Regionali: la posizione della maggioranza del Prc rischia di portarci a un disastro - Falcemartello

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Occorre reagire!

Le cronache attestano lo stato confusionale del Partito democratico nel definire la propria posizione rispetto alle elezioni regionali. Fin qui niente di nuovo e, ci viene da dire, niente di male. Il male comincia a manifestarsi per il fatto che tale confusione di riversa anche sulle scelte di Rifondazione e della Federazione della sinistra. 

Scriviamo mentre molte cose sono ancora in movimento, tuttavia ci pare necessario mettere alcuni punti fermi su questioni politiche e di metodo che, a prescindere da quali saranno gli esiti finali delle trattative, illuminano chiaramente la natura del problema.

La posizione ufficiale adottata dal partito si può riassumere in questi punti.

1) I governi regionali sono diversi dal governo nazionale e vanno valutati “caso per caso”.

2) In tale valutazione deve assumere centralità la questione dei programmi e la questione morale.

3) Dobbiamo andare incontro a una richiesta di unità contro Berlusconi e la destra.

Fin dal principio abbiamo detto che questi punti erano solo chiacchiere ed erano la ricetta fatta e finita per gettare il partito nel caos e farci trascinare su un terreno sfavorevole che comportava il rischio di accordi a perdere.

Proviamo ora a fare una carrellata della situazione regione per regione.

La Puglia è in testa alle cronache. Il partito ha detto fin dall’inizio che avremmo sostenuto Vendola. Tuttavia tale sostegno è stato offerto a prescindere dalle condizioni concrete dello scontro tra Vendola e un pezzo consistente del Pd, capeggiato da Massimo D’Alema. Infatti non solo Vendola ha detto tempo fa di non avere opposizioni pregiudiziali all’allargamento della coalizione all’Udc e persino al movimento IoSud di Adriana Poli Bortone, ma ha proposto le primarie come terreno privilegiato per selezionare il candidato a presidente.

Il Pd ha dapprima rifiutato le primarie tentando di far recedere Vendola dal candidarsi. Tuttavia questo ha creato una divisione all’interno dello stesso Pd, sia a Roma che in Puglia. Alla fine è emersa la candidatura di Boccia per le primarie del 30 gennaio.

Ebbene, in che posizione si trova il nostro partito? Le primarie ci collocano automaticamente all’interno di una coalizione di centrosinistra. Se vince Vendola saremo messi male e dovremo fare campagna elettorale ed eventualmente governare in una coalizione dalla quale solo pochi mesi fa siamo usciti; se le vince un candidato alternativo saremo messi malissimo perché in tal caso l’ingresso dell’Udc sarebbe quasi scontato e noi ci troveremmo costretti a scegliere se stare in una coalizione ancora più indigeribile o se rompere senza avere minimamente preparato il terreno ed esponendoci all’accusa di doppiezza.

In tutta la vicenda l’autonomia del partito, la nostra capacità di elaborare una nostra strategia (che di per sé non esclude la possibilità di costruirei coalizioni con altre forze a sinistra del Pd), di impostare una battaglia a partire dalla nostra proposta e non solo di rimessa a quanto fanno gli altri, è sparita completamente.

A fine dicembre Ferrero ha chiesto pubblicamente a Vendola e a Sinistra e libertà, in cambio del sostegno in Puglia, di fare una pressione su Penati che in Lombardia non vuole a nessun costo Rifondazione nella coalizione. Quell’offerta di fatto ha inaugurato una nuova fase, ossia il tentativo di costruire un fronte fra Federazione della sinistra, Sel ed eventualmente anche Italia dei Valori. Ci sono stati poi diversi incontri bilaterali su questa linea tra le varie forze. Qual era l’obiettivo di questo fronte? Contrattare, mettere insieme le forze per premere più efficacemente su Bersani. In subordine, avere delle coalizioni di riserva laddove il Pd ci chiude la porta in faccia. Risultati zero, né peraltro poteva andare diversamente: a premesse errate non possono che seguire conclusioni errate.

L’altra “grande trovata” è quella della desistenza, proposta in Piemonte, Liguria e tentata (sembra senza esito) anche in Lombardia. Si tratterebbe in questo caso di entrare nelle coalizioni per sommare i voti, ma restando fuori, in caso di vittoria, dai governi regionali. Si dice che questo permetterebbe di fare fronte contro le destre e che, data la nostra debolezza e date le leggi elettorali, non saremmo determinanti e che quindi il Pd può tranquillamente accettare questo tipo di accordi senza temere di essere poi ricattato dai voti decisivi dei consiglieri eletti dal Prc.

