L'intervento di Claudio Bellotti al Cpn del 12-13 settembre 2009 - Falcemartello

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C’è un punto su cui sono d’accordo con Ferrero: quando dice che si chiude una pagina. Altroché se si chiude!

So bene che non è stata una pagina scritta a caratteri d’oro nella nostra storia, ma è stato un tentativo di raccogliere, suscitare e sviluppare una reazione positiva che c’era stata dopo il disastro dei due anni di governo e delle elezioni del 2008.

Lo scorso Cpn vide una forte articolazione, con quattro documenti finali. Penso che con la proposta qui avanzata si dia una risposta a quella articolazione, si sceglie di sciogliere quei nodi in una direzione ben precisa, che io ritengo una direzione regressiva, un passo indietro e anche più di uno, rispetto alla situazione precedente.

Ritengo dunque fuorviante e falso nella sostanza parlare di gestione unitaria e di allargamento della segreteria. Io penso che ci si stia proponendo oggi che un’altra maggioranza elegga un’altra segreteria su un’altra linea politica.

Se è così, discutiamone apertamente perché il peggior servizio che possiamo fare ai nostri compagni è presentare un dibattito opaco, illeggibile e anche un pochino ipocrita.

Non ho tempo di toccare tutti i temi della relazione e devo scegliere. Parto dalla cosiddetta “proposta politica” che il segretario ha accennato alla fine della sua relazione, ossia l’idea della cosiddetta “legislatura di salvaguardia costituzionale”. Non capisco perché un organismo dirigente come questo debba passare il suo tempo a discutere di una cosa che non esiste e non esisterà mai nelle tre dimensioni del mondo in cui viviamo. Non vedo la caduta di Berlusconi a breve; vedo ovviamente le contraddizioni ma non la congiura di palazzo che domani lo interna, il “25 luglio” come ha scritto un giornale.

Aggiungo anche che se, auspicabilmente, un movimento di massa del quale vediamo elementi nella scuola e in alcuni conflitti che stanno assumendo particolare radicalità, dovesse arrivare a creare problemi di tenuta per questo governo, cosa ancora molto lontana, la reazione inevitabile dato questo quadro, questo sistema politico e questi rapporti politici, e anche data la nostra condizione, sarebbe un riflesso obbligato di unità nazionale nel quale tutto succederà tranne che qualcuno si metta a disposizione per aprire spazi istituzionali e politici per una forza come la nostra. In altre fasi di forte crisi e conflitto sociale abbiamo conosciuto governi simili, ad esempio nei primi anni ’90.

Questa è quindi una “non proposta”, sulla quale ci si chiama a discutere mentre non si discute delle cose che sono realmente in campo: elezioni regionali, congresso Cgil.

Questa discussione è ancora più negativa di fronte al conflitto sociale che emerge, sul quale voglio dire alcune cose.

Il nome della Innse rimbalza in tutta Italia. Tuttavia non possiamo fare l’agiografia della lotta operaia; alla Innse è stato ottenuto un risultato positivo e dobbiamo studiare scrupolosamente, con la lente di ingrandimento, perché dobbiamo capire perché la lotta di quei 49 operai ha assunto quel significato politico laddove altre centinaia di migliaia di lavoratori hanno perso il posto quasi nel silenzio.

Indico alcuni elementi. In primo luogo l’unità che si è costituita in quella piccola compagine operaia è stata possibile su una rivendicazione basilare, ossia il rifiuto di qualsiasi prospettiva di uscita individuale (ricordo che i lavoratori della Innse hanno fatto la lotta quando già non erano più neppure dipendenti di quel padrone), ma sull’idea di salvaguardia a oltranza del sito produttivo, dell’azienda e del loro posto di lavoro. Su quello e non su altro si è costruita, e grazie alla presenza in quella lotta di quadri di fabbrica, non del nostro partito, che hanno saputo mantenere dal primo all’ultimo minuto il controllo su tutte le loro decisioni e azioni alle quali positivamente la Fiom si è subordinata, cosa che come ben sappiamo non succede dappertutto.

