Il documento politico finale del Cpn del Prc (13-14 dicembre 2008) - Falcemartello

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Il contesto in cui viviamo è caratterizzato dalla crisi economica, dalla recessione, dai licenziamenti. La crisi è destinata a durare a lungo perché non è originata da qualche elemento congiunturale ma affonda le sue radici nel concreto funzionamento del capitalismo.

La crisi è il frutto delle politiche neoliberiste, caratterizzate dalla completa libertà del capitale e da una politica di precarizzazione del lavoro e di bassi salari. Non è possibile uscirne positivamente se non mettendo radicalmente in discussione gli attuali assetti di potere. La crisi ridefinirà le gerarchie mondiali, la collocazione del nostro paese nella divisione internazionale del lavoro.

In Italia, la crisi muterà profondamente il volto del paese, modificando abitudini, stili di vita, percezione del futuro, ruolo e forme della politica. Già oggi la situazione sociale è caratterizzata da una crescente insicurezza sociale in un contesto pesantemente segnato da bassi livelli salariali e pensionistici. La crisi appesantirà questo quadro determinando l’apertura di una fase nuova in cui tutto si rimette in movimento.
La fase del neoliberismo è stata la fase della sconfitta del movimento operaio, della vittoria dell’ideologia capitalista, del tentativo di affossamento dell’idea della trasformazione sociale e del comunismo. La possibilità di ricostruire una ipotesi storica, non minoritaria, di trasformazione sociale in senso anticapitalista passa per la capacità di agire efficacemente all’interno della crisi per una uscita a sinistra dalla stessa. Il progetto politico che noi proponiamo per porre il tema della trasformazione sociale e dell’uscita da sinistra dalla crisi è quello della rifondazione comunista. Il richiamo quindi al movimento che ha posto il tema della rivoluzione contro il capitale e la consapevolezza della necessità di rifondare quest’ipotesi facendo fino in fondo i conti con gli errori del passato.

Il progetto politico che ci diamo è quello di un nuovo movimento operaio al cui interno far vivere il progetto politico della rifondazione comunista che sappia articolarsi sul piano sociale, culturale, politico. Una prospettiva che nasce dalla volontà di costruire una società di liberi ed eguali, si basa sull’analisi delle contraddizioni del capitale e si nutre della partecipazione attiva ai movimenti sociali che concretamente operano per l’abolizione dello stato di cose presente.

Con la crisi siamo entrati in una fase di transizione, al termine della quale molte cose saranno cambiate. Vi sono molte forze che spingono per una uscita a destra dalla crisi, con l’accentuarsi della tendenza alla guerra e al terrorismo sul piano internazionale e con la gestione autoritaria della guerra tra i poveri sul piano interno. La possibilità di uscire da sinistra dalla crisi ci chiede quindi un salto di qualità, in cui si intreccino positivamente definizione del progetto e movimenti di massa. Dalla capacità di agire tempestivamente e positivamente in questo contesto di “guerra di movimento” si gioca per intero la possibilità che il progetto politico della rifondazione comunista si possa affermare nel nostro paese. E’ necessario quindi un salto di qualità, che da un lato faccia uscire il partito dalla crisi post elettorale e post congressuale e, dall’altro, ricollochi il partito nella società, ne ridefinisca la sua utilità sociale e quindi il suo possibile ruolo politico.
 
Un intervento pubblico regressivo


Sul piano della risposta alla crisi, le classi dirigenti si stanno muovendo con un assoluta disinvoltura nella violazione dei principi che pochi mesi fa incarnavano. L’intervento pubblico non è più demonizzato ma esso viene attivato nella piena riproposizione degli elementi di classe fondanti il ciclo neoliberista.

