - cablatore, addetto all’avviamento e collaudatore - nel suo lavoro di cablatore-portatore. Come risultato, dice Kelterborn, spesso deve lavorare quattro ore oltre il normale al giorno e un fine settimana su tre. "Quando arrivo a casa", dice lamentandosi, "ho giusto il tempo per una doccia, la cena e un sonnellino; poi è già tempo di alzarsi e ricominciare da capo.

Come notò Marx, l’intensificazione nell’uso delle macchine sotto il capitalismo significa più ore di fatica per quelli che conservano il posto. Dall’inizio della ripresa che cominciò nel marzo del 1991, l’economia statunitense ha creato almeno sei milioni di nuovi posti di lavoro, ma in modo tale da fare a meno di altri due milioni di posti; se le aziende americane avessero assunto allo stesso ritmo delle precedenti fasi espansive, l’aumento dei posti di lavoro sarebbe stato di almeno otto milioni.

L’articolo di Time aggiunge:

Ci sono molti dati che suggeriscono, effettivamente, che negli Stati Uniti si stia sviluppando una specie di società su due livelli. Mentre i profitti delle grandi aziende e gli stipendi dei dirigenti aumentano rapidamente, i salari reali (ovvero i salari al netto dell’inflazione) non crescono affatto. Anzi il governo ha dichiarato che il reddito medio di una famiglia negli Usa è sceso l’anno scorso di 312 dollari, mentre un altro milione di persone è caduto nella povertà; quelli che secondo la definizione ufficiale sono poveri costituiscono il 15,1% della popolazione statunitense contro il 14,8% del 1992. Questi sono dati incredibili per il quarto anno di ripresa economica che sta acquistando sempre più vigore.

Nel Manifesto del partito comunista, Marx ed Engels dicono:

Il lavoro dei proletari, con l’estendersi dell’uso delle macchine e con la divisione del lavoro ha perduto ogni carattere d’indipendenza e quindi ogni attrattiva per l’operaio. Questi diventa un semplice accessorio a cui non si chiede che un’operazione estremamente semplice, monotona, facilissima da imparare. Le spese che l’operaio procura si limitano perciò quasi esclusivamente ai mezzi di sussistenza necessari per il suo mantenimento e per la propagazione della sua specie. Ma il prezzo di una merce, e quindi anche il prezzo del lavoro è uguale al suo costo di produzione. Così, a misura che il lavoro si fa più ripugnante, più discende il salario. Più ancora: a misura che crescono l’uso delle macchine e la divisione del lavoro, cresce anche la quantità del lavoro, sia per l’aumento delle ore di lavoro, sia per l’aumento del lavoro richiesto in una data unità di tempo, per l’accresciuta celerità delle macchine, ecc.45

In uno dei film più famosi di Charlie Chaplin, Tempi moderni, abbiamo una rappresentazione vivida della vita in catena di montaggio in un grande stabilimento degli anni trenta. Un lavoro lungo, faticoso e ingrato che costituisce una ripetizione senza fine dello stesso monotono compito trasforma di fatto un essere umano in un’appendice della macchina, uno "strumento con la voce". Nonostante tutte le chiacchiere sulla "partecipazione", le condizioni in molte fabbriche rimangono le stesse. Di fatto la pressione sugli operai è aumentata costantemente negli ultimi anni. Le piccole cose che rendono la vita un po’ più sopportabile vengono crudelmente spazzate via. In Inghilterra, dove la forza dei sindacati aveva permesso molte conquiste in passato, l’ora del pranzo è per lo più passata alla storia. Il cancelliere Kohl informa i lavoratori tedeschi che devono cominciare a lavorare nei fine settimana. È la stessa situazione ovunque.

Invece di migliorare le condizioni della maggioranza degli operai nell’industria, le nuove tecnologie sono state usate per peggiorare le condizioni degli impiegati. Nella maggioranza delle banche, degli ospedali e dei grandi uffici, la posizione dei dipendenti assomiglia sempre di più a quella di chi si trova nelle grandi fabbriche. La stessa insicurezza, la stessa pressione asfissiante sul sistema nervoso, lo stesso stress che porta a problemi di salute, alla depressione, ai divorzi.

Negli ultimi anni alcuni scienziati sono tornati all’idea della "macchina-uomo", in relazione alla robotica e alle questioni dell’intelligenza artificiale. Quest’idea è penetrata anche nell’immaginazione popolare, come dimostrato dalla serie di film tipo Terminator, dove esseri umani combattono contro automi altamente sofisticati. Questo fenomeno recente la dice lunga sulla psicologia di questo periodo, caratterizzato dalla generale disumanizzazione della società, unita a una sensazione che gli esseri umani non guidano il proprio destino e una paura delle forze incontrollabili che dominano la vita della gente. Per contrasto, il tentativo di creare l’intelligenza artificiale rappresenta un ulteriore avanzamento della scienza della robotica che, in una società autenticamente razionale, aprirebbe un orizzonte meraviglioso per il progresso dell’umanità.

La sostituzione dei lavori più pesanti con macchine avanzate è la chiave per la più grande rivoluzione culturale della storia, sulla base di una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro. Tuttavia, non si potrà mai riprodurre esattamente il pensiero umano in una macchina, sebbene essa sia capace di svolgere più efficientemente alcune specifiche operazioni. Questo non per una qualche ragione mistica, o per via di un’anima immortale che ci renderebbe un prodotto unico della Creazione, ma per la natura stessa del pensiero che non può essere separata dall’intero complesso delle attività del corpo, a cominciare dal lavoro.

 

Marx e l’alienazione

 

Anche per i fortunati che hanno un lavoro, nove volte su dieci il lavoro è una sfacchinata lunga e senza senso. Le ore di lavoro non sono considerate come parte della vita di ognuno. Non hanno niente a che fare con noi come esseri umani. Il prodotto del nostro lavoro appartiene a qualcun altro, per il quale si è solo un "fattore della produzione". La vita comincia nel momento in cui si esce dal posto in cui si lavora e cessa nel momento in cui vi si rientra. Questo fenomeno venne ben spiegato da Marx nei suoi Manoscritti economici e filosofici del 1844:

In che cosa consiste ora l’espropriazione del lavoro?

Primieramente in questo: che il lavoro resta esterno all’operaio, cioè non appartiene al suo essere, e che l’operaio quindi non si afferma nel suo lavoro, bensì si nega, non si sente appagato ma infelice, non svolge alcuna libera energia fisica e spirituale, bensì mortifica il suo corpo e rovina il suo spirito. L’operaio si sente quindi con se stesso soltanto fuori dal lavoro, e fuori di sé nel lavoro. Come a casa sua è solo quando non lavora; e quando lavora non lo è. Il suo lavoro non è volontario, bensì forzato, è lavoro costrittivo. Il lavoro non è quindi la soddisfazione di un bisogno, bensì è soltanto un mezzo per soddisfare dei bisogni esterni ad esso. La sua estraneità risalta nel fatto che, appena cessa di esistere una costrizione fisica o di altro genere, il lavoro è fuggito come la peste. Il lavoro esterno, il lavoro in cui l’uomo si espropria, è un lavoro-sacrificio, un lavoro di mortificazione. Finalmente l’esteriorità del lavoro al lavoratore si palesa in questo: che il lavoro non è cosa sua ma di un altro; che non gli appartiene, e che in esso egli non appartiene a sé, bensì a un altro. Come nella religione l’attività spontanea dell’umana fantasia, dell’umano cervello e del cuore umano, opera indipendentemente dall’individuo, cioè come un’attività estranea, divina o diabolica, così l’attività del lavoratore non è attività spontanea. Essa appartiene ad un altro, è la perdita del lavoratore stesso.46

Così, per la grande maggioranza, la vita è per lo più occupata da un’attività che ha ben poco significato per l’individuo; al più è tollerabile, nel caso peggiore è un tormento senza sosta. Anche quelli che hanno un lavoro come insegnare ai bambini o curare gli ammalati stanno constatando che la soddisfazione che provavano sta svanendo, visto che le leggi di mercato stanno facendo la propria comparsa nelle aule e nelle corsie.

La sensazione che la società abbia raggiunto un’impasse non è confinata ai settori più sfruttati della popolazione. Anche nella classe dominante c’è una crescente sensazione di malessere e pessimismo nel futuro. Si cercherebbero invano le grandi idee del passato, la fiducia, l’ottimismo. I continui vanti sulle presunte meraviglie dell’"economia di libero mercato" hanno un fascino sempre minore tra loro, ora che la gente sta prendendo coscienza della vera situazione, i milioni di disoccupati, gli attacchi ai livelli di vita, le fortune favolose costruite su speculazioni, l’avidità, la corruzione. È un’ironia che i difensori dell’ordine esistente accusino il marxismo di essere improntato a un "gretto materialismo" quando gli stessi borghesi praticano il più grossolano e volgare tipo di materialismo, non nel senso filosofico, ma in quello volgare, da loro assegnato alla parola.

