La candidatura Ferrando e la scissione di Progetto Comunista - Falcemartello

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La candidatura Ferrando e la scissione di Progetto Comunista

Come a molti è già noto, fra le decisioni assunte dall'ultimo Comitato politico nazionale (Cpn) del Prc c'è stata quella di aprire le liste dei candidati eleggibili al parlamento anche alle minoranze interne al partito. L'ingresso di Marco Ferrando, portavoce e principale esponente dell'associazione Progetto comunista (mozione 3 al congresso) fra gli eleggibili al Senato ha portato a una divisione verticale all'interno della sua stessa area. Sulla candidatura Ferrando, infatti si sono espressi in modo contrario ben 10 membri su 17 eletti da quest'area al Cpn; viceversa la maggioranza dei delegati della mozione 3 allo scorso congresso nazionale (32 su 45) ha sostenuto Ferrando. Il settore contrario, capeggiato da Francesco Ricci, accusa Ferrando di essere entrato con Bertinotti nella "gabbia" dell'Union

Al di là dei numeri rivendicati dalle due frazioni, appare chiaro come questa ennesima spaccatura di Progetto comunista superi, per profondità, le numerose precedenti.

La storia di questa corrente negli ultimi sei anni è infatti costituita da una serie interminabile di rotture, scomuniche ed espulsioni. Si comincia nel 2001, quando Progetto comunista, allora aggregazione congressuale che riuniva l'insieme della sinistra del partito, espelle burocraticamente i sostenitori di FalceMartello. Nel 2002-2003 il percorso di fondazione dell'Associazione marxista rivoluzionaria Progetto comunista vede distaccarsi il gruppo napoletano rappresentato da Luigi Izzo, l'associazione "Oltre" e l'ex rappresentante di Progetto comunista in Sicilia, Guido Benni. Ai rilievi critici, Ferrando e Ricci (allora uniti e concordi) rispondono che grazie a tali divisioni la loro associazione avrebbe raggiunto la necessaria omogeneità politica e quindi una maggiore capacità di costruzione e radicamento. I fatti dimostrano ben presto che così non è. Nel 2004 Progetto perde un altro pezzo, con l'uscita di un settore calabrese capitanato da Matteo Malerba, allora membro della Direzione nazionale del Prc; oggetto dello scontro è l'accordo che lo stesso Malerba ha concluso con il centrosinistra per le elezioni provinciali della federazione di Vibo Valentia, della quale all'epoca era segretario. Altri pezzi si staccano nel periodo precedente l'ultimo congresso fra cui una compagna del Cpn che sottoscrive il documento di Bertinotti. Questa lunga serie di rotture porta Progetto comunista a perdere 8 dei 17 membri che aveva eletto al Cpn nel congresso del 2002.

Parallelamente vediamo un sistematico calo nei consensi raccolti da Progetto comunista nei congressi del Prc: 5400 voti (pari al 16%) al IV congresso (1999), 4330 voti (12,7%) al V congresso (2002), 3400 voti (6,5%) al VI congresso (2005).

Anche qui il ritornello dei dirigenti è sempre lo stesso: siamo di meno, ma più uniti, omogenei e convinti; non appena Bertinotti tornerà fra le braccia di Prodi il vento tornerà a soffiare dalla nostra parte.

Nel novembre del 2004, ossia all'inizio del percorso congressule, scrivevamo quanto segue: "La disgregazione avvenuta nella sinistra del Prc è a nostro avviso il frutto inevitabile di tale approccio settario sia rispetto all'insieme del movimento operaio, sia rispetto alla battaglia interna al partito. (…) In altre parole, giunge al capolinea quella concezione coltivata per anni da Progetto comunista che vedeva al suo centro unicamente la lotta congressuale (e negli organismi dirigenti) per riaffermare con monotona regolarità ad ogni congresso, ad ogni conferenza dei Giovani, ad ogni riunione del Cpn e di qualsiasi organismo dirigente locale, il loro "No agli accordi col centrosinistra!". Tale strategia ha impedito un serio sviluppo della sinistra del Prc, rinchiudendola in una gabbia che alla fine rischia di soffocarla e metterla, prima o poi, di fronte a un dilemma insolubile: o assistere ad un continuo indebolimento, con relative defezioni, espulsioni, polemiche, abbandoni, insomma proseguire sulla strada di questi anni. Oppure ad un certo punto reagire con una scissione ultraminoritaria dal Prc dettata dalla solo frustrazione crescente che molti militanti provano di fronte alla situazione attuale. E ci pare che tali spinte siano sempre più forti e non trovino adeguato contrasto da parte del gruppo dirigente di Progetto comunista, che anzi insiste ad utilizzare formulazioni ambigue al riguardo."

Oggi Ferrando accede a una candidatura che con ogni probabilità lo porterà in senato, se l'Unione vincerà le elezioni. Tale candidatura è soggetta a precisi vincoli di disciplina, più volte ribaditi da Bertinotti e dalla maggioranza del partito: i parlamentari, quali che siano le loro opinioni, dovranno uniformarsi alle decisioni di maggioranza, votare la fiducia al governo Prodi, le leggi fondamentali (ad esempio la finanziaria), ecc. In altre parole, a prescindere dalle proprie intenzioni, Ferrando dovrà scegliere se violare la disciplina e trovarsi in breve tempo fuori dal partito (o per scelta propria, o per misure disciplinari) oppure se accettare la disciplina, votare misure che prevedibilmente saranno assai indigeste (come egli stesso non si stanca di ripetere) tentando di condizionare o addirittura invertire l'attuale linea governista approvata al congresso di Venezia.