Sul piano europeo c’è un fortissimo investimento sul lato della salvezza delle banche e un modesto intervento anticiclico; parallelamente, vanno avanti gli elementi di destrutturazione dei diritti del lavoro come la direttiva sugli orari di prossima approvazione e nulla viene fatto in termini di redistribuzione del reddito. In questo quadro ribadiamo la nostra adesione alla manifestazione che si terrà il 16 dicembre a Bruxelles contro la direttiva.
Per quanto riguarda il caso italiano, queste caratteristiche sono ancora più accentuate. Da un lato c'è una ingente disponibilità di risorse sulle banche che prevede la possibilità di sostituire i manager ma esclude a priori l'idea di una gestione pubblica del credito, accoppiato al rilancio delle grandi opere distruttive dell’ambiente.
Parallelamente si taglia pesantemente su scuola e università, welfare, regioni e autonomie locali, lavoro pubblico. I tagli sono parte di un disegno complessivo fatto di un salto di qualità dei processi di privatizzazione: dal sapere all’acqua, dalla sanità ai servizi. L’assenza di risorse sul versante del lavoro dipendente si accompagna alla precarizzazione ulteriore del lavoro e all’attacco al contratto nazionale.
La logica delle politiche del governo è di mantenere intatto e aggravare il regime di bassi salari con l’obiettivo di distruggere il potere e la capacità di costruzione di consenso del sindacato come delle autonomie locali; Ai diritti e alla contrattazione collettiva si vuole sostituire l’elemosina di stato (la social card) attraverso l’azione diretta del sovrano. All’autonomia e al ruolo di rappresentanza del sindacato si vuole sostituire la “complicità” con le imprese nella gestione dei rapporti di lavoro, come di interi servizi sociali di cui si vuole la privatizzazione. Il governo parallelamente riduce gli spazi di democrazia con l’attacco alla libertà di informazione, all’indipendenza della Magistratura e la messa in discussione della Costituzione. E’ un insieme di ultraliberismo, neocorporativismo, autoritarismo.
 
La ripresa del conflitto sociale

In questo contesto abbiamo avuto un autunno tutt’altro che pacificato. Non c'è stato quel deserto sociale che taluni paventavano al Congresso. Anzi, c'è stata una ripresa di mobilitazione molto forte che è concretamente cominciata con la manifestazione dell'11 di ottobre. Sarebbe sbagliato leggere quella manifestazione come l'innesco del movimento, ma indubbiamente essa ci ha permesso di essere dentro questa ripresa di movimento. Il movimento sta andando oltre la pura contestazione delle misure del governo. Vi è una positiva “eccedenza” di significati, di simboli, di piattaforma che parla di una soggettività nascente. Di questo fenomeno è indice anche il ruolo delle manifestazioni che vengono convocate dalle organizzazioni storiche, ma che vengono “utilizzate” dal movimento per far emergere una soggettività che va molto al di là.

Caso emblematico di questo è il mondo della scuola. Ci troviamo dinanzi al fatto che si è mosso un intero settore, dagli insegnanti, agli universitari, agli studenti sino ai genitori delle elementari. Si tratta di un movimento pienamente politico, a partire dalle parole d'ordine che ha assunto e che sono diventate immediatamente patrimonio di tutti (“la vostra crisi non la paghiamo”). Non si vedeva da tanto tempo una capacità di interazione tra studenti e insegnanti come è avvenuta dentro questo movimento. Un elemento di forte politicità sta esattamente in questo dialogo tra i saperi sociali e in una capacità di questi saperi sociali di non presentarsi solo nella loro veste sindacale, ma in una veste politica, cioè nella capacità di saper cogliere il nodo del sapere come bene pubblico. Un movimento fortemente politico, quindi, ma che – proprio per questo - non ha visto nelle forze politiche quali esse sono oggi il proprio interlocutore. Ci pare del tutto normale. La decennale crisi della politica non si supera in un attimo e su di noi pesa la negativa esperienza del governo Prodi. Tornare ad essere un punto di riferimento per i movimenti è un percorso tutto da costruire; tanto per cominciare, invece di chiedere al movimento di stare con noi, noi dobbiamo stare nel movimento,favorire la sua crescita e il suo incontro con gli altri movimenti.