Questa proposta può essere definita solo come un trucco di bassa lega. In primo luogo non si è mai visto un gruppo dirigente che scommette pubblicamente su un risultato modesto delle proprie liste. In secondo luogo, il fatto che i nostri voti siano decisivi o meno non dipende solo dai voti raccolti. Immaginiamo che in Piemonte il Pd e l’Udc vincano le elezioni e il Prc entri in consiglio regionale sulla base di un accordo del genere. Cosa succede se nella votazione di una misura controversa l’Udc, o l’Idv, o un pezzo del PD, minacciasse di sommare i propri voti alla destra in una votazione ad esempio sulle scuole private, o sulla “sicurezza” o sulla sanità privata, ecc.? Ecco che immediatamente scatterebbe su di noi il richiamo a sostenere il Pd per “evitare il peggio”. Penati non a caso ha già proposto un patto di consultazione fra centrosinistra e Federazione della sinistra. La desistenza è di fatto un’entrata in maggioranza mascherata, una furbizia che però non è rivolta né contro la destra né contro il Pd, ma contro i nostri stessi elettori e militanti.

Chi ha memoria lunga si ricorda che nel 1996 il nostro partito attuò una desistenza (con meccanismi diversi) nei confronti di Prodi. Nonostante il partito fosse ufficialmente fuori dal governo, dovette subito dopo votare la fiducia all’insediamento di Prodi. Votammo poi tutti i principali provvedimenti di quel governo, ad eccezione della missione militare in Albania, compreso il famigerato pacchetto Treu. Un anno dopo ci fu una crisi di governo, che si risolse con un accordo mai rispettato sulle 35 ore di lavoro, al seguito del quale il partito entrò formalmente in una specie di “patto di consultazione” della maggioranza. Subito dopo ingoiammo altre perle, in particolare la legge Turco-Napolitano che istituiva i Cpt. Alla fine fummo costretti a rompere, non senza aver votato leggi scandalose di cui ci siamo pentiti per anni e non senza aver perso per strada parte consistente del nostro appoggio elettorale, per finire poi con la scissione del 1998.

In Lazio è spuntata la candidatura di Emma Bonino. Manuela Palermi (Pdci) ha avuto parole di elogio per la sua onestà ecc. Ora è bene ricordare che Bonino è onesta, ma che la sua onestà non le impedisce di avere al suo attivo robette come il referendum (poi fallito) per abrogare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (correva l’anno 2000) e per cancellare quello che restava della legge elettorale proporzionale. I radicali sono privatizzatori e liberalizzatori a oltranza, hanno sostenuto fior di guerre, ecc. Per restare all’oggi, mentre nel Lazio si apprestano a guidare il centrosinistra, in Toscana Oliviero Toscani ha proposto (sembra senza esito) di essere candidato radicale per la coalizione di centrodestra…

Che fa la sinistra nel Lazio? Dapprima sembrava che potesse materializzarsi una candidatura di Sel, l’assessore uscente Nieri (uscente, ricordiamolo, dalla giunta Marrazzo con la quale il Prc ha rotto solo pochi mesi fa). Ora sembra che anche questa candidatura venga ritirata. Risultato: con ogni probabilità ci ritroveremo anche all’interno di questa alleanza che sta suscitando una forte opposizione nella base del partito romano e non solo.

La ricerca dell’accordo ad ogni costo con l’Udc da parte del Pd sta creando altre situazioni paradossali, che si intersecano con gli scontri interni al Pd stesso. Potrebbe materializzarsi un candidato Udc sostenuto anche dal Pd in Veneto (un assessore uscente dalla giunta di centrodestra di Galan), se ne parla anche in Campania e in Calabria, dove la situazione è più confusa che mai. Ci si aspetterebbe che almeno in questi casi il partito si facesse promotore di una coalizione di sinistra e invece… Sulla Campania regna la nebbia più fitta, mentre in Calabria lo scontro è fra la maggioranza del partito regionale, che vuole a tutti costi stare nel centrosinistra a prescindere e la maggioranza della segreteria nazionale che preferirebbe sostenere… non una candidatura di sinistra, bensì l’ex presidente della Confindustria regionale, l’industriale del tonno Pippo Callipo, candidato dell’Italia dei valori.