La ricerca insensata della ricchezza, l’elevazione dell’avidità a principio fondamentale di tutte le cose sono il centro di tutta la loro cultura, la loro vera religione. Nel passato, però, stavano attenti a nascondere questa propensione il più possibile, celandola dietro uno schermo di ipocriti moralismi sul dovere, il patriottismo, l’onesto impegno nel lavoro e tutto il resto; ora è tutto allo scoperto. In ogni angolo del mondo vediamo un’epidemia senza precedenti di corruzione, truffe, menzogne, imbrogli, ladrocini; non piccoli furti, come quelli dei criminali comuni, ma rapine su larga scala perpetrate da imprenditori, politici, capi della polizia e giudici. E perché no? Non è nostro dovere diventare ricchi? Il credo del monetarismo eleva l’egoismo e l’avidità a princìpi. Arraffa tutto quello che puoi e che il diavolo si porti l’ultimo. Questa è l’essenza distillata del capitalismo; la legge della giungla tradotta nel linguaggio di teorie economiche degne della stregoneria. Almeno un tale approccio ha il merito della semplicità, in quanto dice brutalmente e chiaramente in cosa consiste questo sistema.

Ma che vuota filosofia! Che miserabile concezione della vita umana! Anche se loro stessi non lo sanno i signori del mondo sono anch’essi schiavi, servi ciechi di forze che non controllano. Non hanno più controllo su questo sistema di quello che le formiche hanno sul formicaio. Il fatto è però che essi sono soddisfatti di questa situazione che è il fondamento della loro posizione, del loro potere e della loro ricchezza. E resistono accanitamente a ogni tentativo di trasformare radicalmente la società.

Se c’è un filo conduttore della storia umana questo è la lotta degli uomini e delle donne per acquisire il controllo sulle proprie vite, per liberarsi nel vero senso della parola. Con tutti i progressi della scienza e della tecnica, con tutto quello che gli uomini hanno imparato sulla natura e su se stessi, ora esiste la possibilità di prendere in mano le redini della nostra vita. Invece nell’ultimo decennio del ventesimo secolo il mondo sembra attanagliato da una strana follia; gli esseri umani sentono di avere ora meno controllo di prima sul proprio destino. L’economia, l’ambiente, l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, il cibo che mangiamo, tutto sembra minacciato. L’antico senso di fiducia è sparito; è sparita l’idea che la storia sia una marcia ininterrotta verso qualcosa di meglio del presente. In queste circostanze interi settori della società cercano una via di uscita in cose come la droga o l’alcool. Quando la società non si mostra più razionale, gli uomini e le donne cercano consolazione nell’irrazionale. La religione, come disse Marx, è l’oppio dei popoli, e i suoi effetti non sono meno dannosi di altre droghe. Abbiamo visto come idee religiose e mistiche sono penetrate anche nel mondo della scienza. Questo è un riflesso della natura del periodo che stiamo attraversando.

 

La morale

 

"Mira a rafforzare il tuo impegno morale e la tua fede religiosa. Rileggi I dieci comandamenti e il libro degli Ecclesiaste.
La Bibbia non è un cattivo insegnante di storia né una guida malvagia per sopravvivere in tempi difficili"
(Rees-Mogg)

 

"Chi non desidera tornare a Mosé, Gesù Cristo o Maometto.
Chi è insoddisfatto dell’eclettico guazzabuglio, deve riconoscere che la morale è un prodotto dello sviluppo sociale,
che non c’è niente di immutabile in essa, che serve interessi sociali, che questi interessi sono contraddittori, che la morale, più di ogni altra forma di ideologia, ha un carattere di classe." (Trotskij)
 

"Il marxismo nega la morale!". Quante volte abbiamo sentito espressioni di questo tipo che semplicemente rivelano l’ignoranza di ciò che è abc del marxismo. Certo, il marxismo nega l’esistenza di una moralità aprioristica. Ma non ci vuole molto per mostrare che i codici morali che hanno regolato il comportamento umano sono variati in modo sostanziale da un periodo storico all’altro. Si è avuto un periodo nella storia della società umana in cui non era considerato immorale mangiare i prigionieri di guerra. In seguito il cannibalismo venne considerato con disprezzo, però i prigionieri di guerra potevano essere fatti schiavi. Anche il grande Aristotele fu pronto a giustificare la schiavitù, sulla base del fatto che gli schiavi non avrebbero posseduto anima e dunque non sarebbero stati del tutto umani (la stessa tesi veniva applicata alle donne). In una fase successiva venne considerato moralmente scorretto che qualcuno possedesse un’altra persona come sua proprietà, ma perfettamente accettabile che i signori feudali avessero servi che erano incatenati alle terre, completamente assoggettati al signore, al punto da consegnargli la sposa nella prima notte di nozze.

Al giorno d’oggi tutte queste cose vengono considerate barbare e immorali, ma l’istituzione del lavoro salariato, nella quale un uomo si vende pezzo per pezzo a un padrone che impiega la sua forza-lavoro come meglio gli aggrada, non è mai messa in discussione. In fondo, si argomenta, quello è lavoro libero. Diversamente dai servi e dagli schiavi, operai e padroni arrivano a un accordo di propria volontà e nessuno obbliga il lavoratore a lavorare per un certo padrone e, se non gli piace, può andarsene e cercare un altro posto. In più in un’economia di libero mercato la legge è uguale per tutti. Lo scrittore francese Anatole France parlò dell’"ugualitarismo meraviglioso della legge, che proibisce ai ricchi come ai poveri di dormire sotto i ponti, di chiedere l’elemosina e di rubare il pane".

Nella società di oggi invece delle vecchie forme dichiarate di sfruttamento, troviamo uno sfruttamento camuffato, ipocrita, in cui la vera relazione tra uomini e donne è trasferita in un rapporto tra cose, un pezzo di carta che dà al suo possessore il potere di vita e di morte, che può rendere meraviglioso ciò che è brutto, forte ciò che è debole, intelligente ciò che è stupido, giovane ciò che è vecchio. Trotskij scrisse che le relazioni monetarie sono penetrate così nel profondo della mente degli uomini che quando parliamo di un uomo diciamo che "vale" un tot di miliardi. Questo è una misura del grado di alienazione che esiste in questa società in cui tali modi di dire sono molto diffusi. Né stupisce quando durante una crisi valutaria la televisione parla delle varie monete come se fossero persone che stanno guarendo da una malattia ("il dollaro/marco/franco oggi va un po’ meglio…"). Esseri umani considerati cose, mentre le cose, specialmente la moneta, sono guardate con un timore superstizioso che richiama alla memoria gli atteggiamenti religiosi dei selvaggi verso i propri totem e feticci. Le ragioni di questo feticismo delle merci vennero spiegate da Marx nel primo volume del Capitale.

La ricerca di una morale assoluta risulta assolutamente futile. Ancora una volta in questo caso le leggi immutabili della logica non ci possono aiutare. La logica formale si basa su una antitesi fissa tra verità e falsità. Un’idea è giusta o sbagliata. Ma la verità, come il poeta tedesco Lessing osservò, non è come una moneta coniata che è uscita pronta dalla zecca per essere usata in ogni circostanza. Ciò che è vero in un momento e in determinate circostanze diviene falso in un altro momento. Lo stesso dicasi per i concetti come "bene" e "male". Ciò che è "buono" e lodevole in una società è abominevole in un’altra. Inoltre, anche in una stessa società, il concetto di cosa sia buono e cattivo cambia spesso, secondo le circostanze e gli interessi delle varie classi. Se escludiamo l’incesto che, a quanto pare, è stato tabù in praticamente tutte le società, ci sono pochissime ingiunzioni morali che si mostrano eterne e assolute. "Non rubare" non ha molto senso in società non basate sulla proprietà privata. "Non desiderare la donna d’altri" significa qualcosa solo in una società dominata dall’uomo, dove il capofamiglia vuole la sicurezza che la proprietà privata venga tramandata ai propri figli. "Non uccidere" è un comandamento che è sempre stato circondato da così tante eccezioni che si è subito trasformato in qualcosa di diverso o anche opposto; per esempio: non uccidere, se non per legittima difesa, o non uccidere se non quegli individui membri di altre tribù/nazioni/religioni ecc.

