Puglia - Dalle primarie ai primari, ovvero la sanità secondo Vendola - Falcemartello

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“La cattiva politica vive nel mito delle compatibilità dei bilanci”. Questa la condivisibile affermazione di Vendola alla riunione delle sue Fabbriche a Bari la scorsa estate, quando si è candidato alle primarie del centrosinistra. In quel periodo la sua immagine era stata offuscata dallo scontro con Tremonti e Fitto, che avevano respinto il primo piano di rientro dei bilanci sanitari della Puglia. È chiaro che alla base di questa bocciatura ci fossero anche motivi politici e rancori personali tra l’attuale governatore ed il suo predecessore, ma è altrettanto evidente che la sanità pugliese non goda di ottima salute.

Il piano di rientro proposto dalla giunta regionale e approvato dal governo dopo le settimane di conflitto prevede la disattivazione – per usare il lessico di Colasanto, manager dell’Asl di Taranto – di 2.200 posti letto nei prossimi tre anni, di cui 1.400 già nei prossimi mesi, l’accorpamento di 18 ospedali secondo un criterio che prevede l’incompatibilità di reparti simili tra di loro nel raggio di 70 kilometri, il ticket sui farmaci, la cui esenzione riguarderà nei fatti esclusivamente malati cronici ed invalidi. Va dato atto al governatore che sulle internalizzazioni, ossia la stabilizzazione in aziende pubbliche di ex dipendenti di ditte esternalizzate, ha dato battaglia, chiedendo che potessero proseguire, ma ricevendo un secco rifiuto da parte del governo, che ha permesso che ciò avvenisse solo per quelle già in corso. Questo non basta, però, a rendere digeribile un piano sanitario che se fosse una finanziaria non potremmo che definire di lacrime e sangue.

Eppure una parte consistente del consenso di Vendola nelle elezioni del 2005 gli venne dall’opposizione al piano sanitario presentato dall’allora governatore Fitto che prevedeva la chiusura di 15 ospedali e riduceva i posti letto per malati acuti a 4 ogni mille abitanti contro i 3 dell’attuale piano. La speranza di miglioramenti nel sistema sanitario locale si era già scontrata con lo scandalo che travolse la giunta nel febbraio del 2009, quando fu messo sotto inchiesta l’assessore Tedesco, fortemente voluto dal governatore ed accusato di essere il capo di una tangentopoli con al centro le aziende di suoi intimi familiari.

La risposta di Vendola fu immediata, ma non proprio all’altezza, dato che il sostituto fu Tommaso Fiore, barone della facoltà di medicina di Bari, un ambiente non esattamente al di sopra di ogni sospetto essendo diventata famosa per i numerosi scandali legati al nepotismo. A lui l’ingrato compito di definire l’attuale piano sanitario di cui sopra, imposto dallo sforamento di bilancio negli anni 2006-2008, che ha portato ad un buco di quasi un miliardo di euro. Ed eccoci al punto di partenza, ossia al buco economico.

Come si diceva è giusta la critica del governatore Vendola alla dittatura dei bilanci, se questi non tengono conto delle esigenze e dei bisogni delle popolazioni ed in particolare dei ceti deboli, mentre diventano flessibili quando si tratta di aiutare qualche padrone in difficoltà, ma è questo il caso della sanità pugliese? Riformuliamo la domanda in maniera più chiara: il buco di bilancio è servito a migliorare il servizio, in particolare quello pubblico, e a creare una sanità a misura di lavoratore? Dai dati sembrerebbe di no, se si tiene conto che la qualità della sanità pugliese è stabilmente agli ultimi posti nella graduatoria dell’Istat e certamente i nuovi tagli non miglioreranno la situazione.

Si nota, inoltre che anche da un punto di vista del rapporto pubblico-privato Vendola non abbia fatto fare grandi passi in avanti alla sanità della sua regione. Egli sostiene che il totale della spesa sanitaria in favore di strutture private sia di poco superiore al 20%, ma altre fonti riferiscono che la Puglia spende circa il 40 % del proprio budget a favore delle cliniche convenzionate, collocandosi ai primi posti in Italia (FONTE: www.quotidianosanita.it/), orientamento confermato dall’apertura del San Raffaele del mare (Falcemartello n° 229). Per contrastare le politiche antioperaie del governo Berlusconi, che hanno ovviamente coinvolto anche la sanità, non è sufficiente sottolinearne gli aspetti più biecamente di parte, ma occorre costruire un modello alternativo in grado di garantire il diritto alla salute per tutti, possibilmente evitando di riprodurre il sistema di Formigoni, dove a farla da padroni sono medici e preti, e non gli interessi dei malati.

15 ottobre 2010