Vi sono infine le regioni (ex) rosse, dove il Prc è dappertutto uscente da coalizioni di centrosinistra al governo, dove l’accordo è stato fin dal principio dato per scontato, anche a costo di creare un forte conflitto interno al partito (si veda in proposito il materiale riguardante la vicenda Toscana, pubblicato sul nostro sito).

In questo labirinto c’è solo un filo conduttore, che non sono né i “programmi”, né le discriminanti politiche, né una strategia complessiva del partito, bensì la subalternità, la costante ricerca di qualcuno a cui aggrapparsi nella speranza che ci tenga a galla. Questo vale innanzitutto nei confronti del Pd; dove questo si rivela impraticabile, ci si aggrappa a Di Pietro o a Vendola. Il risultato inevitabile di questo confuso agitarsi beneficerà altre forze. In nessun luogo e sotto nessuna circostanza Rifondazione comunista appare chiaramente come portatrice di una propria linea politica e di una propria strategia chiaramente riconducibile agli interessi dei lavoratori e di tutti i settori della società colpiti dalla crisi. Tutte le nostre azioni sono di rimessa, tutte le nostre scelte sono alla fine dettate da altri.

Può anche darsi il caso che l’intransigenza del Pd ci costringa a presentare in qualche regione un nostro candidato presidente. In tale (improbabile) caso dovremmo improvvisare dal nulla candidature, liste, programmi, coalizione e gettarci in una battaglia all’ultimo sangue senza avere fatto nulla per preparare il terreno.

Non fa riflettere il fatto che nella gran parte delle regioni che vanno al voto, se un semplice cittadino rivolge a un nostro iscritto la semplice domanda “cosa proponete per le elezioni regionali, cosa farà Rifondazione?” a poco più di due mesi dal voto non siamo in grado di dare una risposta comprensibile?

Il profilo che ne emerge è quello di una forza ausiliaria, complementare ad altre. I compagni che si esercitano a parlare della crisi del progetto di Sinistra e Libertà e se ne fanno fonte di consolazione, si domandino perché nonostante la crisi profonda e reale di quella forza, essa riesce, non solo in Puglia, ma come stiamo vedendo anche in Lombardia e in Lazio, a conquistare con tanta facilità un ruolo centrale nel determinare anche le nostre scelte. Si domandino perché nonostante il progetto di Sel sia completamente fallito, ciò non pare beneficiare particolarmente né Rifondazione né la Federazione della sinistra.

“Mal voluto non fu mai troppo” dice un proverbio, e purtroppo nonostante l’impegno che indubbiamente i compagni metteranno nella campagna elettorale, è difficile ipotizzare risultati brillanti. E il giorno dopo, su questo non abbiamo dubbi, il gruppo dirigente ci spiegherà che siamo deboli, che le cose vanno male, che bisogna ulteriormente avvicinarsi con Sinistra e Libertà e che questa dovrebbe entrare nella Federazione. Se così fosse, Vendola e compagni, gli “sconfitti”, saranno nelle condizioni di dettare condizioni che è facile prevedere faranno strame di tutte le foglie di fico con le quali si è tentato di nascondere le miserie della linea politica attuale del Prc.

Siamo quindi in una situazione molto seria. Non a caso in moltissime federazioni si è espresso in varie forme un forte dissenso su quanto accade, spesso sommato a una critica alle diffuse richieste di “deroghe” che permettano di ricandidare compagni/e che a norma di statuto non potrebbero fare ulteriori mandati nelle istituzioni. A tutti i compagni che non si riconoscono in questo percorso disastroso e a perdere, vorremmo dire con chiarezza che non è il tempo dei “mugugni” e tanto meno degli abbandoni. Abbiamo lottato duramente per impedire che la palude governista e “arcobalenista” ci ingoiasse negli scorsi anni, non staremo certo a vedere mentre un gruppo dirigente che ha completamente abdicato da quella battaglia tenta di riportarci sulla stessa strada. L’impegno e la militanza di migliaia di compagni e compagne che continuano a spendersi quotidianamente merita un’altra linea politica e un gruppo dirigente che una volta per tutte porti il nostro partito a poter camminare a schiena dritta.