In ogni guerra i preti benedicono gli eserciti quando questi si avviano a massacrare i soldati di altri paesi. L’ingiunzione morale assoluta di non uccidere immediatamente si rivela subordinata ad altre considerazioni che, a un più attento esame, risultano funzionali agli interessi strategici, economici, territoriali o politici dello Stato coinvolto nello scontro. L’ipocrisia di tutto ciò è ottimamente espressa da una breve poesia del grande poeta scozzese Robert Burns, Sul ringraziamento per una vittoria nazionale:

Ye hypocrites! are these your pranks?
To murder men, and give God thanks?
Desist for shame! Proceed no further:
God won’t accept your thanks for Murther.
Ipocriti! son questi i vostri scherzi?
Uccidete uomini e poi ringraziate Iddio?
Desistete per la vergogna! Non andate oltre;
Dio non accetta il vostro ringraziamento di assassini.

La guerra è una componente della vita (e della morte), innumerevoli nella storia dell’umanità, il che può essere deplorato ma non negato. Inoltre tutti i problemi più importanti tra le nazioni si sono risolti in ultima analisi con la guerra. Il pacifismo non è mai stato una dottrina che ha trovato molti sostenitori nei governi, se non come spiccioli di cambio nella diplomazia, il cui unico scopo è ingannare il prossimo sulle vere intenzioni del governo che essa rappresenta. Mentire è il lavoro quotidiano dei diplomatici ed è per questo che sono pagati. In questo campo il comandamento "non dire falsa testimonianza" semplicemente non si applica. Un comandante in capo che non facesse qualsiasi cosa in suo potere per nascondere al nemico i propri intenti verrebbe considerato un folle o un traditore. In questo caso una bugia diventa qualcosa di encomiabile, uno stratagemma militare. Un generale che dicesse al nemico la verità sui suoi piani verrebbe fucilato alla schienas; un lavoratore che rivelasse i dettagli di uno sciopero al padrone verrebbe considerato come un crumiro dai suoi compagni.

Da questi pochi esempi è chiaro che la morale non è un’astrazione metastorica, ma un qualcosa che si è evoluto storicamente e ha subito considerevoli cambiamenti. Nel medioevo, la Chiesa cattolica condannava l’usura come un peccato mortale. Oggi il Vaticano ha perfino una banca e raccoglie grandi somme di denaro prestando soldi a interesse. In altre parole la morale ha una base di classe. Essa riflette i valori, gli interessi e i modi di vedere della classe sociale dominante. Naturalmente essa non riesce a mantenere il necessario grado di coesione sociale se non è accettata dalla grande maggioranza dei cittadini. Perciò deve apparire come composta di verità assolute e insindacabili, la cui violazione deve necessariamente condurre al crollo dell’intero edificio sociale.

Ci sono poche scene più repellenti che il vedere ricchi benpensanti arringare il pubblico sul bisogno di moralità, religione, pianificazione familiare e frugalità. Gli stessi individui, la cui avidità egoistica si manifesta ogni giorno negli enormi aumenti salariali per i dirigenti d’azienda, spiegano ai lavoratori che bisogna fare sacrifici. Gli stessi speculatori che non esitano a gettare la valuta del proprio paese nel caos per aumentare i propri conti in banca già spropositati ci spiegano che è necessario essere patriottici. Le stesse banche, le multinazionali e i governi responsabili dello sfruttamento più indegno di milioni di persone in Africa, Asia e America Latina levano alte grida di sdegno e di orrore quando contadini e operai si armano per combattere per i propri diritti. Spiegano al mondo che c’è bisogno di pace, ma scorte di armamenti micidiali, su cui continuano a lucrare favolosi profitti, mostrano quanto sia relativo il loro pacifismo. La violenza è un crimine solo quando a ricorrervi sono i poveri e gli oppressi. Tutta la storia mostra che la classe dominante ha difeso e difenderà sempre il suo potere e i suoi privilegi con i mezzi più brutali, se necessario.

Famiglia, ordine, proprietà privata e religione sono sempre state le parole scritte sulle bandiere dei conservatori difensori dell’ordine esistente. Ma di queste, che sarebbero inviolabili istituzioni, solo una, la proprietà privata, interessa veramente alla classe dominante. La religione è, come Rees-Mogg osserva schiettamente, un’arma necessaria per tenere a bada i poveri. La maggior parte della classe dominante non crede a una parola di essa e va in chiesa o al tempio come andasse a teatro, per fare sfoggio di abiti all’ultima moda. La loro comprensione della teologia è scarsa quanto il loro interesse per L’anello di Wagner. Nella vita di tutti i giorni i borghesi mostrano un interesse ben misero per le "leggi eterne della morale". L’epidemia di scandali che ha colpito il sistema politico in Italia, Francia, Spagna, Inghilterra, Belgio, Giappone e Stati Uniti è solo la punta dell’iceberg. Eppure continuano a predicare le "eterne verità morali" e sono sorpresi quando ricevono come risposta una fragorosa risata.

Con ciò si può dire che non esiste la morale? O significa forse che i marxisti non hanno una morale? Niente affatto. La morale esiste e svolge un ruolo necessario nella società. Ogni società ha un codice etico che serve come un potente cemento, nella misura in cui è riconosciuto e rispettato da quasi tutti. In ultima analisi, la morale esistente e il codice civile che tenta di metterla in pratica sono supportati dall’apparato dello Stato, dato che riflette gli interessi della classe o della casta dominante, sebbene in modo non limpido. Finché l’ordine socioeconomico esistente porta avanti la società, i valori, le idee e i modi di vedere di chi comanda, sono accettati senza discussione dalla grande maggioranza. Le basi di classe della morale venne spiegata da Trotskij:

La classe dominante impone i propri scopi alla società e la abitua a considerare immorali tutti quei mezzi che contraddicono tali scopi. Questa è la funzione principale della morale ufficiale. Essa persegue l’idea della "massima felicità possibile" non per la maggioranza, ma per una minoranza piccola e sempre più ristretta. Un tale regime non potrebbe durare nemmeno per una settimana solo con la forza. Ha bisogno del cemento della morale.47

Quei pochi individui che osano metterla in discussione sono bollati come eretici e perseguitati. Sono considerati gente "immorale", non perché non abbiano una propria posizione sulla morale, ma perché non si conformano alla morale dominante. Socrate fu accusato di avere una nefasta influenza sulla gioventù ateniese e dunque condannato a bere la cicuta. I primi cristiani vennero accusati di ogni specie di atti immorali dallo Stato schiavista che li perseguitava senza pietà prima di convincersi che sarebbe stato meglio riconoscere la nuova fede per corrompere i dirigenti della Chiesa nascente. Lutero venne denunciato come uomo malvagio quando attaccò la corruzione della Chiesa medievale.

Il crimine del marxismo è di far notare che la società capitalistica è entrata in conflitto con le necessità dello sviluppo sociale, che è divenuta un ostacolo inaccettabile al progresso umano, che è lacerata dalle contraddizioni, che è economicamente, politicamente, culturalmente e moralmente in sfacelo e che i suoi sforzi per sopravvivere mettono in pericolo il futuro del pianeta. Dal punto di vista di quelli che possiedono e controllano le ricchezze della Terra, queste idee sono "cattive". Invece dal punto di vista di coloro che cercano una via d’uscita dall’impasse, queste idee sono corrette, necessarie e buone.

La crisi protratta del capitalismo ha gli effetti più nefasti sulla morale e la cultura. Dovunque i sintomi della disintegrazione sociale si toccano con mano. La famiglia borghese si disgrega e, in assenza di qualcosa che la sostituisca, ciò inesorabilmente conduce milioni di famiglie bisognose a un inferno di povertà e degrado. Interi quartieri allo sbando nelle città americane ed europee, con enormi concentrazioni di disoccupazione e di privazioni, costituiscono l’humus in cui prosperano lo spaccio e l’abuso di droga, il crimine e altre attività di questo tipo.

In questa società le persone sono considerate alla stregua di beni sacrificabili. Le merci che non possono essere vendute restano inutilizzate finché non marciscono; perché dovrebbe essere diverso con gli uomini? Purtroppo per la classe dominante non è altrettanto semplice con le persone, che non si possono lasciare deperire in massa fino alla morte , per paura delle conseguenze sociali. Così vediamo emergere una nuova contraddizione del capitalismo:invece di fare profitti facendo lavorare i disoccupati, la borghesia è costretta a nutrirli. Una situazione davvero folle, in cui uomini e donne che vorrebbero lavorare, che potrebbero accrescere la ricchezza della società, non possono farlo a causa delle "leggi del mercato".

