Rifondazione dopo il successo elettorale - Falcemartello

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Nessun compromesso con l’Ulivo!

Il successo elettorale del Prc ha un significato inequivocabile. È un voto spinto dalle mobilitazioni, che si inserisce in una più generale spinta a sinistra che si manifesta nel nostro paese. Il Prc avanza con le lotte e questa avanzata può andare molto più in là nel prossimo futuro.

Proprio per questo il dibattito che si apre nel partito è di importanza decisiva. La posizione di chi dice “poiché vinciamo, la linea è giusta” può convincere solo chi si limiti a restare alla superficie dei problemi.

Durante la campagna elettorale abbiamo sentito più di una volta ricordare il ventesimo anniversario della morte di Berlinguer. Cogliamo allora l’occasione per dire che il Pci proprio sotto la segreteria di Berlunguer colse i suoi maggiori successi elettorali nel 1975-76, sull’onda della radicalizzazione cominciata in Italia dopo il ’68. Eppure quei trionfi vennero dissipati dalla politica disastrosa del “compromesso storico”, dell’alleanza con la Democrazia cristiana, che sacrificò le ragioni della classe operaia sull’altare della “solidarietà nazionale” e aprì una lunga fase di sconfitte, una fase che significò la dispersione di una e più generazioni di militanti e un arretramento drammatico per i lavoratori.

Più modestamente e più vicino nel tempo, possiamo anche ricordare il successo elettorale del Prc nel 1996: l’8,6 per cento con oltre tre milioni di voti, che venne disperso dalla scelta dell’alleanza con l’Ulivo nel primo governo Prodi (1996-98); un’esperienza disastrosa che vide l’applicazione di una serie di misure antipopolari da parte del governo dell’Ulivo e una dura sconfitta politica per il nostro partito culminata nella scissione del 1998.

Queste esperienze ci ricordano che non basta raccogliere i voti, una politica scorretta può vanificare il più brillante dei risultati elettorali. Da questo punto di vista è decisivo innanzitutto interpretare correttamente il significato di questo voto e le prospettive che esso apre.

Il voto di giugno parla chiaro: è un voto che va verso sinistra, che nei fatti smentisce la linea di Prodi, Fassino, D’Alema e compagnia, ossia la linea dell’alleanza col centro, della rincorsa al fantomatico “elettorato moderato”. Lo confermano i principali dati elettorali: la crescita delle forze a sinistra del “listone” ulivista (Prc, Comunisti italiani, Verdi) e la sconfitta dei partiti di centro, in particolare della Margherita, che nelle elezioni amministrative viene sistematicamente surclassata dai Ds, per non parlare dell’Udeur di Mastella, che praticamente scompare.

Scavare nelle contraddizioni dell’Ulivo

A nostro avviso questa è una contraddizione centrale sulla quale dobbiamo fare leva. Più volte in passato Bertinotti ha agitato la parola d’ordine della rottura al centro. Ci pare paradossale che questa parola d’ordine fondamentale venga abbandonata proprio ora che le contraddizioni dell’Ulivo emergono con maggiore chiarezza. Il risultato del listone dell’Ulivo è stato modesto, al punto che non solo ora nessuno parla più seriamente di fare un unico partito (lo stesso Prodi dopo aver richiesto la convocazione a breve termine di una costituente per accelerare la formazione del nuovo partito, ripiega ora su una più modesta proposta federativa), ma è addirittura in discussione che alle prossime elezioni regionali i partiti dell’Ulivo si presentino sotto lo stesso simbolo. Il risultato deludente del listone riaccende il dibattito interno ai Ds, dove la sinistra interna riafferma la sua opposizione al partito unico ulivista; è presumibile inoltre che più di uno fra i dirigenti diessini, anche della maggioranza, si domandi se ha senso insistere su una linea fallimentare che fa sparire il simbolo dei Ds proprio mentre la loro base dimostra di volerli tornare a votare.