In questo quadro di ripresa dei movimenti di lotta uno snodo decisivo è dato dalle scelte della CGIL: dall’opposizione alla manomissione della contrattazione nazionale, al rifiuto di firmare alcuni contratti (con l’eccezione pesante della vicenda Alitalia), allo scontro sulla manovra economica del governo. Dopo alcuni scioperi di categoria, la convocazione e la riuscita dello sciopero generale del 12, convocato dalla Cgil e dai sindacati di base, rappresenta un risultato importantissimo, un successo da cui partire. In particolare occorre sottolineare come oggi il ruolo della Cgil sia decisivo nel costituire un ruolo di ossatura di tutti i movimenti, anche quando le forme e i contenuti delle mobilitazioni vanno al di la della piattaforma della Cgil.

Il ruolo del PD

Sul piano politico, la situazione vede una polarizzazione tra la politica del governo da un lato e le iniziative di movimento dall'altra. In questo quadro, il PD ha contraddizioni pesantissime. Il fatto che non abbia aderito allo sciopero generale e che abbia problemi ad esprimersi sulla riforma della contrattazione è la manifestazione della concreta subalternità a Confindustria. Ciò dimostra una precisa scelta: la volontà di una collocazione terzo forzista tra il governo e il movimento. Su questo non si vede alcuna differenziazione all’interno del PD. La stessa proposta avanzata dal PD al governo alla vigilia dello sciopero generale di riaprire il dialogo sulla manovre economica, va in questa direzione. Dobbiamo quindi rifiutare di arruolarci nella guerra intestina al PD, nella consapevolezza che il progetto politico costitutivo del PD può avanzare unicamente in quanto venga sconfitta quello che emerge dai movimenti di massa. Nel concreto della relazione con il movimento di massa misuriamo quindi l’alternatività del nostro progetto politico a quello del PD nel suo complesso.

La nostra iniziativa politica:

1) In primo luogo occorre riprendere la costruzione di un efficace movimento pacifista che contrasti le tendenze alla guerra e la barbarie terrorista. Punti centrali dell’iniziativa sono la lotta per la riduzione della spesa per armamenti, il ritiro delle truppe italiane dai teatri di guerra a partire dall’Afghanistan, il disarmo unilaterale, la neutralità dell’Europa e l’uscita dell’Italia dalla Nato. Un importante appuntamento è costituito a questo riguardo dalla manifestazione europea convocata dal Social Forum di Malmo contro la Nato, che si terrà a Strasburgo il 4 aprile 2009.

2) In secondo luogo occorre adoperarsi per il rilancio del movimento altermondialista a partire dalla partecipazione al prossimo Social Forum Mondiale che si terrà a Belem a gennaio. Nella crisi del neoliberismo, è quanto mai importante che il movimento sia in grado su scala internazionale di avanzare proposte e percorsi di mobilitazione che indichino la possibilità di uscire da sinistra dalla crisi e su cui le esperienze in corso in America Latina ci indicano una strada possibile.

3) Rispetto alla crisi occorre in primo luogo proporre una lettura delle cause che l’hanno determinata. E’ infatti evidente la strategia delle grandi agenzie di comunicazione che sostanzialmente impedisce di riconoscere le radici di classe della crisi. La crisi viene presentata come un fenomeno naturale a cui hanno concorso l’ingordigia e l’ignavia di alcuni banchieri e da cui l’Italia non sarebbe così pesantemente toccata anche in virtù delle capacità dell’attuale governo. Non è così. Le radici strutturali della crisi sono precisamente il frutto delle politiche liberiste nelle due caratteristiche principali: il regime di precarietà del lavoro e di bassi salari che è stato l’obiettivo costante del ventennio liberista nell’intreccio con i processi di deregolazione economica e finanziaria. Non ci troviamo quindi di fronte ad un incidente di percorso ma di fronte all’effetto disastroso delle politiche economiche che hanno caratterizzato l’ultimo trentennio. In assenza di una drastica redistribuzione del reddito è impossibile uscire dalla recessione.