Questa è una società inumana, dove le persone sono subordinate alle cose. Bisogna stupirsi che qualcuno si comporti in modo disumano? Ogni giorno la stampa sensazionalistica è piena di storie dell’orrore e di abusi terrificanti commessi sui più deboli, i più indifesi della comunità umana, donne, bambini, anziani. È un preciso barometro dello stato morale della società. A volte la legge punisce questi reati, sebbene in generale i delitti contro la (grande) proprietà siano perseguiti dalla polizia con più energia che i crimini contro la persona. In ogni caso, le profonde radici sociali della criminalità sono al di là del potere dei tribunali e della polizia. La disoccupazione genera crimini di ogni genere.

Ma ci sono altri fattori, più inponderabili. La cultura dell’egoismo, dell’avidità e dell’indifferenza verso le sofferenze altrui è fiorita, particolarmente negli ultimi vent’anni, quando essa è stata elevata al rango di politica economica da Reagan, dalla Thatcher e da tutti i governi conservatori del mondo ed ha avuto un effetto, difficile da quantificare, ma sicuramente notevole. Questo è il vero volto del capitalismo, o più precisamente dei monopoli, del capitale finanziario, un volto spietato, rozzo, avido e cinico.

Questo è il capitalismo nel suo periodo di decadenza senile, che tenta di ritornare al vigore della gioventù. È un capitalismo parassitario, in cui si preferisce speculare sui pezzi di carta della finanza piuttosto che produrre ricchezza vera. Si preferiscono i "servizi" all’industria; si chiudono le fabbriche come se niente fosse, distruggendo crudelmente intere comunità e industrie, e si consiglia ai minatori e agli operai siderurgici di trovare lavoro nei fast food, l’equivalente odierno di quello che disse la regina Maria Antonietta al popolo affamato di Parigi poco prima della rivoluzione: "Se non c’è pane mangino le brioches".

Oltre a provocare conseguenze mostruose sul piano sociale ed economico, questa dottrina è portatrice di una morale che è un veleno per la società. Gente che non ha neanche la speranza di trovare un lavoro, si trova davanti lo spettacolo della "società dei consumi", in cui fare soldi e sperperarli viene presentato come l’unica attività degna di essere svolta.

I modelli di comportamento di questa società sono gli arrivisti presuntuosi, quelli che si arricchiscono in poco tempo, il furbo che fa i soldi facilmente, disposto a tutto pur di "farsi strada". Questo è il vero volto della "libera impresa", della reazione monetarista; è il volto di un avventuriero senza scrupoli, un truffatore imbroglione, un ignorante superficiale, un bullo col vestito costoso, la personificazione dell’avarizia e dell’egoismo. Sono queste le persone che applaudono quando vengono chiusi scuole e ospedali, quando si tagliano le pensioni e altre fonti di spesa "improduttive", mentre fanno soldi alzando un telefono, senza neanche darsi pena di produrre qualcosa che serva a qualcuno.

Si sente spesso dire che le persone, "per natura", agiscono secondo i propri interessi. Questo poi viene interpretato in modo ristretto, come egoismo. Una tale interpretazione fa comodo ai difensori di questo sistema in cui la taccagneria e la ricerca del proprio tornaconto vengono innalzati a princìpi morali, equivalenti all’esercizio della "libertà personale". Ma se così fosse, la società umana non avrebbe mai potuto svilupparsi.

La stessa parola "interesse" deriva dal latino interesse, che significa prendere parte. Tutta la base dell’evoluzione intellettuale e morale del bambino è un procedere dall’"egoismo" verso una capacità maggiore di comprendere le necessità e le richieste altrui. La società umana è basata sulle esigenze della produzione sociale, della cooperazione e della comunicazione.

È l’impasse del capitalismo che minaccia di riportare indietro la cultura a un livello puerile nel peggior senso della parola, la puerilità di un sistema in fase di decadenza senile. Una società atomizzata, in cui ognuno pensa a sé, senza una prospettiva, senza una morale, senza una filosofia, senza un’anima.

Possibilità senza limiti

 

Ogni sistema sociale pensa di esserel’ultima fase dello sviluppo storico. Tutta la storia precedente costituirebbe solo la preparazione a questo particolare modo di produzione e a tutte le forme legali, il codice morale, la religione e la filosofia che lo accompagnano. Ma qualsiasi sistema sociale esiste solo finché è capace di soddisfare i bisogni della popolazione e di dare ad essa una speranza per il futuro. Nel momento in cui fallisce in questo compito, esso entra in un processo irreversibile di declino, non solo economico, ma anche morale e culturale. Una tale società è morta, anche se i suoi difensori non lo ammetterebbero mai.

Con l’avvicinarsi della fine del secolo, si avverte nella società capitalistica una sensazione palpabile e pervasiva di stanchezza ed esaurimento. È come se un intero modo di vivere fosse diventato vecchio, decrepito. Non è solo quello che gli scrittori chiamano mal du siècle; è una vaga percezione che l’"economia di mercato" ha raggiunto i suoi limiti. Ma, se una data forma di società è sopravvissuta a se stessa, non significa che lo sviluppo dell’umanità sia altrettanto limitato. La storia non solo non è finita; non è nemmeno cominciata. Se consideriamo la storia come un calendario in cui il 1° gennaio rappresenta la nascita della Terra e il 31 dicembre il presente, dato che l’età della Terra è di circa 5 miliardi di anni, ogni secondo rappresenterebbe circa 167 anni, ogni minuto 10mila anni. Il precambriano sarebbe dunque cominciato il 18 novembre e l’uomo sarebbe apparso venti minuti prima di mezzanotte del 31 dicembre. Tutta la storia umana scritta non comprenderebbe che quaranta secondi dell’ultimo minuto dell’anno.

Ilya Prigogine ha saggiamente osservato che "la comprensione scientifica del mondo attorno a noi è appena cominciata". La civiltà umana, nel senso di una società in cui gli uomini coscientemente controllano la propria vita e possono vivere un’esistenza veramente umana, opposta alla lotta per sopravvivere all’opposto della lotta per sopravvivere degli animali, non è ancora nata. Quel che è vero è che questa particolare forma di società è decrepita e decadente. Si aggrappa alla vita anche se non ha più nulla da offrire. Il pessimismo sul futuro, mescolato con superstizione e ingiustificate speranze di salvezza, sono le caratteristiche tipiche di un tale periodo.

Nel 1972 il Club di Roma (organismo internazionale dedito allo studio di uno sviluppo sostenibile, Ndt) pubblicò un tetro rapporto dal titolo I limiti dello sviluppo, che prevedeva che le riserve di carburanti fossili del mondo si sarebbero esaurite in pochi decenni. Questo provocò panico, aumento dei prezzi del petrolio e una frenetica ricerca di fonti alternative di energia. Dopo oltre vent’anni, non c’è nessun segnale di carenza di gas o petrolio e pochi si disturbano a cercare alternative. La miopia è una caratteristica del capitalismo; è la conseguenza della ricerca dei profitti immediati.Tutti sanno che prima o poi le scorte di carburante fossile finiranno; un piano a lungo termine è assolutamente necessario per trovare un’alternativa economica e pulita. La natura fornisce risorse letteralmente illimitate di energia il sole: il vento, il mare e, soprattutto, la materia stessa che contiene considerevoli riserve non sfruttate di energia. La fusione nucleare (diversamente dalla fissione) fornisce un potenziale di risorse infinito, pulito e a costi infimi. Ma lo sviluppo di una fonte alternativa non rientra negli interessi dei grandi monopoli del petrolio; ancora una volta la proprietà privata dei mezzi di produzione opera come una gigantesca barriera sul cammino dello sviluppo dell’uomo. Il futuro del pianeta viene sempre dopo l’arricchimento di pochi.

La soluzione agli stringenti problemi del mondo si può trovare solo in un sistema controllato coscientemente da tutti. Il problema non è dei limiti intrinseci dello sviluppo, ma di un sistema di produzione sorpassato e anarchico che brucia vite e risorse, distrugge l’ambiente e impedisce che le potenzialità scientifiche e tecnologiche vengano completamente sviluppate. "Non c’è una connessione necessaria tra grande scienza e grandi opportunità di profitto", ha scritto di recente un commentatore, "la teoria generale della relatività si deve ancora tramutare in un investimento per fare soldi".

Ma anche nella nostra epoca, le potenzialità implicite nella tecnologia sono straordinarie. Le innovazioni tecnologiche aprono la porta a un’autentica rivoluzione culturale. La televisione interattiva è già una realtà. La possibilità di partecipare attivamente all’elaborazione dei programmi televisivi è illimitata, molto più che decidere semplicemente che programma vedere. Essa apre la porta alla partecipazione democratica della gestione della società e dell’economia con modalità che una volta potevano solo essere sognati.

