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Rifondazione e centrosinistra

Manca ancora parecchio tempo alle elezioni amministrative che decideranno il prossimo sindaco di Bologna ma la discussione sull’avvenimento si fa sempre più intensa. Nelle prime settimane successive alla sua candidatura ufficiale erano evidenti le perplessità e la delusione che si respirava in città rispetto a Cofferati e alla sua scelta.

Il personaggio che da segretario della Cgil si era trovato a guidare la mobilitazione contro le politiche antisociali del governo Berlusconi, dopo aver giocato per mesi a nascondino e aver tradito le aspettative di chi già lo vedeva come leader di una svolta a sinistra dei Ds (ricordiamo la posizione astensionista al referendum per l’estensione dell’articolo 18 alle piccole imprese), si “relega” alla corsa a sindaco di Bologna.

A ciò si è aggiunta una campagna orchestrata dalla destra e dai media locali sul fatto che si fosse chiamato un non bolognese a coprire un incarico di tale importanza. La destra non rinuncerà ad usare questo argomento, ma in nessun modo riteniamo che ciò debba essere considerato un fatto decisivo. Decisivo invece è ciò che la candidatura di Cofferati porta alla luce: la realtà di una crisi di strategia nel gruppo dirigente del centrosinistra, e in particolare di quello dei Ds bolognesi, incapace di trarre le giuste lezioni dalla sconfitta nelle ultime elezioni.

 

Primi passi di Cofferati

 

In queste ultime settimane “il cinese” ha avuto modo di lanciare giustamente la polemica contro il centrodestra dichiarando il fallimento di Guazzaloca e della sua politica. Tuttavia non è chiaro ancora quale sarà il programma con cui Cofferati si presenterà alle elezioni e questo già mostra il limite principale della sua candidatura. Non si parte da una discussione di un programma alternativo alla destra sul quale scegliere un candidato che possa ben rappresentarlo. Tutt’altro. Prima il candidato, poi si pensa al programma - tutto secondo il peggiore copione ulivista.

I suoi interventi nei dibattiti alla Festa dell’Unità e di Liberazione poco hanno chiarito sulla questione del programma: pur avendo dichiarato il “ruolo insostituibile del pubblico”, Cofferati non è andato oltre questa generica affermazione. Cosa voglia dire rilanciare il pubblico in una città come Bologna dove il centrosinistra prima e Guazzaloca poi hanno privatizzato più di quanto era privatizzabile, andrebbe chiarito. Queste giunte hanno privatizzato o predisposto alla privatizzazione l’azienda del gas e dell’acqua (Hera-Seabo), l’azienda dei trasporti (Atc), la Fiera, l’Aeroporto, il  Centro agroalimentare e le Farmacie comunali, ed esternalizzato il servizio globale di manutenzione, i servizi cimiteriali e persino la cura dei semafori e dell’illuminazione pubblica (e la lista potrebbe allungarsi di parecchio). Questo nonostante molte di queste imprese municipalizzate avessero garantito per anni sontuosi attivi al bilancio comunale (o forse proprio perché, per questa ragione, avevano suscitato gli appetiti di padroni a caccia di facili profitti). Ma il processo di privatizzazione è andato ben oltre, toccando con il meccanismo degli appalti praticamente ogni servizio legato alle funzioni comunali (inclusi i messi), con conseguente levitazione dei costi e scadimento del servizio.

Cosa intende fare Cofferati? Rimunicipalizzare quanto privatizzato? Come può farlo senza rompere, ad esempio, con la Margherita?

L’unità delle forze di centrosinistra è infatti una delle poche questioni su cui l’ex segretario della Cgil si è particolarmente speso. “Voglio uno schieramento molto largo, che comprenda l’Ulivo, l’associazionismo e i movimenti fino all’Italia dei Valori e a Rifondazione, una coalizione in cui vi sia pari dignità tra tutte le forze…” ha dichiarato Cofferati ai primi di settembre alla Festa di Liberazione. Questo vuol dire, in termini diversi, che la sinistra e il centro borghese avrebbero le stesse possibilità di influire sul programma, ma quello che accade è che la maggior parte dei voti li mette la sinistra mentre il centro borghese determina le scelte fondamentali! Questa rincorsa al centro ha portato alla sconfitta già una volta.