4) Riguardo alla crisi occorre quindi contrastare a fondo la testi che ipotizza l’uscita dalla crisi attraverso i sacrifici. I sacrifici, la compressione salariale e dei diritti sono esattamente all’origine della crisi e altri sacrifici non farebbero che aggravarla. Per questo noi proponiamo di uscire a sinistra dalla crisi e cioè attraverso una drastica redistribuzione del reddito dall’alto verso il basso e attraverso una riconversione ambientale e sociale dell’economia, una trasformazione del modello di sviluppo compatibile con i limiti ambientali. Ogni idea di unità nazionale, di fronte comune contro la crisi va rigettata, perché la crisi non è un nemico esterno da cui difendersi ma il frutto delle politiche economiche seguite anche dall’Italia negli ultimi venticinque anni. Il nemico non è esterno ma interno e si chiama rendita e profitto. Va contrastata a fondo l’idea che dalla crisi si esca rafforzando la comunità nazionale o la comunità aziendale; l’uscita a sinistra dalla crisi passa attraverso la messa in discussione degli attuali rapporti di potere tra le classi: occorre ridistribuire reddito dai profitti e dalle rendite verso i salari e le pensioni e rovesciare l’attuale modello di sviluppo.

5) Lo sciopero del 12 dicembre ha rappresentato un passaggio fondamentale; il suo esito positivo costituisce un punto di partenza importantissimo ma non risolve i problemi di fronte a tutti noi. Fuori da qualsiasi diplomazia dobbiamo essere consapevoli della sproporzione tra il livello di conflitto imposti dalla crisi e dalla durezza dell’attacco del governo e di Confindustria, e la risposta fin qui messa in campo. Dopo lo sciopero generale proclamato da Cgil e sindacati di base, dobbiamo proporre una estensione, generalizzazione e approfondimento del conflitto, sia nelle forme che nella piattaforma. Questa strada, che passa anche attraverso una maggiore relazione tra Cgil e sindacalismo di base, è l’unica che può evitare, sulla spinta del PD, il rischio di un risucchio della maggioranza del gruppo dirigente della Cgil in una logica di trattativa a perdere nei confronti del padronato e poi del governo. Tale rischio nasce dal carattere irrisolto della prospettiva di fondo della Cgil dopo la chiusura della lunga fase concertativa. È un dibattito al quale non possiamo guardare con distacco, ma nel quale dobbiamo intervenire nelle forme proprie anche in ragione dei mutamenti in corso tanto nella Cgil che nel mondo del sindacalismo di base.

Grazie anche al protagonismo del movimento studentesco, le mobilitazioni di questo autunno, nei loro punti alti hanno teso a rompere gli schieramenti precedenti e a produrre nuove “coalizioni” di fatto nelle piazze e negli scioperi: uno sviluppo che può generare una feconda moltiplicazione nell’efficacia delle forze anticoncertative nell’insieme del movimento operaio. Questo è il modo concreto di praticare quella unificazione dei movimenti che costituisce uno degli elementi fondanti della possibilità di ricostruire un movimento per l’alternativa in Italia.