La nascita del capitalismo venne caratterizzata dall’abbattimento dei vecchi rapporti provinciali e la nascita degli Stati nazionali. Ora la crescita delle forze produttive, della scienza e della tecnica ha reso superfluo lo stesso Stato nazionale. Come Marx aveva previsto, anche il più grande Stato nazionale è costretto a partecipare al mercato mondiale. La vecchia unilateralità nazionale è divenuta insostenibile.

 

Ritorno al futuro?

 

I primi uomini erano molto vicini alla natura. Questo legame venne gradualmente distrutto con lo sviluppo della vita urbana, con la divisione fra città e campagna, che sotto il capitalismo ha raggiunto dimensioni mostruose. La separazione degli esseri umani dalla natura ha creato un mondo di alienazione. Un’altra manifestazione di questo è il completo divorzio tra attività mentale e attività manuale, questo dannoso apartheid sociale che separa la moderna casta di "dotti" sacerdoti dalla massa dei lavoratori. Non è solo l’alienazione degli uomini dalla natura, è l’alienazione dell’umanità da se stessa. Uscire fuori dalla condizione di completa dipendenza dalla natura, sollevarsi dal livello dell’animale, acquisire coscienza: è questo che permette di definirci uomini, ma questo guadagno costituisce anche una perdita, che si fa sentire sempre più fortemente col passare del tempo.

Il processo ha raggiunto uno stadio in cui si trasforma nel suo contrario. Quando le città diventano troppo vaste, così affollate, così inquinate, si crea un inferno. In pochi decenni, agli attuali ritmi, Shanghai da sola arriverà a contare più abitanti dell’Italia. Pessime condizioni abitative, la criminalità, la droga e un processo generale di disumanizzazione è quanto miliardi di persone si trovano di fronte all’alba del ventunesimo secolo.

Il carattere soffocante, unilaterale, artificiale di questa "civiltà" diventa sempre più oppressivo, anche per chi non si trova nelle condizioni peggiori. Il desiderio di una forma di vita più semplice, dove uomini e donne possano vivere in modo più naturale, liberi dalle pressioni intollerabili della concorrenza e dal conflitto si esprime tra strati di giovani con la tendenza a "tirarsi fuori" dalla società nel tentativo di riscoprire un paradiso perduto,sul quale è necessario essere chiari. Innanzitutto la vita degli uomini primitivi non era idilliaca come qualcuno la immagina. Il mito del "buon selvaggio" fu sempre una metafora degli scrittori romantici, che non aveva alcun rapporto con la realtà. I nostri primi antenati vivevano in contatto con la natura solo perché ne erano schiavi.

Tuttavia, c’è un altro fatto da considerare. Questi "primitivi" vivevano serenamente senza affitti da pagare, interessi e profitti. Le donne non venivano considerate proprietà privata, ma occupavano una posizione altamente rispettata nella comunità. La moneta era sconosciuta, come pure lo Stato, con la sua mostruosa burocrazia e i suoi corpi speciali di uomini armati, soldati, poliziotti, secondini e giudici. Nel comunismo tribale primitivo non c’era Stato nel senso di un apparato di coercizione, ma i più anziani avevano il rispetto di tutti e la loro parola era legge. Successivamente il capotribù governò attraverso una sottomissione volontaria della comunità. Non c’era bisogno di coercizione perché tutti avevano gli stessi interessi. Questa era la base per un legame sociale profondo di unità e cooperazione. Nessun governante di oggi potrebbe mai conoscere il rispetto di cui godevano i capi delle antiche comunità, sottoscritto da un senso di mutua identità e dovere che era "codificato" nella tradizione orale come legame tribale, noto a tutti e universalmente accettato. Questo rispetto doveva essere simile a quello dei figli per i propri genitori.

Nella nostra epoca, che dovrebbe essere illuminata, molte persone, tra cui quelle che si ritengono istruite, trovano inconcepibile che uomini e donne possano fare a meno di fenomeni come moneta, polizia, prigioni, eserciti, mercanti, agenti del fisco, giudici e vescovi. E se lo concepiscono, se lo spiegano col fatto che, essendo "primitivi", non avevano ancora compreso la "benedizione di queste istituzioni per l’umanità." Anche alcuni antropologi, pur non avendo questa mentalità, non si sono astenuti dall’introdurre nelle antiche civiltà umane concetti ad esse del tutto estranee, come la prostituzione, derivata dal mondo "civile" dove tutto è in vendita, comprese le persone.

Chiunque abbia visto scene di vita di tribale di comunità che ancora vivono nell’età della pietra, in Amazzonia, non può non rimanere impressionato dalla loro spontaneità e naturalezza, che assomiglia a quella dei bambini, prima che la frenesia della vita a cui il capitalismo li sottopone gliela distrugga. Nel Vangelo di Matteo, Gesù dice: "In verità vi dico, che se non muterete e non vi farete come i fanciulli, voi non entrerete nel regno dei Cieli". Nel processo di crescita, si perde qualcosa di importante che non si recupera più. È l’abbandono dell’innocenza che nel libro della Genesi viene identificato con il momento in cui l’uomo e la donna trovano la conoscenza. La società moderna non può tornare indietro al comunismo tribale primitivo, come un uomo cresciuto non può tornare bambino.

È considerato innaturale e insano che un adulto desideri di tornare all’infanzia. La parola "infantile" è usata come un insulto, un sinonimo di un’ignoranza incoerente. In ogni caso, è un desiderio futile perché irrealizzabile. Ma sebbene poco istruito, un bambino ha altre qualità, una gaiezza spontanea, una naturalezza che è estranea alla maggior parte dei grandi. Lo stesso vale per i popoli "primitivi", prima dell’avvento della società di classe e della unilaterale, avvilente divisione del lavoro che distorce la natura umana dentro di noi. Quale pittore moderno non vorrebbe poter dipingere con l’immediatezza stupefacente e la bellezza naturale che si evidenzia nei lavori degli artisti delle caverne di Lascaux e Altamira?

Non si tratta di tornare indietro, ma di guardare avanti. Non si tratta di un ritorno al comunismo primitivo, ma di andare avanti verso la futura confederazione socialista mondiale. La negazione della negazione ci porta indietro al punto di partenza dello sviluppo umano, ma solo in apparenza. Il socialismo del futuro si baserà sulle meravigliose scoperte del passato e le metterà a disposizione dell’umanità. Per usare le parole di Hegel, si tratta di "un universale riempito della ricchezza del particolare". Marx ha scritto:

Un uomo non può tornare fanciullo, altrimenti diviene puerile. Ma non si compiace forse dell’ingenuità del fanciullo e non deve egli stesso aspirare a riprodurne, a un più alto livello, la verità? Nella natura infantile, il carattere proprio di ogni epoca non rivive forse nella sua verità primordiale? E perché mai la fanciullezza storica dell’umanità, nel momento più bello del suo sviluppo, non dovrebbe esercitare un fascino eterno come stadio che più non ritorna? Vi sono fanciulli rozzi e fanciulli saputi come vecchietti. Molti dei popoli antichi appartengono a questa categoria. I greci erano fanciulli normali. Il fascino che la loro arte esercita su di noi non è in contraddizione con lo stadio sociale poco o nulla evoluto in cui essa maturò. Ne è piuttosto il risultato, inscindibilmente connesso con il fatto che le immature condizioni sociali in cui essa sorse e solo poteva sorgere, non possono mai più ritornare.48

Socialismo ed estetica

 

In questa società l’architettura è il parente povero delle arti. La gente è abituata a vivere in quartieri brutti, in pessime case, in città affollate, circondata da rumori e inquinamento. Nei fine settimana, qualcuno va in un museo dove, per qualche ora, può fissare quadri appesi al muro, isole di bellezza in un mare di squallore monotono. La bellezza è così chiusa fuori dalla vita, un sogno irrealizzabile, una finzione, remota dalla realtà come una galassia dalla Terra. L’arte si é allontanata così tanto dalla vita che molte persone la considerano inutile. Un senso di ostilità verso l’arte, che viene vista come un privilegio per borghesi, è un’altra conseguenza dell’estrema divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Condizioni barbare creano atteggiamenti barbari.

