Il Prc e le regionali - Falcemartello

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Sconfitta una linea politica

I risultati delle elezioni regionali non lasciano spazio a grandi voli di fantasia. I dati, come vedremo, sono molto chiari. Le speranze di una crisi del blocco di governo si sono rivelate per l’ennesima volta fallaci.

È vero che il Pdl perde ben tre milioni di voti rispetto alle europee (Bondi si dichiara “non soddisfatto” del risultato), ma la Lega nord conquista posizioni e, soprattutto, si dimostra come l’astensionismo abbia colpito non solo a destra, ma anche nel centrosinistra e a sinistra. L’esperienza di questi ultimi 15 anni viene confermata anche in queste elezioni: non c’è scandalo che tenga, non c’è porcheria tanto grossa che il metabolismo del blocco di potere berlusconiano non possa digerire: tra escort e tangenti, imprenditori sciacalli e amministratori presi con la bistecca in bocca, Pdl e Lega navigano con disinvoltura. Non la “rivolta delle coscienze offese”, ma solo e soltanto i grandi movimenti di lotta sociale hanno negli scorsi anni saputo mettere in crisi questo blocco di potere. Fu così nel 1994, è stato così nei primi anni 2000, lo si conferma – a negativo – anche oggi. La destra stravince in Calabria, vince largo in Campania, strappa il Lazio anche senza la lista del Pdl a Roma, si prende il Piemonte, allarga ulteriormente il distacco in Veneto…

La crescita della Lega aprirà sicuramente delle contraddizioni, a medio termine, all’interno del centrodestra, così come la sconfitta di Brunetta a Venezia e Castelli a Lecco, ma per ora è l’asse Berlusconi-Bossi a venire rafforzato. Chi pensava che bastasse qualche editoriale del Corriere della Sera a far vacillare il governo, sarà bene che si rifaccia i conti. E soprattutto che la smetta di costruirci sopra una linea politica per la sinistra.

Per Rifondazione, inserita nelle liste della Federazione della sinistra, il bilancio è impietoso. Chi parla di “tenuta” dia un’occhiata ai numeri.

Omettiamo qualsiasi paragone con le elezioni regionali del 2005 che appartengono a un’altra epoca politica; allora Prc e Pdci raccolsero in totale circa due milioni di voti pari a oltre l’8 per cento. Anche limitandoci al raffronto con le europee del 2009 il calcolo dei voti assoluti è impietoso; si perde infatti quasi un voto su tre: da 910mila a 620mila. Su 13 regioni, 10 arretrano anche in percentuale, due sono stabili (Liguria e Puglia, quest’ultima però con l’apporto dei Verdi); la Toscana avanza di uno 0,1 per cento, anche qui con i Verdi interni alla lista, e l’Umbria dello 0,6. In quattro regioni non vengono eletti consiglieri: Lombardia, Campania, Puglia, Basilicata.

Ulteriore dato negativo è il sorpasso operato da Sinistra Ecologia e Libertà, che raccoglie 678.693 voti. In percentuale i vendoliani sono al 3,02, la Federazione al 2,76.

Drammatico il dato della Campania, dove la candidatura Ferrero raccoglie l’1,35 per cento, persino meno della lista (1,56).

Questi numeri non possono essere spiegati solo con una condizione generale negativa, che pure indubbiamente esiste. A nostro avviso ciò che testimoniano non è semplicemente un risultato negativo di Rifondazione comunista, ma la sconfitta della sua linea politica. La Federazione della Sinistra si è confermata essere un puro contenitore incapace di produrre alcun valore politico aggiunto; la sua unica forma di vita si è  manifestata nelle lunghe trattative per la composizione delle liste.