Le potenzialità sono quindi evidenti, a patto di sottrarci a qualsiasi logica organizzativistica e velleitaria: non si tratta di proporci come coadiutori di processi di ricomposizione studiati a tavolino, ma di intervenire positivamente nel processo di ridefinizione del conflitto sindacale nel nostro paese. Sottrarsi all’offensiva confindustriale implica per la Cgil porsi il problema di una vera e propria ricostruzione della propria strategia rivendicativa e della propria pratica conflittuale. Dalla nostra capacità di interpretare correttamente i nostri compiti su questo terreno dipende in gran parte la possibilità che Rifondazione comunista conquisti infine quel radicamento nel mondo del lavoro che da troppi anni costituisce il grande assente nella nostra iniziativa e nella nostra elaborazione. E’ in questo contesto, come parte del percorso di generalizzazione dei conflitto e sviluppo del movimento, che proponiamo che si tenga entro il mese di febbraio l’attivo nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori.
6) In questa prospettiva abbiamo proposto il coordinamento della sinistra al fine di costruire una opposizione di sinistra consistente e qualificata. Dobbiamo evitare le alternative paralizzanti che vedono da un lato la costruzione di impossibili partiti unici della sinistra e dall’altra il nulla quando non lo scontro fratricida, proponendo invece l’unità della sinistra sul fare. Una sinistra contro governo, padroni e – quando serve – Vaticano. Questa prospettiva non esclude la ricerca di convergenze con le altre forze di opposizione quando questo è possibile ma per essere efficace deve possedere una soggettività propria. Il coordinamento della sinistra, ovviamente, non si limita alla relazione tra le forze politiche ma vuole essere una proposta che coinvolge, sia a livello locale che nazionale, il complesso delle forze che si collocano a sinistra, a livello politico, sociale e culturale.

Le nostre proposte

a) Occorre portare la spesa sociale italiana a livello della media europea al fine di garantire:
- Il sostegno al reddito di chi ha perso o sta perdendo il lavoro, con l’estensione della cassa integrazione senza perdita del posto di lavoro, per tutti i lavoratori, in una logica universalista che trascenda dalle tipologie contrattuali. Mille euro per vivere, per tutti.
- L’istituzione del salario sociale
- La riduzione delle tassazione sui redditi medio bassi. La rivalutazione delle pensioni basse e medio-basse
- Contro i tagli del governo alla sanità, il rilancio del servizio sanitario pubblico e universale attraverso l’ampliamento dei livelli essenziali di assistenza e la riduzione delle liste di attesa.
- La destinazione di risorse significative per un piano-casa di rilancio dell’edilizia residenziale pubblica e per la definizione e il finanziamento dei livelli essenziali di assistenza.
b) La difesa del reddito di chi perde il lavoro è per noi legata indissolubilmente alla difesa dell’occupazione e di tutti i posti di lavoro minacciati dalla crisi. Aderiamo pertanto all’idea proposta dal segretario della Fiom del blocco dei licenziamenti. Tale rivendicazione va sviluppata in tutte le sue implicazioni, dalla proposta della riduzione dell’orario di lavoro come strumento per mantenere l’integrità della forza lavoro distribuendo il lavoro disponibile, fino alle sue conseguenze più radicali, ossia la difesa attraverso la mobilitazione e l’occupazione di quelle aziende che minacciano chiusura, licenziamenti, delocalizzazioni, smantellamento di interi settori. Parallelamente occorre proseguire la battaglia per l’abolizione della legge 30 e della Bossi-Fini.
c) Rivendichiamo un controllo pubblico sui prezzi, un paniere di beni di prima necessità a prezzi controllati.
d) Vanno salvaguardati i risparmi, a partire dal Tfr versato nei fondi pensione. Chiediamo che il montante dei fondi torni all’Inps e che il Tfr torni nella piena disponibilità dei lavoratori.
e) Contro la proposta di Tremonti di bloccare i mutui salvaguardando però gli interessi delle banche usando ancora una volta denaro pubblico, proponiamo la costituzione di un fondo pubblico che rilevi i mutui insostenibili e li riconverta in mutui a tasso fisso non superiore al tasso di inflazione.
f) Proponiamo l’innalzamento della spesa per la conoscenza a livello europeo, il ritiro integrale della riforma Gelmini e il rilancio della scuola e dell’università pubblica.
g) Proponiamo di sostituire il piano delle grandi opere del governo con una sola grande opera da attuarsi su tutto il territorio nazionale: un piano di ristrutturazione degli edifici scolastici che interessi sia le strutture che il risparmio energetico dei medesimi.