Non è stato sempre così. Nelle prime società umane, la musica, la poesia epica e l’oratoria erano proprietà di tutti. Il monopolio della cultura da parte di una piccola minoranza è il prodotto della società di classe, che priva la gran parte della gente non solo della proprietà, ma del diritto ad un libero sviluppo della propria mente e della propria personalità. Ma se scaviamo un po’ sotto la superficie, troviamo un gran desiderio di apprendere, di sperimentare nuove idee, di raggiungere orizzonti più vasti. La sete di cultura delle masse, profondamente repressa in condizioni "normali", emerge in ogni rivoluzione. La rivoluzione russa del 1917, quest’atto di presunta barbarie, fu in realtà il punto di partenza per una grande esplosione di cultura, poesia, arte e musica. Non può essere taciuto questo, solo perché il fiore venne poi schiacciato sotto il tallone della reazione stalinista. Nella rivoluzione spagnola del 1931-37, si verificò un simile rinascimento artistico; le poesie di Lorca, Machado, Alberti e soprattutto di Miguel Hernandez furono ispirate dalla lotta e insieme vennero ascoltate con grande attenzione da un pubblico di milioni di persone che non avevano mai avuto accesso al mondo meraviglioso dell’arte e della cultura.

In una rivoluzione, uomini e donne comuni cominciano a sentirsi come esseri umani, capaci di controllare il proprio destino, e non solo "strumenti con la voce". Con la vera umanità viene la dignità, un senso di rispetto per se stessi e di necessaria fraternità, di rispetto per gli altri. Nel 1936 nei ristoranti di Barcellona i camerieri misero degli avvisi che dicevano "Solo perché un uomo lavora qui, non significa che dovete insultarlo offrendogli una mancia". Questa è la nascita della cultura, la vera cultura umana, che è parte della vita stessa. Lo stesso fenomeno, in embrione, può essere visto in ogni sciopero, quando gli uomini rivelano qualità che non avevano nemmeno immaginato di possedere. Naturalmente, se il movimento non porta a una completa trasformazione della società, il peso morto delle abitudini e della routine prende il sopravvento un’altra volta. Le condizioni materiali determinano la coscienza. Ma una società socialista basata su un alto livello di tecnologia e di cultura trasformerebbe completamente il modo che la gente ha di vedere le cose.

È spesso sostenuto da logici e matematici che la perfetta simmetria che essi ammirano possiede un valore estetico intrinseco. Qualcuno si spinge fino a dire che la cosa più importante in un’equazione non è se ci dica qualcosa sulla realtà, ma se sia esteticamente piacevole. Anche se nessuno negherebbe la bellezza della simmetria, c’è simmetria e simmetria. I palazzi armoniosi dell’Atene classica sono considerati da molti come uno dei punti più alti della storia dell’architettura. C’è sicuramente una simmetria molto appagante in essi, una simmetria che richiama le relazioni lineari della geometria euclidea. L’importanza dell’architettura nell’Atene di Pericle è un’espressione visiva dell’approccio pubblico della democrazia ateniese (basata, ovviamente, sul lavoro degli schiavi, che ne erano totalmente esclusi). Le grandi costruzioni dell’Acropoli e dell’Agorà erano, senza eccezione, palazzi pubblici, non residenze private. Nella nostra epoca simili splendori sono estremamente rari. La scarsa priorità data all’architettura rispetto ad altre arti non è un caso.

Nel nome dell’"utilità", educato sinonimo di spilorceria, la gente è costretta a vivere in scatole di cemento tutte uguali, prive di ogni fascino artistico o calore umano. Questi obrobri sono progettati da architetti, ispirati da princìpi puramente geometrici, che però preferiscono vivere in un maniero del quindicesimo secolo in campagna, ben lontani dalla desolazione urbana che hanno aiutato a creare. Ma gli esseri umani di solito non amano vivere in scatole. E la natura conosce simmetrie molto lontane dalle linee diritte e dalle semplici circonferenze.

È l’altro lato dell’idiozia meccanizzata della catena di montaggio, dove gli esseri umani, nelle parole di Marx, vengono trattati come appendici delle macchine. Perché, allora, non dovrebbero anche vivere pigiati insieme in casermoni di cemento costruiti secondo gli stessi principi "industriali"? Lo stesso arido riduzionismo, lo stesso vuoto formalismo, lo stesso approccio lineare ha caratterizzato la maggior parte del secolo. L’alienazione del tardo capitalismo si esprime qui nel trattamento disumano dei più basilari bisogni umani, il bisogno di avere un ambiente pulito, attraente e veramente umano in cui vivere. Quando alla vita stessa è negato ogni briciolo di umanità, quando essa viene resa innaturale in centinaia di modi, come sorprendersi se i prodotti della nostra cosiddetta civiltà si comportano in modo innaturale e inumano?

Anche qui assistiamo a una rivolta contro il conformismo e la rigidità senza cuore. I palazzoni e i grattacieli, giustamente descritti da uno scrittore inglese come "le torri dell’idiozia senza fine", hanno perso l’attrattiva iniziale. Ciò non deve sorprendere; sono un monumento all’alienazione su larga scala, uno scivolamento progressivo verso condizioni disumane di vita, che generano tutti i tipi di mostruosità.

Perché - ha chiesto il fisico tedesco Gert Eilenberger - il profilo di un albero spoglio piegato dal vento impetuoso contro un cielo serale viene percepito come bello, mentre il profilo di un edificio universitario funzionale non viene percepito come tale, nonostante tutti gli sforzi dell’architetto? La risposta, anche se un po’ speculativa, mi sembra venire dalla nuova comprensione dei sistemi dinamici. Il nostro senso della bellezza è ispirato dalla combinazione armonica di ordine e disordine quale si presenta in oggetti naturali: in nuvole, alberi, catene di montagne o cristalli di neve. Le forme di tutti questi oggetti sono processi dinamici consolidati in forme fisiche e particolari combinazioni di ordine e disordine sono tipiche di tali forme.

Come osserva giustamente James Gleick,

Le forme semplici sono disumane. Non sono in risonanza col modo in cui la natura organizza se stessa o col modo in cui la percezione umana vede il mondo.49

Molto tempo fa Karl Marx indicò le disastrose conseguenze dell’estrema divisione tra città e campagna. Non si tratta di "tornare alla natura", nel senso utopico inteso da certi ecologisti, che sognano di sfuggire alla bruttezza del presente ritirandosi nel presunto fascino di un paradiso rurale inesistente, di un mitico passato. Non c’è possibilità di tornare indietro. Non si tratta di rifiutare la tecnologia, ma di lottare contro il suo abuso finalizzato al guadagno privato, che distrugge l’ambiente e crea disastri, dove dovrebbe già esistere un paradiso terrestre. Questo è l’obiettivo fondamentale che l’umanità deve affrontare negli ultimi anni del ventesimo secolo.

 

"Pensatori" ed "esecutori"

 

"Nec manus, nisi intellectus, sibi permissus, multum valent".
(Né la mano né l’intelletto, separati l’uno dall’altro,
servono a molto), Francis Bacon.

 

Il totale divorzio tra teoria e pratica nella società odierna è diventato estremamente dannoso. Il carattere sempre più fantastico di molte "teorie" messe in circolazione da certi cosmologi e fisici teorici è senza dubbio una conseguenza di questo. Liberi dall’obbligo di dover fornire una qualsiasi prova concreta delle proprie teorie e facendo affidamento sempre più su complicate equazioni e arcane interpretazioni della teoria della relatività, i risultati di questi ragionamenti puramente speculativi diventano sempre più bizzarri.

È ora di rivedere tutto il sistema scolastico e la società di classe su cui si regge. È ora di rivedere la validità della divisione dell’umanità tra "chi pensa" e "chi fa", non dal punto di vista di una qualche giustizia morale astratta, ma semplicemente perché questa divisione è diventata un intralcio allo sviluppo della cultura e della società. Il futuro sviluppo dell’umanità non si può basare sulle vecchie rigide divisioni. Nuove complesse tecnologie richiedono una forza-lavoro qualificata capace di un approccio creativo verso il lavoro. Questo non può essere ottenuto in una società spezzata in due dall’apartheid di classe. Con grande perspicacia, Margaret Donaldson descrive la situazione insoddisfacente che oggi esiste nelle università:

Considera le facoltà di ingegneria delle nostre università. Insegnano matematica e fisica e così dovrebbe essere. Ma non insegnano agli studenti a fare le cose. Ci si può laureare in ingegneria meccanica senza aver mai usato un tornio o una fresa, che sono considerate solo roba da tecnici. Invece per la maggior parte di questi ultimi, matematica e fisica, oltre un livello elementare semplicemente non sono alla loro portata.