Il punto cruciale è che Rifondazione non è stata capace di trasmettere alcun messaggio chiaro ad alcun settore sociale o politico. È nota la tesi secondo la quale il nostro partito deve essere inserito nelle coalizioni di centrosinistra per raccogliere il meglio di quell’elettorato senza essere penalizzato dal “voto utile”. Resta però da spiegare, se le cose stanno così, perché del milione di voti persi dal Pd non ne raccogliamo neppure uno. O perché in Emilia Romagna, culla delle “buone amministrazioni di sinistra” alle quali da sempre il Prc è pienamente partecipe, a fronte di un forte calo del candidato Errani (dal 62,7 per cento a poco più del 52), tutto il voto critico o di protesta verso il Pd si sia incanalato verso la lista “5 stelle” di Grillo, che in Emilia Romagna raccoglie il suo dato più alto col 7 per cento al candidato (6 per cento alla lista) e un clamoroso 8,71 per cento a Bologna (do you remember Del Bono?…).

Il Prc non cresce né come forza “di governo” (unica eccezione l’Umbria), né come forza “di opposizione”: tutto il voto di protesta, tutto il voto antiberlusconiano che non sopporta le manfrine del Pd è stato catalizzato da Grillo, che in 4 regioni delle 5 in cui si presenta supera largamente le liste della Federazione della sinistra. Anche Di Pietro subisce la concorrenza di Grillo, pagando la “svolta di Salerno” con la quale ha accettato di adeguarsi alla candidatura De Luca in Campania.

Intendiamoci: il voto alle liste di Grillo è un voto volatile e d’opinione, che non dipende affatto dalla presenza di candidature pesanti o dallo spazio mediatico. Raccoglie, tuttavia, l’unico movimento di opposizione che si sia espresso con una qualche continuità negli ultimi 12 mesi, a fronte del sostanziale mutismo della Cgil e dell’isolamento delle lotte per il lavoro, che dopo l’autunno sembrano rientrate nel cono d’ombra. Inoltre il voto alle liste Grillo “parla” anche ad altri movimenti di lotta, come testimonia il 28 per cento raccolto a Bussoleno, in Valsusa, contro il 4 per cento della Federazione. Il “Movimento Cinque stelle” è premiato per la sua alternatività ai due poli che in diverse regioni erano totalmente sovrapponibili. Ciò dovrebbe far riflettere il nostro partito, come oggetto di riflessione è il risultato delle Marche dove la candidatura di Massimo Rossi, espressa dalla Federazione della sinistra e da Sinistra e libertà, ma soprattutto alternativa a Pd e Pdl, è uno dei pochi segnali positivi di questa campagna elettorale.

Brucia dover commentare il successo di Sinistra e Libertà. Non tanto per i numeri, che non sono certo esplosivi, ma per la logica politica: Sel non partiva da numeri molto diversi dalla Fds, aveva tuttavia una carta forte in mano e l’ha giocata con determinazione. Ha costruito una strategia attorno all’unico vero punto di forza che aveva, ossia la posizione di Vendola, l’ha sfruttata per colpire un nemico alla volta: prima il Pd dalemiano, poi il candidato di centrodestra.

Anche Rifondazione aveva un solo punto di forza: la convinzione di un settore della sua militanza, di alcune migliaia di attivisti generosi, che veramente si volesse voltare pagina e farla finita con le ambiguità, con l’opportunismo, con i compromessi sempre al ribasso. A differenza di Vendola, Paolo Ferrero non solo non ha sfruttato questo unico punto di forza, ma lo ha sistematicamente indebolito, ha fatto piovere sulla testa dei suoi stessi sostenitori una doccia fredda dopo l’altra, ha rincorso tutte le mode e tutte le brezze: prima dietro a Di Pietro, poi a De Magistris, poi Bersani, poi ai “viola”, poi allo stesso Vendola… il tutto per ritrovarci poi quasi completamente soli, dopo aver buttato mesi preziosi in cui si sarebbe potuto fare ben altro per preparare il partito a questa competizione.