 

Cosa fa il Prc?

 

Purtroppo la maggioranza della direzione del Prc bolognese si è dimostrata finora incline ad accettare questo gioco, nell’illusione di poter contare realmente nella determinazione del programma, ma anche perché il Prc subisce la pressione crescente del ricatto di dover fare fronte comune contro la destra (non importa se ci si rende complici di politiche che nel medio periodo inevitabilmente porterebbero ad una nuova sconfitta).

A questo scopo nella primavera sono state approvate dal comitato politico federale le linee guida di un programma del partito per il governo della città dove si propongono rilevanti riforme, ma in un quadro che riflette, sulle questioni cruciali, un obiettivo slittamento sul terreno delle “compatibilità”, destinato a vanificare le buone intenzioni che hanno animato il dibattito (non “svendersi”, “fissare dei paletti”, ecc.), è noto che la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni.

Così nel programma del Prc non si parla di rimunicipalizzare le aziende privatizzate senza indennizzo (salvo per eventuali piccoli azionisti), ma di costruire “strutture pubbliche di controllo” dei servizi privatizzati come primo passo per costruire le condizioni di una gestione diretta (nel lungo periodo); inoltre, laddove le proposte avanzate costituirebbero un costo per le casse comunali, si ipotizza di ricorrere a nuove imposte per finanziarle, e così via. Il vero problema è che dentro all’Ulivo e perfino tra i circoli dirigenti dei Ds hanno una ampia eco le lobby dei padroni della città e questi signori non sono disposti a cedere un millimetro su questioni decisive per i loro interessi. Così Rifondazione otterrà qualche concessione cosmetica sul terreno del programma, ma non sulle questioni decisive, però in cambio dovrà sostenere le scelte antipopolari di una eventuale giunta.

Lungi dall’avere imparato dalle precedenti esperienze, ancora una volta il nostro partito sta scegliendo una strada che lo condurrà verso un burrone.

Al di là dei programmi sottoscritti (tanto più se vaghi nelle modalità e nei tempi di attuazione) l’esperienza dimostra che i dirigenti dei Ds, di gran lunga la maggior forza nella coalizione ulivista a Bologna, usano la presenza dei partiti del centro borghese per giustificare agli occhi dei lavoratori la loro totale subalternità agli interessi vitali delle varie lobby economiche che si spartiscono il controllo della città, così come ormai avviene già da anni in Regione, dove il Prc ha difeso una legge per l’istruzione regionale che prevede il finanziamento pubblico alle scuole private, o fa finta di non vedere quando si introduce il lavoro interinale nell’Amministrazione regionale.

In ogni occasione dirigenti locali del Prc si pronunciano a favore dell’intesa con Cofferati (che non prende impegni di nessun tipo) in dibattiti pubblici e in articoli e interviste sui giornali locali, nonostante il fatto scandaloso che non si sia mai discusso (e soprattutto deciso) finora un orientamento su tale questione in nessuno degli organismi dirigenti della Federazione di Bologna.

Orientamento a concludere un accordo invece sostenuto nel documento votato con 25 voti a favore e 5 contrari dal Comitato Politico Regionale (Cpr) in cui la Segreteria regionale si impegna a creare tavoli comuni al centrosinistra e chiede alle federazioni di fare altrettanto.

Ma il centrosinistra non doveva essere morto? Non si doveva “rompere la gabbia del centrosinistra” come ripeteva ormai qualche anno fa il segretario Bertinotti? Eppure lo stesso documento del Cpr pare escludere questo obiettivo quando dice che “vanno scoraggiati confronti parziali con alcune delle forze politiche che compongono le coalizioni a livello locale...”(!?!).

2006-04-03

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