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Il 28 luglio il consiglio nazionale della Federazione della sinistra ha varato, col solo voto contrario di Claudio Bellotti e due astensioni (Pegolo e Sonego) la bozza di documento politico per il proprio congresso costitutivo che dovrebbe tenersi entro dicembre. Torneremo in seguito sull’analisi di questo testo, di cui i punti fondamentali ci sembrano due. Il primo è la decisione di delegare alla Federazione tutte le decisioni in materia di presentazione elettorale e di presenza nelle istituzioni (gruppi e conseguente finanziamento), esautorando quindi completamente i soggetti promotori (Rifondazione, Pdci, Socialismo 2000, Lavoro e solidarietà). Il secondo riguarda la proposta avanzata al centrosinistra di dar vita a una “coalizione democratica” per sconfiggere Berlusconi e Bossi sulla base di una piattaforma di ripristino e di rinnovamento della nostra democrazia”.

Ad oggi il regolamento del congresso non è stato approvato e neppure presentato, tuttavia è stata votata (contro la nostra opinione) una norma che impone che ogni proposta politica alternativa nazionale debba raccogliere almento quattro firme nel Consiglio della Fds. Tale norma, assurda in un organismo che non è frutto di un’elezione democratica ci impedirebbe ad oggi di presentare con pieni diritti la nostra alternativa e di poter sostanziare così con una proposta chiara il voto contrario che abbiamo espresso. Abbiamo comunque iniziato l’elaborazione di un breve testo alternativo, di cui di seguito presentiamo una sintesi. In assenza di modifiche all’ipotesi di regolamento, alle quali il portavoce Salvi non si è dichiarato contrario per principio, la presenteremo ugualmente nei congressi di base, certi di rappresentare una critica diffusa fra centinaia di compagni e compagne che di “nuovi Ulivi”, “Coalizioni democratiche” e “alleanze a centri concentrici” hanno già fatto sufficiente esperienza…

 

10 settembre 2010

 

 

Contro la palude governista per un polo della sinistra di classe

 

Il congresso di fondazione della Federazione della sinistra si tiene in un momento di svolta per il nostro paese e a livello internazionale. La crisi capitalistica è tutt’altro che superata e comincia a manifestare i suoi effetti politici. In Italia la crisi del governo Berlusconi e della sua maggioranza è ormai conclamata.

I poteri forti di questo paese (e non solo) sono delusi per l’incapacità di Berlusconi, nonostante la sua ampia maggioranza parlamentare, di portare a termine le “riforme” da essi caldeggiate. Al tempo stesso non intendono ritornare all’instabilità e alla debolezza che hanno caratterizzato i governi di centrosinistra negli ultimi 15 anni.

In questo quadro che si collocano i processi di scomposizione e ricomposizione nel campo delle opposizioni parlamentari. Tuttavia al di là e al di sotto dei movimenti episodici di forze politiche, correnti, leader, è necessario ribadire che quali che siano le combinazioni di governo che si realizzeranno, la politica economica e sociale che essi seguiranno è già dettata: su basi capitalistiche e nell’attuale contesto di crisi, le uniche politiche applicabili sono politiche di austerità permanente e di attacco generalizzato alle conquiste dei lavoratori. Lo stato sociale deve esssere smantellato, tutto ciò che rende profitti deve essere privatizzato; lo Stato deve intervenire solo per salvaguardare i profitti socializzando le perdite; chi conserverà un posto di lavoro dovrà lavorare più ore, più anni, più intensamente e per un salario minore; i sindacati devono essere “responsabili” e gestire queste politiche. Tutti i governi europei, siano essi di destra, di sinistra o di coalizione, hanno seguito questa linea, con sfumature dovute esclusivamente al grado più o meno profondo della crisi nei rispettivi paesi.

Qualsiasi ipotesi di collaborazione della sinistra col Pd e con le altre forze borghesi che si contrappongono a Berlusconi è destinata inevitabilmente a scontrarsi con questa realtà di fatto. Ancor più che nel 1996-2001 e nel 2006-2008 qualsiasi tentativo di “condizionare” questo schieramento e di renderlo permeabile alle rivendicazioni operaie e ai bisogni popolari è destinato a fallire miseramente.

Il compito immediato che abbiamo davanti è quindi quello di costituire un polo della sinistra di classe, nettamente distinto e contrapposto non solo al centrodestra, ma anche alle varie ipotesi di alternativa borghese già accennate. Si tratta infatti di una esigenza fondamentale, ossia quella di dare un punto di riferimento politico a un conflitto di classe che si risveglia anche nel nostro paese.