Il risultato inevitabilmente spingerà il settore più istituzionalista e opportunista del partito a farsi avanti. Conosciamo già a memoria il loro ritornello: “Senza gli accordi col Pd non eleggiamo nessuno, se non eleggiamo nessuno restiamo senza finanziamenti e il partito chiude.” Questi compagni dimenticano un piccolo particolare: il partito che si costruisce su queste basi non è un partito, ma un semplice comitato elettorale che non appena le posizioni di potere sono messe a rischio si scioglie come neve al sole. L’esempio della Campania parla chiaro: avendo rimandato fino all’ultimo la scelta di rompere con l’indigeribile candidatura di De Luca, abbiamo subìto la scissione dell’assessore regionale uscente Corrado Gabriele, prontamente trasmigrato in casa Pd portando la graziosa dote di 17mila voti di preferenza nella circoscrizione di Napoli (dove l’intera lista della Federazione della sinistra ne ha raccolti circa 23mila). Gli accordi non salvano “il partito”, salvano solo le posizioni di gruppi di potere che si infeudano interi pezzi di partito. Da questo punto di vista, scissioni del genere (non crediamo peraltro che sarà l’ultima) potrebbero anche essere positive, ma ad una condizione: che esista un’alternativa. Che ci sia un gruppo dirigente capace di investire con tenacia e con pazienza su una linea alternativa, che capisca che per raccogliere bisogna aver prima seminato, che sappia valorizzare e tutelare la militanza vera, offrendo gli strumenti necessari per questo lungo e difficile lavoro. Insomma, un gruppo dirigente che faccia l’esatto contrario di quello che è stato fatto.

È proprio questo il lato più negativo di questa sconfitta: che dà fiato ai predicatori di sconfitte, che già prima del voto e ancor di più oggi ci spiegano che l’unica strada è quella di abbracciare al più presto il compagno Vendola, che non ci sono spazi al di fuori del centrosinistra, e così via all’infinito. Rendiamo merito a Claudio Grassi, responsabile di organizzazione del nostro partito, di aver già parlato con chiarezza in questo senso ancora prima che si andasse al voto (vedi il suo editoriale intitolato “Unità” su Liberazione). Pensiamo che Grassi sbagli da cima a fondo, ma perlomeno ha avuto il pregio di dire chiaramente quello che altri pensano ma non hanno il coraggio di dire ad alta voce.

In questa proposta non c’è solo un errore di moderatismo, c’è un’analisi profondamente sbagliata di cosa rappresenta oggi Vendola e il suo partito. Non si tratta semplicemente di una forza di sinistra un po’ meno radicale di noi. Il progetto di Vendola si nutre di una idea legata al cosiddetto “partito del sud”, che non solo è interclassista, ma è anche trasversale rispetto agli schieramenti politici. È una linea sulla quale Vendola si trova oggi a dialogare con Adriana Poli Bortone, ma che domani potrebbe portarlo tranquillamente a stringere accordi con Lombardo in Sicilia.

Peraltro non si capisce perché Sinistra e Libertà dovrebbe tenderci la mano quando, con la collaborazione del Pd che hanno assicurata già un partenza, possono continuare a risucchiare il nostro elettorato e puntare a cancellarci totalmente o ad arruolarci come truppa di complemento nella sua scalata alla leadership del nuovo centrosinistra.

Rischiamo di trovarci rapidamente in una situazione surreale: il Prc incastonato nella Federazione della Sinistra, a sua volta alla ricerca di un accordo di qualche tipo con Sinistra e Libertà, il tutto inquadrato in un nuovo centrosinistra: cosa resterebbe, a quel punto, di Rifondazione? Quale reale possibilità si darebbe di lavorare per una forza realmente alternativa al sistema, una volta ingabbiati in questo meccanismo?

C’è solo una risposta possibile: questo gruppo dirigente deve permettere al partito tutto di discutere al di fuori delle scadenze artificiose dei vari processi “costituenti”, degli eterni “cantieri” della sinistra che vengono sempre aperti e mai chiusi, e convocare un congresso che abbia al centro non la Federazione della sinistra inesistente, non le furbizie elettorali, ma le fondamenta politiche, programmatiche, organizzative per la ricostruzione di Rifondazione come partito anticapitalista, esterno e contrapposto ai due poli dell’alternanza.

Fuori da questo c’è solo la lenta dissipazione di un patrimonio ormai ridotto ai minimi, ma che tuttavia continua ad esistere e che merita un’altra possibilità.