Per finanziare questi interventi proponiamo le seguenti misure:
1) Taglio drastico delle spese militari e chiusura delle missioni nei teatri di guerra.
2) Tassazione al 23% delle rendite finanziarie
3) Modifica degli studi di settori aumentando il reddito presunto tassato
4) Aumentare la progressività delle aliquote IRPEF aumentando le ultime aliquote dal 41 al 43% e dal 43 al 48%.
5) Reintrodurre la tassa di successione per i patrimoni al di sopra dei 500.000 euro
6) Introdurre una tassa patrimoniale per i patrimoni al di sopra dei 500.000 euro.
7) Porre un tetto alle retribuzioni degli alti dirigenti pubblici

Un nuovo intervento pubblico

Proponiamo la nazionalizzazione della banche di interesse nazionale al fine di una gestione del credito svincolata dalla ricerca della redditività a breve e finalizzata alla riconversione ambientale della produzione. A tal fine proponiamo la costituzione di un soggetto di programmazione pubblico con fondo d’investimento per:
- Gestione crisi industriali e riconversioni nel campo del risparmio energetico e delle energie rinnovabili
- Realizzazione di innovazioni tecnologiche nei processi produttivi e per prodotti ad alto riciclaggio
- Realizzazione di sistemi di mobilità a basso impatto ambientale

La dimensione europea

Le misure che proponiamo per l’Italia trovano la loro collocazione naturale all’interno delle proposte che abbiamo elaborato in sede di Partito della Sinistra europea e che prevedono la radicale modifica delle istituzioni e delle politiche da agire in sede comunitaria. E’ infatti evidente che la gravità della crisi chiede un deciso intervento in sede comunitaria, rovesciando l’attuale impostazione. In primo luogo la messa in discussione degli accordi di Maastricht e il superamento del parametro del 3% nel rapporto deficit/PIL. La messa in discussione dell’autonomia della BCE e del suo statuto indirizzato unicamente alla stabilità della moneta. La realizzazione di un fondo pubblico di intervento sulla crisi di dimensioni quadruple rispetto a quelle attuali. La realizzazione di un sistema fiscale europeo tendenzialmente unitario e progressivo. Il superamento dei paradisi fiscali e l’ istituzione della Tobin Tax.

Costruiamo il partito sociale

Questa piattaforma, che va agita sul piano europeo, nazionale e locale, deve accompagnarsi ad una ripresa di lavoro politico sul territorio che, oltre al terreno vertenziale sopra indicato ha due punti decisivi di iniziativa politica:

-In primo luogo il rilancio del lavoro di inchiesta, per capire esattamente cosa succede alle lavoratrici e ai lavoratori dentro la crisi. Ci stiamo lavorando a partire dal questionario pubblicato su Liberazione; ogni territorio deve impegnarsi al fine di svolgere rapidamente questa inchiesta, decisiva per avere uno sguardo non ideologico su come oggi i lavoratori vivono la crisi.

-In secondo luogo occorre estendere le pratiche di mutualismo poste in essere a partire dalla distribuzione del pane ad un euro al chilo. Si tratta di estendere quantitativamente questa pratica sociale e nello stesso tempo di migliorarla qualitativamente, costruendo i Gruppi di acquisto Popolare e sviluppando altre pratiche mutualistiche che ci permettano un intervento diretto sulle condizioni di vita degli strati popolari dentro la crisi.

Un impegno straordinario per il tesseramento

In questo contesto assume particolare importanza l’iscrizione al partito. Il 5 dicembre è stata avviata la campagna per il tesseramento del 2009 ed è importante che tutti i circoli e le federazioni si attivino da subito per raggiungere l’obiettivo del 30% delle/degli iscritte/i del 2008 per il 24 e il 25 gennaio 2009.

L’indicazione che diamo è che nel corso di quelle due giornate, con un impegno diretto di tutti i dirigenti nazionali, regionali e provinciali, si tengano aperti i nostri circoli e si svolgano iniziative pubbliche.

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