Il gruppo di Ferrando arriva al massimo livello di esposizione nelle istituzioni precisamente mentre la sua presenza organizzata e militante si vede ridotta ai minimi termini, come effetto di una lenta erosione di consensi e soprattutto di questa ennesima e distruttiva scissione interna. È inevitabile che in tali condizioni di debolezza obiettiva, Ferrando sia costretto a gravitare sempre più attorno alla maggioranza del Prc, ripercorrendo una strada già nota e stranota, non ultimo nell'esperenza di altre correnti interne al Prc come Erre-Sinistra critica.

Progetto comunista ha commesso per anni l'errore di pensare che la presenza negli organismi dirigenti del partito potesse sostituire il lavoro di costruzione e radicamento alla base, nelle mobilitazioni, nei luoghi di lavoro e di studio, la formazione di quadri. Oggi si avvia a ripetere lo stesso errore moltiplicato per cento volte: tanto maggiore la "visibilità" istituzionale, tanto minore la presenza organizzata e militante. Non c'è bisogno di essere fra coloro che gridano "Ferrando venduto!" per capire come tale contraddizione sia da sempre, in qualsiasi formazione di sinistra, il sintomo di un'involuzione moderata e a sua volta ne costituisca l'alimento.

Il contraltare di tale tendenza è rappresentato dalle spinte scissioniste di coloro che propongono di abbandonare il Prc. Ferrando è tra i principali responsabili di avere alimentato attese in questo senso. Per mesi, prima dello scorso congresso (ma anche in occasione delle primarie di ottobre) nei testi da lui firmati e diffusi è stato usato un linguaggio allusivo che pareva fatto apposta (e in effetti così era) per trasmettere tra le righe il messaggio che se il Prc fosse andato al governo, Progetto comunista avrebbe proposto la rottura e la formazione di un nuovo partito. Esemplare in questo senso la formulazione, più volte ripetuta, secondo la quale "nessun governo della boghesia [e quindi anche un eventuale governo Prodi - NdR] sarà privato di un'opposizione comunista". Questa parola d'ordine, che civettava con stati d'animo settari, dominati dalla frustrazione e dalla impazienza, figurava anche nel testo congressuale della mozione 3; è stata poi cancellata "di nascosto", assieme ad altre parti del documento, dopo che era stata da noi pubblicamente criticata. Esempio lampante di un trasformismo di piccolo cabotaggio di cui il disastro attuale di Progetto comunista costituisce l'esito fatale e inevitabile. Non sappiamo se oggi la bandiera della scissione, lasciata cadere da Ferrando (ammesso che l'abbia mai veramente impugnata), verrà innalzata dai suoi contestatori del gruppo di Ricci; ha poca importanza. È invece importante ribadire che uscire dal Prc sarebbe oggi un errore disastroso e fatale per chiunque si proponga di combattere il corso governista. Il partito va incontro a dure prove, l'entrata al governo metterà impietosamente a nudo tutte le belle parole "di sinistra" con le quali viene oggi confezionato l'accordo con l'Unione. L'opposizione sociale non tarderà a farsi sentire nei luoghi di lavoro, fra i giovani, fra quei milioni di persone che hanno lottato contro Berlusconi, che voteranno contro di lui alle elezioni e che vorranno vedere un cambiamento reale che Prodi e Fassino non possono portare.

Sarà quello il momento decisivo per il Prc, il momento delle scelte per migliaia di militanti non solo delle opposizioni, ma anche della maggioranza, che dovranno scegliere se accettare questo scempio o se lottare per portare il partito là dove deve trovarsi: non ingabbiato in un governo asservito ai voleri di Confindustria, ma in mezzo agli sfruttati e in prima linea nella lotta per cambiare questa società. Proporre oggi una scissione significherebbe sottrarsi a questa battaglia decisiva, portare in un vicolo cieco centinaia di militanti che invece potrebbero giocare un grande ruolo nella prossima fase sia nel partito che più in generale nella lotta di classe. Non dubitiamo che Ferrando, che ieri corteggiava ambiguamente gli stati d'animo più settari, oggi si dimostrerà più sensibile alle posizioni opposte. Non importa, quello che conta non sono le giravolte di questo o quel "leader", ma la capacità di proporre una chiara strategia per trarre il partito fuori dal vicolo cieco in cui si sta infilando. I successi, sia pure modesti, che abbiamo avuto nel lavoro di questi anni e in particolare dallo scorso congresso, ci incoraggiano a continuare e ci autorizzano a dire che potremo costruire una vera sinistra nel Prc, elemento indispensabile per una battaglia a tutto campo nel partito e nel movimento operaio per una reale alternativa a un riformismo che si avvia a manifestare di fronte a milioni di persone la sua crisi storica.

26 Gennaio 2006