Le contraddizioni che lacerano il centrosinistra non sono casuali, né dipendono unicamente da lotte di poltrone e di potere: sono la conseguenza di diverse pressioni di classe. Il voto conferma una volta di più che, per quanto il vertice Ds si sia spostato a destra in questi anni, un settore decisivo dei lavoratori organizzati continua a considerarlo come il proprio partito e considera innaturale la scelta di andarlo a sciogliere in un fantomatico partito democratico guidato da Prodi. Anzi, quando i Ds si presentano con dirigenti che vengono identificati come più a sinistra (con quanta ragione poi è un’altra questione), non solo entusiasmano la propria base, ma addirittura esercitano un forte richiamo sull’elettorato potenziale del Prc, come si vede dai risultati al comune di Bologna, dove il Prc prende un voto significativamente minore che alle europee. Questi dati ci dicono che la base dei Ds è stata influenzata dalle mobilitazioni di questi anni, e d’altra parte non potrebbe essere altrimenti: i Ds restano un partito di massa, con innumerevoli legami fra il proletariato in particolare attraverso la Cgil, ma non solo. Quando milioni di lavoratori, di giovani, di pensionati, sono toccati da un processo di risveglio e mobilitazione come è avvenuto in questi anni alla lunga questo non può non riflettersi anche nella vita interna di tale organizzazione: per quanto venga mediata, distorta e sterilizzata dall’apparato dirigente, la spinta a sinistra che si sviluppa a livello di massa comincia ad esprimersi per l’appunto anche nei Ds.

Una nuova concertazione?

Dall’altra parte, la borghesia preme nella direzione opposta. Il padronato italiano vede Berlusconi “bollito” e vede anche la voglia di lottare che cresce nella classe operaia; la vicenda di Melfi ha rilanciato con grande forza quanto già si era visto negli scioperi degli autoferrotranvieri, dei siderurgici, dell’Alitalia, ecc. Soprattutto i padroni sanno che la situazione economica italiana non concede margini di manovra e che dovranno tornare ad affondare il colpo. Pertanto, pur apprestandosi a cogliere tutto quello che Berlusconi può ancora offrigli (a partire dalla controriforma delle pensioni) si preparano a nuovi scenari politici e Montezemolo, neo presidente di Confindustria, si spreca in dichiarazioni in favore della concertazione e del “dialogo sociale”. Una cosa però sono le parole, un’altra sono i fatti: la “nuova concertazione” di cui parlano non ha nulla da offrire ai lavoratori, i padroni non hanno nulla da mettere sul piatto se non nuovi sacrifici e questa nuova offensiva padronale si scontrerà con una classe operaia già risvegliata. Fra i lavoratori c’è la convinzione sempre più diffusa che sia l’ora di passare alla controffensiva e di riprendersi quello che è stato perso negli anni passati. Le lotte vittoriose, incoraggiano questo stato d’animo che verrà ulteriormente rafforzato dalle sconfitte elettorali di Berlusconi.

In conclusione, la prospettiva che si prepara non è il “rompete le righe” delle mobilitazioni e il rientro nei ranghi sotto la bacchetta di Prodi e compagnia. Al contrario, tutto fa pensare che siamo solo alle prime battute di una nuova fase ascendente nella lotta di classe che segnerà i prossimi anni.

L’Ulivo e i Ds saranno fortemente lacerati dallo scontro di classe che si prepara nel paese. Il compito dei comunisti è quello di lavorare per approfondire queste divisioni, di inserirsi nelle contraddizioni crescenti del centrosinistra: il nostro obiettivo fondamentale oggi è lottare per rompere la subordinazione della sinistra al centro, dei lavoratori organizzati a quei partiti e quelle forze che rappresentano direttamente interessi borghesi all’interno dell’Ulivo e per questa via allargare le divisioni all’interno degli stessi Ds.

La proposta avanzata da Bertinotti nella Direzione nazionale del Prc (16 giugno) va nella direzione opposta: aprire una trattativa col centrosinistra sul programma, senza mettere in discussione in nessun modo né la composizione dell’alleanza, né la sua direzione. Bertinotti parla infatti di “un confronto esclusivamente programmatico che lascia aperto un confronto e una competizione sul progetto strategico di società”. Ci pare una scelta radicalmente sbagliata, che rinuncia a dare battaglia sul punto centrale: quei milioni di voti che vanno a sinistra devono essere subordinati alla linea di Prodi o al contrario sono l’occasione per avanzare un programma che rifletta le esigenze e gli interessi dei lavoratori, così come già le vediamo esprimersi (almeno in forma embrionale) nelle lotte di questi mesi?