Il filosofo e pedagogo inglese Alfred North Whitehead era profondamente turbato da questa situazione e nel suo articolo L’istruzione tecnica e le sue relazioni con la scienza e la letteratura scrisse che

(…) nell’insegnare si va a rotoli non appena si dimentica che gli studenti hanno un corpo (…) - e aggiunse - (…) è una questione controversa se fu la mano dell’uomo a creare il cervello o viceversa. Sicuramente la connessione è stretta e reciproca.

La Donaldson giustamente osserva che, sebbene il pensiero astratto (che chiama "ragionamento incorporeo") richieda la capacità di guardare la vita a distanza di qualche passo, esso conduce ai suoi risultati maggiori quando è legato al fare. Tutta la storia del Rinascimento è una prova di questa affermazione. Certo, lo spettro d’azione della scienza moderna è infinitamente più vasto e complicato di una volta, ma questo significa che è veramente impossibile per gli scienziati apprendere da differenti discipline? Piuttosto che essere il risultato della complessità crescente della materia, lo stato attuale di apartheid intellettuale non è forse il prodotto del modo in cui la società è strutturata, degli atteggiamenti, dei pregiudizi e degli interessi materiali che ne derivano e cercano a tutti i costi di preservarlo?

I reazionari tentano di giustificare lo stato odierno delle cose con riferimenti ormai obbligatori al determinismo genetico: se qualcuno di "noi" è bravo, ha un bel lavoro e fa un sacco di soldi, è perché è nato sotto una buona stella (oppure si potrebbe dire che è nato "con i geni giusti", che è più o meno lo stesso concetto). Il fatto che il resto dell’umanità non sia tanto fortunata deve dipendere dai suoi scarsi geni. Rispondendo a queste frottole, la Donaldson scrive:

Forse che soltanto pochi di noi sono in grado d’imparare a muoversi oltre i confini del senso comune, e ad agire con successo in tale direzione? Io ne dubito. Mentre può avere un certo senso il supporre che ognuno di noi possieda un certo "potenziale intellettuale" geneticamente determinato (e in tal caso gli individui sarebbero sicuramente diversi sotto questo aspetto come in altre cose), non c’è motivo di credere che la maggior parte di noi - o ognuno di noi, se vogliamo - non riesca ad avvicinarsi all’attuazione di quanto noi siamo capaci di fare. E non è nemmeno certo che abbia molto senso il ragionare nei termini di limiti massimi. Infatti, come fa osservare Jerome Bruner, vi sono strumenti della mente, come strumenti delle mani - e in entrambi i casi lo sviluppo di un nuovo strumento potente comporta la possibilità di liberarsi dalle vecchie limitazioni. Secondo una linea di pensiero simile, David Olson dice: "L’intelligenza non è qualcosa che noi abbiamo, ed è immutabile; è qualcosa che noi coltiviamo agendo per mezzo di una tecnologia, o qualcosa che noi creiamo inventando una nuova tecnologia".50

Il grande pedagogo sovietico Vygotsky non credeva affatto che l’insegnante dovesse operare un rigido controllo su cosa esattamente i bambini stessero imparando. Come Piaget, egli considerava l’attività svolta dai bambini la parte centrale della loro educazione. Invece di incatenare i bambini ai banchi, dove essi meccanicamente cercano di imparare cose che per loro non hanno nessun senso, Vygotsky sottolineava il bisogno di un autentico sviluppo intellettuale. Ma questo non può essere concepito in un vuoto sociale. In una società autenticamente socialista, l’istruzione verrebbe legata all’attività creativa pratica sin dall’inizio, rompendo così le avvilenti barriere tra lavoro intellettuale e manuale. In molti modi, Vygotsky era in anticipo sul proprio tempo. I suoi metodi educativi mostravano una grande immaginazione, per esempio, nel permettere ai bambini di imparare l’uno dall’altro:

Vygotsky dichiarava di usare un bambino più avanzato per insegnare a un bambino rimasto indietro. Per molto tempo questo venne usato come base di un’istruzione marxista egalitaria nell’Unione Sovietica. Il principio socialista era che tutti i bambini lavoravano insieme per il bene di tutti, invece di quello capitalista in cui ogni bambino tenta di avere più benefici possibili dalla scuola senza contribuire per nulla. Il bambino più brillante aiuta la società aiutando il bambino meno brillante, dato che quest’ultimo sarà più utile (si spera) alla società avendo imparato a leggere e scrivere piuttosto che diventando un adulto analfabeta. Vygotsky sosteneva che questo atto non presuppone un sacrificio da parte del bambino più avanzato; spiegando e aiutando altri bambini, anche lui poteva arrivare a una comprensione molto più profonda del suo proprio sapere, su linee metacognitive. E insegnando un argomento, consolidava il proprio sapere.51

Una società socialista democratica abolirebbe la differenza tra lavoro intellettuale e manuale attraverso un aumento generale del livello culturale della società. Condizioni necessarie sarebbero la riduzione dell’orario di lavoro e la pianificazione razionale della produzione. L’istruzione verrebbe trasformata unendo l’insegnamento all’attività creativa e al gioco. Lo sviluppo di ogni sorta di nuove tecniche verrà usato appieno. I congegni della realtà virtuale, che al momento sono solo sofisticati giocattoli, hanno un potenziale incredibile, non solo per la produzione e la progettazione, ma anche per l’istruzione. Essi permetteranno di ricevere lezioni dalla vita stessa, stimolando l’immaginazione e la creatività del bambino, non solo per imparare la storia e la geografia, ma per imparare l’ingegneria meccanica, o per dipingere e per suonare uno strumento. La libertà dalla lotta umiliante per le necessità della vita, l’accesso alla cultura e il tempo per sviluppare se stessi come esseri umani, queste sono le basi su cui l’umanità può realizzare il suo potenziale.

 

L’umanità e l’universo

 

Egli disse, "Cos’è il tempo? Lascia l’immediato ai cani
e alle scimmie! L’uomo ha il sempre"
(Robert Browning, Il funerale di un grammatico)

 

Le conquiste dei programmi spaziali sovietici e statunitensi ci hanno fornito solo un assaggio di quanto sarebbe possibile. Ma i programmi spaziali delle superpotenze erano solo un sottoprodotto della corsa agli armamenti durante la guerra fredda. Dopo il crollo dell’Urss, la questione dei viaggi spaziali non ha più occupato un posto centrale, anche se è possibile che si costruisca una stazione spaziale in orbita attorno al pianeta, per facilitare i viaggi verso la Luna. In una comunità socialista mondiale, i viaggi spaziali cesseranno di essere argomento per fumetti di fantascienza e diventeranno un fatto comune come i voli aerei oggi. L’esplorazione del sistema solare, e quindi di altre galassie, fornirà le stesse sfide, gli stessi stimoli all’umanità di quanto accadde in Europa con la scoperta dell’America.

La possibilità di viaggi spaziali su lunghe distanze oltre i confini del nostro sistema solare non resterà sempre nel regno della fantascienza. Non dimentichiamo che cento anni fa l’idea di viaggiare più velocemente del suono sembrava oltre i confini dell’immaginabile, per non parlare di un viaggio sulla Luna. La storia della specie umana in generale, e quella degli ultimi quaranta anni in particolare, mostra che non esiste un problema così grande da non poter essere risolto prima o poi.

Fra circa quattro miliardi di anni il sole comincerà a espandersi, col lento restringersi del suo nucleo di elio. I pianeti vicino al sole saranno sottoposti a temperature spaventose. La vita sulla Terra diverrà impossibile, dato che gli oceani evaporeranno e l’atmosfera sarà distrutta. Ma la fine della vita in un angolo dell’universo non concluderà la storia. Anche se la nostra stella morirà, ne nasceranno altre. Tra i miliardi di galassie nell’universo visibile, ci sono sicuramente moltissimi pianeti con condizioni simili al nostro in cui si può sviluppare la vita. Senza dubbio, molti di questi saranno abitati da forme di vita intelligenti, comprese forme di vita come la nostra. Ben pochi scienziati dubitano ora di questa affermazione, e ancor meno da quando le complicate molecole che compongono la vita sono state trovate anche nello spazio.