Dobbiamo mettere al centro questo ragionamento,sia dal punto di vista programmatico, perché è chiaro che non c’è per ogni azienda in crisi qualcuno disposto a rilevarla e dunque il discorso che facemmo a dicembre sul sistema pubblico del credito, sulla nazionalizzazione delle banche, va integrato con l’idea di creare un meccanismo che permetta al pubblico di salvaguardare e rilevare quel patrimonio produttivo che altrimenti viene devastato; ma dobbiamo ragionare anche sulla dinamica del movimento e sul nostro intervento in esso. Questa esperienza conferma che data la condizione politica e sindacale, vertenze che per un qualsiasi motivo assumono quel carattere simbolico e di rottura possono portare in avanti l’intero movimento che non magari scadenze di lotta generali, diluite nel tempo (che pure dobbiamo sempre sostenere), e questa valutazione assume un valore centrale per noi, ci indica dov’è il punto di attacco se vogliamo dare un ruolo politico al nostro partito in questa fase di conflitto.

Su questo, sulle modalità del nostro intervento in queste lotte, il segretario si è speso in quella parte della sua relazione che ha definito “pedagogica” della sua relazione. Ora vorrei dirti, Paolo, che ti ho sentito dire queste cose e queste critiche forse una trentina di volte, ma stai parlando del tuo partito, non si può fare oggi questa discussione come se fossimo a un anno fa.

Per motivi di tempo non posso parlare della scuola, devo parlare della Cgil che si interseca a queste lotte. Lunedì la Fiom riunirà il suo comitato centrale che convocherà iniziative di lotta dopo la rottura con Federmeccanica.

Riteniamo credibile che questo partito assuma un atteggiamento – scusatemi la crudezza – omertoso sul dibattito nella Cgil per non urtare la sensibilità di qualche sindacalista con la tessera di Rifondazione comunista in tasca? Vi sembra plausibile? Io lo ritengo inaccettabile. Penso che si debba invece discuterne, partendo precisamente dal punto proposto nella relazione, ossia la crisi di strategia della Cgil. O questi punti di conflitto, compreso quello della Fiom, trovano uno sbocco in avanti, oppure lo stesso congresso non potrà dare risposta a questa crisi.

Sulle regionali: a quanto pare siamo ora al punto che il problema sarebbe l’Udc; e io che pensavo che il problema fosse il Pd… mi tocca essere d’accordo con Bertinotti?

E dunque? Anche qui non si discute, si ribadisce che non possiamo governare col Pd a livello nazionale, ma magari (perché no?) si può governare con loro in 15 regioni su 15; su questo non si discute, ma le elezioni di marzo arrivano domattina!

Per tutti questi motivi e altri che non ho tempo di toccare penso che si chiuda davvero una pagina, e si chiude molto male. E a questo punto la proposta sulla segreteria e sul dibattito nel partito è davvero la ciliegina sulla torta. La gestione unitaria non c’entra niente, né si tratta per noi di un pregiudizio verso questa o quella area del partito, che non mi sono mai appartenuti.

Si vuole affermare coi fatti prima ancora che nelle parole, una concezione nella quale nel partito il dibattito politico scompare, secondo la quale gli organismi dirigenti non hanno più una base politica, e non hanno quindi neppure una responsabilità politica, a partire dalla segreteria nazionale. Questo è uno svilimento completo della nostra discussione. Ma cosa deve leggere un compagno o una compagna che tenti di farsi un’idea di cosa stiamo discutendo o di dove vogliamo arrivare?

Un’ultima cosa. Ferrero ha detto che è responsabilità di questo gruppo dirigente, di questa nuova segreteria se la proposta verrà approvata, dare uno scatto al partito, un rilancio. Poiché io credo al senso di responsabilità, ho il dovere di dire che a questa cosa non credo, e devo essere conseguente. Io non credo che questo gruppo dirigente, con questi assetti e con questa linea politica, possa portare il partito fuori dalla palude nella quale siamo finiti e non sono dunque disposto a farne parte, appunto perché esiste il senso di responsabilità. Se la proposta verrà approvata io quindi non farò parte di questa segreteria, per quanto ci riguarda non sarà una gestione unitaria.

E poiché bisogna essere conseguenti, bisogna anche dire dove porta questa nostra presa di posizione, questo giudizio ultimativo che mi rendo conto di avere dato. Ritengo che se si pensa che questo partito debba avere un futuro come io voglio che abbia, bisogna lavorare a un’altra linea politica e anche a un altro gruppo dirigente, inteso nel senso più profondo, andando quindi scavare su tutta la concezione della militanza e della partecipazione. So che questo non è vicino, ma ho anche imparato in questi 25 anni che le proposte che si presentano come bell’e pronte per la mattina dopo di solito portano al disastro. Per questo non dismetto in alcun modo il mio ottimismo.

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