Elezioni comunali a Messina - Falcemartello

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Il teatrino delle primarie fa tappa sullo Stretto

La linea politica uscita vittoriosa dallo scorso congresso sta producendo i suoi effetti nefasti anche a Messina. L’ingresso nell’Unione e il ricorso sistematico allo strumento delle primarie hanno letteralmente messo all’angolo il partito messinese.

Quello di Messina è un caso modello che si ripresenterà chissà quante volte in occasione della “negoziazione” di un’alleanza elettorale. In vista delle comunali di novembre, l’Unione ha da tempo scelto - sarebbe meglio dire che il futuro candidato si è imposto - il vice-segretario regionale della Margherita Francantonio Genovese, noto imprenditore cittadino dai ramificati interessi affaristici (non ultimi quelli che lo legano al gruppo Franza, gestore del trasporto marittimo sullo Stretto). Il suo nome è stato immediatamente accolto con favore dai vari cespugli, Verdi e Pdci in testa.

Il Prc, colto alla sprovvista, ha deciso per una soluzione di ripiego, appoggiando la candidatura del liberale Antonio Saitta, docente universitario già candidato del centrosinistra nel 2003, il quale si oppone fermamente - forte di una lista civica e del risultato personale colto alle precedenti elezioni - ad una sua estromissione dallo scenario politico. Ecco che il partito, stretto tra l’obbligo di tener fede ad un’alleanza già sancita a livello nazionale e la necessità di smarcarsi “a sinistra”, pensa bene non solo di puntare su un uomo lontanissimo dalle sue tradizioni, idee, interessi, ma di farsi promotore delle primarie cittadine per dare una spolverata di democrazia partecipata all’operazione e, soprattutto, per evitare in extremis la rottura con l’Unione.

Le implicazioni contenute in questa scelta erano chiare: avallando le primarie avevamo di fatto avallato, seppur in seconda battuta, la candidatura di Genovese in quanto nessun concorrente (né Saitta né altri) avrebbe avuto la benché minima possibilità di scalfire la collaudata macchina elettorale dell’esponente della Margherita.

Le primarie in realtà fanno un gran comodo ai nostri dirigenti, anche di minoranza, visto che l’Ernesto dispone della maggioranza relativa della Federazione. Il partito giustifica così agli occhi di elettori e militanti accordi con candidati oggettivamente insostenibili, ingenerando la pericolosa illusione che una presunta investitura popolare possa spostare a sinistra l’asse della coalizione. Quanto questa scelta abbia spostato a sinistra l’asse della coalizione messinese lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle nel momento in cui l’integerrimo Saitta si è piegato a più mite consiglio, abbandonando l’intransigenza della prima ora e accettando un posto di vicesindaco propostogli, in caso di vittoria, dall’ex avversario, lasciando il Prc col classico cerino in mano.

Ora che il bluff delle primarie è clamorosamente fallito e che al partito non resta che appiattirsi sulle posizioni del centrosinistra, c’è da chiedersi quanto con il nostro modesto risultato elettorale, col nostro scarso radicamento e la nostra militanza ridotta al lumicino, in una situazione così compromessa dalle politiche fin qui seguite, potremo sperare di influenzare il programma dell’Unione. Quali risposte potremo dare ai ceti subalterni, quale reazione potremo opporre alle emergenze del momento: dallo smantellamento della cantieristica alla privatizzazione degli enti pubblici, dalla vergogna dell’edilizia scolastica all’assenza di servizi sociali.

Il “No” al ponte sullo Stretto espresso da Genovese non è affatto motivo sufficiente per garantire il nostro appoggio, essendo uno slogan talmente inflazionato da essere diventato trasversale con un bel pezzo della destra che ha fatto sua questa parolina magica.

Il partito è molto debole a causa dell’errata linea politica e sarebbe bello capire come in una coalizione a così schiacciante egemonia liberal-democristiana potrebbe mai incrementare visibilità e consensi (pensavamo che la lezione di Catania fosse servita a qualcosa).

In realtà i problemi per il nostro partito si aggraveranno se continuiamo a percorrere la strada della subalternità al centro, dello sradicamento dai luoghi reali del conflitto, del movimentismo velleitario, della rincorsa all’emergenza elettorale, dell’improvvisazione politica a tutti i livelli, salvo poi dare la colpa della persistente minorità al fatto che viviamo in una città geneticamente di destra.

12-10-2005