Il 'modello Marchionne' arriva anche a Gioia Tauro - Falcemartello

Breadcrumbs

La sera dell'8 gennaio scorso la direzione del porto comunicava ai portuali che per le successive 30 ore il porto rimaneva chiuso, mentre 1.200 operai venivano collocati in cassa integrazione.

Una provocazione inaccettabile: dal 1995 ad oggi mai era stata presa una scelta del genere. Il motivo vero di tale gesto risiede nel percorso che la classe padronale ha iniziato a Mirafiori e Pomigliano, quello di demolire i diritti e il tenore di vita dei lavoratori italiani. L’evoluzione di questo ricatto ha inizio con l’abbandono da parte della Maersk, primatista mondiale nella movimentazione di navi da containers e proprietaria del 33% delle azioni della Medcenter che è l’organismo che controlla il porto.

La multinazionale danese ha infatti spostato le proprie navi nel Nordafrica, a Tangeri e a Porto-Said, lì i lavoratori costano poco e si possono ricavare maggiori profitti, anche se oggi la situazione da quelle parti non è più così tranquilla e noi non possiamo che esserne lieti.

Con l’abbandono della Maersk, a Gioia Tauro arrivano le navi della sua diretta concorrente, la svizzera Msc, che mette subito in chiaro le cose: bisogna aumentare la produttività! Così si arriva al blocco intimidatorio delle 30 ore. La signora Cecilia Eckelmann Battistello, rappresentante della Contship Italia (proprietaria del 67% delle azioni della Medcenter) chiarisce bene quale sia la nuova politica aziendale, per mezzo del quotidiano La Stampa: “sarei disposta a fare accordi anche con la n’drangheta pur di aumentare la produttività”.

Non è una semplice battuta ma il vero volto di questo sistema, guidato dal dio profitto. La colpa è sempre dei lavoratori, sono loro da mortificare, ricattare e umiliare anche per mezzo della n’drangheta!

Se nell’autunno scorso si dovevano investire la bellezza di 458 milioni di euro per rilanciare il porto e questi soldi sono svaniti nel nulla, la colpa non si può addossare ai lavoratori.

Se qualche anno fa da Gioia Tauro partivano 18 treni legati all’area portuale ed oggi ne partono appena 2-3, la colpa non è mica dei portuali.

Quando nel 2008 i portuali riuscirono a toccare quota 3milioni e 600mila containers nessuno si azzardò ad accusare gli operai di scarso rendimento, mentre oggi è legittimo chiedersi dove siano andati a finire tutti quei profitti, costruiti sulle spalle dei lavoratori in questi anni.

La questione alla fine è molto semplice seppur delicata: il porto per vivere ha bisogno di un intervento strutturale che abbracci tutta l’area della piana di Gioia Tauro, e non pensiamo che la soluzione sia la costruzione di una zona franca cioè libera da tasse in modo da attrarre maggiori investimenti. Questo, infatti, sarebbe lo stesso meccanismo della 488, dove l’imprenditore arrivava, apriva il suo capannone, assumeva e il giorno dopo aver incassato l’assegno chiudeva e arrivederci a tutti, come dimostrano quei 60 capannoni abbandonati appena fuori dal porto.

L’esempio vero da seguire è quello degli operai di Pomigliano che, oltre a dire NO al ricatto medievale di Marchionne, per rilanciare la propria fabbrica avevano proposto la costruzione di taxi e autobus elettrici pubblici. Come loro dobbiamo avanzare rivendicazioni per interventi mirati, come quello per il miglioramento e la velocizzazione del collegamento del porto con una rete ferroviaria e aereo-portuale valida.

Pomigliano e Mirafiori ci hanno detto che anche al ricatto più becero è possibile resistere, gli stessi portuali nel 2007 portarono avanti da soli una lotta esemplare. Oggi quegli operai non sono più soli ma hanno dalla loro parte un’intera classe che non è più disposta a sacrificare i propri diritti e i propri salari. è da questa resistenza comune che bisogna cercare e creare un coordinamento reale delle lotte, delle vertenze e delle proposte.