Ancora due parole sul “caso D’Erme”

Il Prc può avanzare rapidamente se saprà trovare una reale sintonia con la radicalizzazione che matura a livello di massa, se saprà rifiutare di diventare una rotella nel complesso ingranaggio che vuole incanalare questa spinta a sinistra e farla impantanare nelle paludi del centrosinistra. Ma per questo è necessaria non solo una difesa intransigente dell’indipendenza di classe, che rifiuti la subordinazione al centrosinistra. È necessario anche aprire una battaglia a tutto campo per una trasformazione della vita interna del partito e per un orientamento sistematico e quotidiano verso il movimento operaio.

Per anni si è indebolito sistematicamente questo fronte, irridendo coloro (fra cui chi scrive) che insistevano sull’importanza vitale del radicamento del partito e delle sue strutture; le teorie sul “nuovo movimento operaio”, sul superamento della “concezione novecentesca del partito d’avanguardia” hanno prodotto disastri che non possono essere nascosti neppure dal buon risultato elettorale. La linea di Bertinotti ha portato a sostituire l’intervento nelle lotte di massa con la costruzione di rapporti diplomatici con i vari leader e leaderini; il “caso D’Erme” è un’illustrazione da manuale dell’erroneità di questa politica. Il rapporto fra il Prc e i Disobbedienti è stato strumentale fin dall’inizio da entrambe le parti. Pochi mesi fa per esempio Guido Lutrario, dirigente dei disobbedienti romani, avanzava l’idea che fosse l’ora di sciogliere il Prc. La spinta “antipartito” di questi settori naturalmente non ha impedito loro di accettare candidature e cariche elettive a vari livelli nelle file del Prc. Da parte del gruppo dirigente del partito, d’altra parte, era altrettanto evidente (almeno per chi aveva gli occhi aperti e rifiutava di lasciarsi coinvolgere nella generale sbornia “disobbediente”) come si trattasse di un accordo senza reali basi di principio. Il tutto mascherato da baci e abbracci a volontà fra i dirigenti del Prc e i capi disobbedienti.

Quando poi i nodi arrivano al pettine e l’abbraccio rischia di diventare soffocante, allora ecco le rotture a catena: prima con Casarini, ora con D’Erme. Si tratta di una sconfitta politica della linea seguita fino a ieri dalla maggioranza del Prc.

Quel che è peggio è che non si trae nessuna lezione da questa esperienza. Ieri si corteggiavano i leader disobbedienti, oggi magari si cantano le lodi dei dirigenti Fiom: cambiano i protagonisti, ma il metodo è sempre lo stesso ed è altrettanto sbagliato. Legare il partito alle lotte di massa non significa ballare il minuetto con i “capi”, ma costruire un rapporto franco, onesto, di lotta e di solidarietà con i veri protagonisti delle mobilitazioni, e questo vale tanto al G8 di Genova come nelle lotte operaie. Un rapporto nel quale siano chiare le posizioni di ciascuno, nel quale ognuno parli apertamente con la propria voce e le diverse posizioni si confrontino sul campo, sotto gli occhi di tutti.

E invece Bertinotti ripropone l’ennesima “costituente della sinistra d’alternativa”, ossia l’ennesimo calderone nel quale tutti dicono di andare d’amore e d’accordo… fino a quando non finisce in lacrime, rotture e recriminazioni reciproche.

Il Prc può uscire dal vicolo cieco in cui era entrato, ma perché la svolta si realizzi è necessario che si faccia sentire forte la voce di chi vede in un partito comunista non uno strumento elettoralistico, non un’appendice più o meno radicale di una coalizione come il centrosinistra, ma un partito che sappia porsi al centro della lotta di classe e lotti instancabilmente per conquistare alla prospettiva rivoluzionaria quelle migliaia di lavoratori e di giovani che stanno entrando impetuosamente sulla scena politica. Per la prima volta dagli anni ’70 vediamo con chiarezza gli elementi più attivi e coscienti di una intera generazione che cercano una prospettiva di cambiamento sociale, che possono mettere al centro della loro vita la militanza e la lotta per una società diversa. È innanzitutto nostra responsabilità andare incontro a questo movimento e proporre apertamente la prospettiva comunista. È questa la voce che vogliamo portare nel dibattito che si apre ora nel Prc.