Gli avvenimenti di Pomigliano e poi di Melfi segnano infatti l’inizio una svolta, dopo lo choc iniziale costituito dalla crisi economica, dal dilagare della cassa integrazione, dei licenziamenti e delle chiusure, i lavoratori cominciano a serrare le fila e a reagire. Dobbiamo investire tutto su questa prospettiva.

Lo scontro nella Fiat, che è solo al principio, ha mostrato in modo netto lo schieramento reale delle forze in campo, che non corrisponde affatto alla divisione parlamentare tra maggioranza e opposizione. A lato di Marchionne si sono schierati Cisl, Uil, tutta la grande stampa, i partiti parlamentari, governo e opposizione (con qualche iniziale sparata demagogica dell’Idv, ben presto rientrata). Solo la Fiom e i sindacati di base si sono schierati contro il ricatto di Marchionne, mentre il gruppo dirigente maggioritario della Cgil pugnalava alle spalle i lavoratori invitandoli a votare Sì.

L’ulteriore sviluppo dello scontro, con i licenziamenti di Melfi e il successivo rifiuto della Fiat di applicare la sentenza di reintegro, ha ribadito ulteriormente lo schieramento delle forze in campo.

Il compito della sinistra è rafforzare sul piano sindacale lo schieramento imperniato sulla Fiom, che ha rifiutato non solo a parole ma anche nei fatti, di mettere in svendita i diritti dei lavoratori per “uscire dalla crisi tutti insieme”, dobbiamo lottare per superare le esitazioni e gli elementi di opportunismo interni a questo stesso schieramento, e al tempo stesso farci carico del problema fondamentale: non basta infatti la sola opposizione sociale, sindacale, è necessario che come la Fiom ha rifiutato di entrare nel sistema di relazioni sindacali neocorporative disegnato dall’accordo del 22 gennaio 2009 (che la Cgil ha rifiutato di firmare ma che poi ha di fatto accettato di applicare a piccoli passi in tutte le altre categorie), allo stesso modo è necessario che sul piano politico si aggreghi un fronte di tutti coloro che rifiutano il quadro di una nuova collaborazione di classe così come proposto da Bersani e compagni. La Federazione della sinistra ha senso solo se si pone su questo terreno; ogni altra ipotesi non è altro che un’edizione peggiorata dell’Arcobaleno.

È necessario pertanto rompere con l’orientamento fin qui seguito di sostanziale subalternità al campo del centrosinistra, così come manifestatosi nelle scorse elezioni regionali e nelle successive prese di posizione (proposta di coalizione democratica contro Berlusconi). Tale ipotesi peraltro è già incarnata da Vendola e dal suo partito, se la Fds continua a porsi sul terreno fin qui seguito non farà altro che continuare il suo declino a tutto vantaggio di Sinistra e libertà e del Pd.

Non solo la tenuta della Fiom, anche il successo della raccolta delle firme per i referendum sull’acqua (successo non solo numerico, ma anche politico in quanto il Pd è stato messo all’angolo così come i finti quesiti dell’Idv), dimostra che esiste un grande potenziale per l’aggregarsi di un fronte di opposizione alla cui base vi sia il rifiuto delle politiche di privatizzazione e flessibilità che hanno caratterizzato gli ultimi 30 anni e che oggi vengono riaffermate con ancora maggior forza dalla classe dominante nel tentativo di restare a galla nella crisi. Questo potenziale va coltivato e fatto crescere sia sul terreno della mobilitazione, sia sul piano politico e programmatico, avanzando sistematicamente quelle proposte e piattaforme che possano connettere il movimento reale in campo con la prospettiva anticapitalista: rivendicazioni come la nazionalizzazione del sistema bancario, il blocco dei licenziamenti, il salario ai disoccupati, il salario minimo intercategoriale, il ritorno sotto la mano pubblica e sotto il controllo dei lavoratori e degli utenti dell’enorme patrimonio industriale e di servizi privatizzato o sotto minaccia di privatizzazione (energia, trasporti, telecomunicazioni, ecc.) possono essere avanzate e concretizzate in connessione con il movimento stesso.

Il punto fondamentale è che non avanziamo queste o altre parole d’ordine come singole rivendicazioni che dobbiamo poi adattare al programma di una coalizione dominata da forze che esprimono gli interessi di altre classi che dettano le “compatibilità generali”; tale logica conduce necessariamente allo svuotamento e allo snaturamento di qualsiasi rivendicazione. Costruiamo invece il nostro programma a partire dai livelli di resistenza e di coscienza effettivamente in campo, lavorando alla loro crescita e alla connessione con la prospettiva anticapitalista e socialista su scala nazionale e internazionale.

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