Breadcrumbs

Difficile fare un resoconto del dibattito che si è tenuto sabato 3 novembre al Consiglio nazionale della Federazione della Sinistra. Apparentemente si è deciso che le forze che fanno parte della Federazione proseguiranno ognuna per conto proprio il proprio percorso politico. Un lettore superficiale potrebbe trarre la conclusione che la Federazione si è sciolta e non c’è più. In realtà non è stata presa nessuna decisione in tal senso.

 

Le divergenze sono davvero cospicue: Diliberto, Patta e Salvi propongono di entrare in una coalizione di governo con il Pd, di entrare nel percorso delle Primarie, il che significa di accettare i vincoli del programma di coalizione e cioè dei trattati economici internazionali nelle successive scelte parlamentari della coalizione, chiunque sia a prevalere nelle primarie stesse. Il responsabile di organizzazione del Pdci Francescaglia, del tutto coerentemente, non ha aderito alla manifestazione No debito del 27 ottobre scorso, considerando sbagliato partecipare ad una manifestazione insieme ad un arco di forze che precluderebbe il dialogo con il Pd.

Diciamo che la linea è chiara ed è la ingloriosa conclusione del percorso dei cosiddetti “comunisti di lotta e di governo”, che riescono a essere ancora più di governo, tanto più si allontana per loro la prospettiva di accedervi.

Dall’altra parte Rifondazione ha proposto l’aggregazione alla sinistra del Pd.

E qui vengono i dolori. Innanzitutto, cosa c’è a sinistra del Pd? La lettura che è stata data del risultato elettorale in Sicilia, fatto salvo le recriminazioni sulla nostra distanza dal sentire comune dei nostri interlocutori, ha trovato Rifondazione unanime nel sostenere l’idea che l’errore è stato presentare una coalizione con due liste. Grassi sì è spinto a ridimensionare la capacità di assorbimento dell’Italia dei Valori da parte di Grillo. Ferrero ha insistito sul valore politico della campagna referendaria, quale leva per accelerare le contraddizioni nelle forze (Sel, IdV, Fiom) che orbitano attorno al centro sinistra e orientarle verso una lista di sinistra alternativa al Pd che vedrebbe come perno De Magistris e Alba. Il ragionamento si basa su un castello di ipotesi destinato a crollare come altri nel recentissimo passato.

La lettura del Partito democratico appare fra i contendenti divergere nettamente, la maggioranza del gruppo dirigente del Prc lo ritiene responsabile e promotore, alla stregua delle socialdemocrazie europee, della politiche liberiste della Troika e pertanto distante anni luce dalla nostra prospettiva di comunisti; Patta, Salvi e Diliberto considerano Bersani unico argine socialdemocratico non solo alla dittatura delle banche, ma nelle parole di Diliberto “alla democrazia rappresentativa fondata sulla Costituzione”. Nicolosi (Lavoro e Solidarietà) si è spinto a indicare i detrattori del Pd “terzo periodisti che rievocano il socialfascismo fuori tempo massimo”. Sic!

A sminuire queste citazioni degli antichi fasti del movimento comunista ci pensa la risposta della maggioranza del Prc, tesa rivendicare la propria vocazione “alleanzista”.

E proprio qui è la debolezza principale del ragionamento sul Partito democratico, cerbero della Troika al governo nazionale, che diventa un tenero agnellino quando si parla di elezioni Regionali.

Proprio non si capisce questa mutazione genetica del Pd, incomprensione su cui hanno ovviamente ricamato i sostenitori dell’alleanza senza se e senza ma.

Ma quello che è risultato davvero imbarazzante è l’insistenza di tutti sulla opportunità di arrivare a un cosiddetto “gentlemen agreement”: non si vota nessuna decisione, per ora ognuno per sé, poi si vedrà, magari dopo le elezioni si potrebbe essere costretti a tornare insieme e in ogni caso resta in piedi il lavoro come Fds di raccolta firme per i referendum e soprattutto nell’intessere le alleanze di centro sinistra per le prossime regionali in Lombardia, Lazio e Molise.

Scopriamo infatti che le Regioni non decidono in materia di politica internazionale, solo lavoro, sanità e trasporti. Ambiti, è noto a tutti, nei quali le banche e il padronato non hanno mai messo becco!

Come compagni della minoranza di Rifondazione Comunista che pur non avendo condiviso la scelta di far nascere la Federazione della Sinistra sono presenti nel Consiglio nazionale, abbiamo presentato un dispositivo nel quale si proponeva una scelta netta e chiara: la presa d’atto dello scioglimento della Federazione che consentisse ai suoi componenti lo sviluppo di una posizione politica autonoma per esplicitare a coloro i quali vogliamo rappresentare la chiarezza e la coerenza di un progetto politico.

Viceversa il non decidere non solo implica uno stallo (il simbolo esiste ancora, ma può essere messo in mora in qualsiasi momento da una delle quattro forze), ma una ambiguità di fondo che suggerisce l’opportunismo di tutte e quattro le forze: nel caso una o tutte non trovassero accordi tali da consentire l’accesso al Parlamento si ricomincia daccapo a stare insieme come se nulla fosse accaduto.

Con quale credibilità una forza politica che si dice di sinistra, per non dire anticapitalista e comunista, può presentarsi alla classe operaia di questo paese, a chi tutti i giorni vede messo in discussione il proprio posto di lavoro, ai giovani senza un futuro dignitoso a chiedere anche solo la fiducia del voto?

Lo abbiamo chiesto ai componenti il Consiglio nazionale della Fds. La risposta: si metta agli atti.

 

---

 

Di seguito il dispositivo che abbiamo proposto di mettere ai voti e che è appunto finito agli atti.

 

Roma, 3 novembre 2012

Per lo scioglimento della Federazione della Sinistra

 

Il Consiglio nazionale della Federazione della Sinistra prende atto delle divergenze politiche dei soci fondatori la Federazione stessa.

Le elezioni politiche alle porte hanno fatto emergere con nettezza queste divergenze in particolare in relazione al rapporto con il Partito democratico, alla partecipazione alle Primarie e all’ipotesi di un governo di centro-sinistra.

Tale divergenza ha implicazioni stringenti sull’orientamento della Federazione: la non adesione alla manifestazione contro il governo Monti il 27 ottobre scorso non segna solo l’impossibilità di assumere una collocazione politica e sociale netta, ma getta l’ombra dell’ambiguità sulle formazioni politiche della Federazione che pure autonomamente hanno deciso di aderirvi.

Alla luce del dibattito dal congresso a oggi nella Fds e degli orientamenti emersi il Consiglio nazionale considera esaurita l’esperienza della Federazione della Sinistra, libera da ogni vincolo statutario e politico le formazioni che hanno aderito a questo percorso.

 

Sonia Previato
Jacopo Renda

Joomla SEF URLs by Artio