Alla fine della Introduzione alla Dialettica della natura, Engels esprime un esultante ottimismo sul futuro della vita:

La materia si muove in un eterno ciclo. È un ciclo che si conclude in intervalli di tempo per i quali il nostro anno terrestre non è assolutamente metro sufficiente; un ciclo, nel quale il periodo dello sviluppo più elevato - quello della vita organica e anzi della stessa vita - occupa un posto ristretto quanto lo spazio nel quale si fanno strada la vita e la coscienza; un ciclo, nel quale tutte le manifestazioni della materia - sole o nebulosa, animale o specie, combinazione o separazione chimica - sono ugualmente caduche. In esso non vi è nulla di eterno se non la materia che eternamente si trasforma, eternamente si muove, e le leggi secondo le quali essa si trasforma e si muove. Ma per quanto spesso, per quanto inflessibilmente questo ciclo si possa compiere nello spazio e nel tempo, per quanti milioni di soli e di terre possano nascere e perire; per quanto tempo possa trascorrere finché su un solo pianeta di un sistema solare si stabiliscano condizioni necessarie alla vita organica; per quanti innumerevoli esseri organici debbano sorgere e scomparire prima che tra di essi si sviluppino animali dotati di un cervello pensante e trovino per un breve intervallo di tempo condizioni atte alla vita, per essere poi anche essi distrutti senza pietà, noi abbiamo la certezza che la materia in tutti i suoi mutamenti rimane eternamente la stessa, che nessuno dei suoi attributi può mai andare perduto e che perciò essa deve di nuovo creare, in altro tempo e altro luogo, il suo più alto frutto, lo spirito pensante, per quella stessa ferrea necessità che porterà alla scomparsa di esso sulla terra. 52

Ora, però, possiamo andare anche oltre queste affermazioni. In base agli strabilianti progressi della scienza nel secolo successivo a quello in cui visse Engels, la fine del Sole non comporterà necessariamente l’estinzione della nostra specie. Lo sviluppo di astronavi potenti, capaci di viaggiare a velocità che adesso sembrano impossibili, potrebbe preparare il terreno per l’ultima avventura, l’emigrazione verso altri sistemi solari e, alla fine, verso altre galassie. Anche andando all’un per cento della velocità della luce, un obiettivo chiaramente raggiungibile, sarebbe possibile raggiungere pianeti abitabili nell’arco di qualche secolo.

Se sembra un tempo lungo, occorre ricordarsi che i primi uomini ci misero milioni di anni per colonizzare il mondo, partendo dall’Africa. Inoltre l’esplorazione avverrà probabilmente per gradi, stabilendo colonie e avamposti lungo la strada, come facevano i primi polinesiani che colonizzarono il Pacifico, isola per isola, lungo il corso di molti secoli. I problemi tecnologici saranno immensi, ma abbiamo almeno tre miliardi di anni per risolverli. Se consideriamo che l’Homo sapiens esiste da soli centomila anni, che la civiltà esiste da soli circa cinquemila, e che il ritmo del progresso tecnologico tende a crescere sempre di più, non c’è nessuna ragione per trarre conclusioni pessimistiche sul futuro dell’umanità, a una condizione: che la società divisa in classi, questa atroce reliquia di barbarie, venga sostituito da un sistema di cooperazione e pianificazione, che unisca tutte le risorse del globo per una causa comune.

Engels descrisse il socialismo come il salto dell’umanità dal regno della necessità al regno della libertà. Per la prima volta sarà possibile per la maggioranza dell’umanità sfuggire alla lotta umiliante per l’esistenza e affacciarsi a più vasti orizzonti. L’eliminazione delle malattie, dell’analfabetismo e dei problemi di chi non ha la casa, in sé importanti obiettivi, saranno solo il punto di partenza. Unendo tutte le risorse del pianeta che ora vengono vergognosamente sprecate, l’umanità può letteralmente raggiungere le stelle.

Ultimo, ma non meno importante, gli uomini diventeranno infine padroni di se stessi, della propria vita, del proprio destino, perfino della propria conformazione genetica. I rapporti tra uomini e donne saranno relazioni tra esseri umani liberi, non tra schiavi. Aristotele osservò che l’uomo comincia a "filosofare" dopo aver soddisfatto le necessità della vita. Il grande pensatore capì che lo sviluppo della cultura era fortemente connesso alle condizioni materiali della vita. In un passaggio veramente notevole, dimostra come l’umanità comincia a filosofare, per dedicarsi alla ricerca della conoscenza per il gusto di farlo, solo quando è libera dalla necessità di lottare per i bisogni dell’esistenza:

Ne è testimonianza anche il corso degli eventi, giacché solo quando furono a loro disposizione tutti i mezzi indispensabili alla vita e [quelli] che procurano benessere e agiatezza, gli uomini incominciarono a darsi ad una tale sorta di indagine scientifica. È chiaro, allora, che noi ci dedichiamo a tale indagine senza mirare ad alcun bisogno che ad essa sia estraneo, ma, come noi chiamiamo libero un uomo che vive per sé e non per un altro, così anche consideriamo tale scienza come la sola che sia libera, giacché essa soltanto esiste di per sé [9, III].53

Per tutta la storia della civiltà fino ad oggi, la cultura è stata monopolio di una piccola minoranza. In una società socialista autenticamente democratica, sarebbe possibile assicurare una riduzione generale dell’orario di lavoro e accrescere il tenore di vita per tutti sulla base di una crescita vertiginosa della produzione. Liberati dalle pressioni della necessità, uomini e donne possono dedicare la propria vita a uno sviluppo pieno e completo della propria personalità, del proprio intelletto e del proprio fisico. Gli accesi dibattiti politici di oggi dovuti alle laceranti divisioni di classe lasceranno il posto ad altrettanto accese discussioni sull’arte, la letteratura, la musica, la scienza e la filosofia.

Sulla base di un’economia razionale, pianificata e gestita democraticamente, le possibilità colossali della scienza e della tecnica potrebbero essere messe a disposizione dell’umanità. Nell’ultimo secolo, la dieta e le cure sanitarie hanno raddoppiato la speranza di vita in molti paesi industrializzati. Ulteriori miglioramenti nello stile di vita potrebbero prolungarla ancora di più. Vivere un secolo di vita pienamente attiva diventerà normale. L’uso appropriato dell’ingegneria genetica potrebbe perfino permettere agli scienziati di contrastare il processo di invecchiamento e di prolungare la vita oltre quella che è considerata "la sua lunghezza naturale". Le possibilità per il futuro dell’umanità saranno senza limiti come l’universo stesso.

Nel modo più greve la cieca spontaneità si è stabilita nei rapporti economici, ma anche di lì l’uomo la sta cacciando con l’organizzazione socialista dell’economia. Si rende così possibile una ricostruzione radicale della struttura familiare tradizionale. Infine, nell’angolo più profondo e buio dell’inconscio, dello spontaneo e del sotterraneo si è celata la natura dell’uomo. Non è chiaro che saranno diretti là i massimi sforzi del pensiero indagatore e dell’iniziativa creatrice? Il genere umano smetterà di strisciare carponi davanti a Dio, ai re e al capitale, non per piegarsi docilmente davanti alle leggi oscure dell’ereditarietà e della cieca selezione sessuale! L’uomo liberato vorrà raggiungere un maggior equilibrio nel lavoro dei suoi organi e uno sviluppo e un logorio più regolare dei suoi tessuti affinché già così il terrore della morte sia portato nei limiti di una reazione razionale dell’organismo di fronte a un pericolo. Non vi può essere dubbio, infatti, che proprio l’estrema disarmonicità, anatomica, fisiologica, dell’uomo e la straordinaria irregolarità dello sviluppo e del logorio degli organi e dei tessuti conferiscano all’istinto vitale la forma isterica, morbosa, frustrata del terrore della morte, terrore che oscura la ragione e nutre le fantasie umilianti e sciocche sulla vita d’oltretomba.

L’uomo si porrà il fine di diventare padrone dei propri sensi, di elevare gli istinti alla vetta della coscienza, di renderli limpidi, di portare i fili della volontà fin dentro la sfera dell’occulto e del sotterraneo e così elevarsi a un nuovo livello e creare un tipo biologico-sociale superiore, un superuomo, se volete. Dire fino a quali limiti di autodirezione si porterà l’uomo del futuro è altrettanto difficile che predire le altezze cui egli porterà la sua tecnica. L’edificazione sociale e l’autoeducazione psicofisica diventeranno due lati di uno stesso processo. Le arti - quella letteraria, teatrale, figurativa, musicale e architettonica - conferiranno a questo processo una forma perfetta. O meglio: l’involucro di cui si rivestirà il processo di edificazione culturale e di autoeducazione dell’uomo comunista, dispiegherà al più alto grado tutti gli elementi vitali delle arti odierne. L’uomo diventerà infinitamente più forte, più intelligente, più raffinato; il suo corpo più armonioso, i suoi movimenti più ritmici, la sua voce più musicale. Le forme della vita quotidiana acquisteranno una teatralità dinamica. Il tipo umano medio si eleverà al livello di Aristotele, Goethe, Marx. Su questo crinale si eleveranno nuove cime.54