Speciale 4° Congresso - Falcemartello

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Prc Dopo la rottura con Prodi è necessaria una rifondazione rivoluzionaria

Il 4º congresso del Prc si svolge probabilmente nelle condizioni più difficili dalla nascita del partito. L’attacco che abbiamo subìto dopo la rottura con il governo Prodi, la scissione di Cossutta, la necessità di ridiscutere l’insieme della strategia applicata dopo il 3º congresso del 1996… tutti questi elementi fanno affollare tante domande nella riflessione dei militanti. Dalla capacità di dare risposte a queste domande si misurerà non solo il successo o meno del congresso, ma anche il futuro del partito.

Con questo testo vogliamo contribuire a questa riflessione collettiva, analizzando le risposte e le analisi contenute nel documento proposto da Bertinotti e dalla maggioranza del Comitato politico nazionale.

In primo luogo, non è una banalità domandarsi perché si convoca un congresso straordinario. La linea seguita finora è da cambiare o no? Se sì, in quali punti? Si tratta di un semplice aggiustamento parziale? (ma allora, perché un congresso straordinario?) Qual’è la valutazione che facciamo degli esiti della linea decisa al congresso del 1996?

Per quanto possa sembrare strano, gran parte di queste domande non trova una risposta precisa nel documento di Bertinotti. La valutazione che facciamo, e che fà il documento alternativo che sosteniamo, è che il partito esce da una severa sconfitta politica. Di più, pensiamo che questa sconfitta non sia stata principalmente determinata da fattori oggettivi, ma che in larga parte dipenda da scelte scorrette fatte nel passato. Forse non si considera questo un argomento interessante, dal momento che nel testo non si spende una parola su questo tema.

Eppure crediamo che il partito abbia il diritto di conoscere l’opinione del gruppo dirigente su questo argomento non secondario.

Da Prodi a D’Alema

Nel documento e in generale nella propaganda attuale del partito si tenta di descrivere l’attuale governo D’Alema come qualitativamente diverso dal governo Prodi. "La svolta riformatrice – si afferma – si imponeva e si impone per fronteggiare i processi di crisi in atto e il peggioramento consistente delle condizioni di vita delle masse. Ma (…) non ha potuto affermarsi perché è prevalsa, in particolare negli ultimi mesi della durata del governo Prodi, una scelta contraria, di tipo moderato". Ci pare che questo argomento non trovi conferma se analizziamo il reale corso degli avvenimenti. Quando sarebbero cominciati questi "ultimi mesi" del governo Prodi? Forse nell’estate del 1998, quando si è inziata a delineare la nostra rottura? O forse già nella primavera, quando le promesse truffaldine sulle 35 ore sono state tramutate in un disegno di legge del tutto inconsistente e persino vantaggioso per i padroni? O forse dobbiamo andare un po’ più indietro, alla primavera del 1997 con l’approvazione del pacchetto Treu e dei contratti d’area? O magari la "scelta moderata" avrebbe prevalso già all’epoca dell’intervento militare in Albania? O forse già dalla prima finanziaria del 1996, quella dei 63mila miliardi e delle grandi privatizzazioni? La realtà è che non vi è mai stata in campo un’altra politica da quella che abbiamo visto, cioè una politica filopadronale, in cui l’unico oggetto di mediazione, sia col Prc che con il sindacato, sono stati i tempi e i modi di applicazione, ma mai i contenuti.

La realtà è che la differenza che si tenta di tracciare fra Prodi e D’Alema non è che una giustificazione a posteriori del passaggio all’opposizione del partito. La prova più evidente di quanto diciamo si vede dal fatto che D’Alema non ha avuto bisogno di rimettere in discussione nessuna delle misure prese sotto il governo Prodi; ne ha assunto integralmente la legge finanziaria, e ha continuato a muoversi nella linea indicata dal suo predecessore: privatizzazioni, liberalizzazioni, parità scolastica, ecc.

Il documento afferma: "Erano possibili altre soluzioni, quella del ritiro della legge finanziaria del governo Prodi e di una ridiscussione del programma di governo fra le forze del centrosinistra e Rifondazione comunista, o quella della nascita di un governo tecnico, di "decantazione", la cui durata fosse segnata dalle note scadenze politico istituzionali, come l’elezione del Presidente della Repubblica". No, compagni, non erano possibili "altre soluzioni", se non soluzioni addirittura peggiori dell’attuale, se consideriamo che sotto i "governi tecnici", da Amato, a Ciampi, a Dini, sono stati portati avanti i peggiori attacchi ai lavoratori in tutto questo decennio.

Il ruolo della socialdemocrazia in Italia e in Europa

Cercheremmo invano nel documento di Bertinotti una spiegazione del perchè abbiano prevalso, nei Ds e nel centrosinistra, "scelte moderate", anziché scelte "riformatrici"; parrebbe quasi si tratti della semplice volontà di un D’Alema.

L’analisi che si propone è la seguente: in Europa esiste una sinistra liberale (Blair) e una sinistra "di tipo neosocialdemocratico" (Jospin); D’Alema ha "scelto" (ancora una volta!) la prima, e questo rende inevitabile la nostra collocazione all’opposizione.

Non vogliamo affatto negare che esistano differenze fra i vari partiti della sinistra in Europa, così come esistono all’interno di ognuno di questi singoli partiti. Ma i confini non sono affatto quelli tracciati da Bertinotti. Le oscillazioni a destra e a sinistra dei partiti riformisti non dipendono dalla "volontà" o dalle "scelte" dei loro dirigenti, e soprattutto non sono affatto determinate una volta per sempre. Il partito laburista, che oggi è senza dubbio uno dei più spostati a destra, in passato fu uno dei partiti socialdemocratici più permeabili da posizioni di sinistra; viceversa, il partito socialista francese, che oggi viene accreditato come rappresentante di una sorta di "sinistra" socialdemocratica, lungo gli anni ’80 è stato uno dei bastioni dell’ordine non solo in Francia, ma in Europa. Questi sono solo due esempi fra i tanti, che dimostrano come le differenze fra i vari partiti riformisti, per quanto importantissime nello stabilire la nostra tattica, non hanno affatto un valore di principio, e che facilmente su questo terreno una posizione può trasformarsi nel suo contrario.

Dovremmo domandarci quali sono i motivi di queste differenze, e se lasciamo da parte argomenti poco scientifici come la "volontà" dei loro dirigenti, non possiamo che concludere che queste derivano dalla diversa situazione del movimento operaio nelle diverse epoche e nei diversi paesi. Solo se comprendiamo la portata del movimento francese del 1995 possiamo capire da un lato perché il Psf ha potuto tornare così rapidamente al governo, mentre ancora pochi mesi prima veniva considerato un partito allo sbando, e dall’altro perché un gruppo dirigente senza differenze fondamentali con quello di Blair, o di D’Alema, abbia potuto passare per qualcosa di qualitativamente diverso.

D’altra parte, la "diversità" francese si sta rapidamente offuscando: le promesse e le speranze riposte in Jospin sono in parte evaporate di fronte alla realtà della sua politica: una legge sulle 35 ore che sta aumentando la flessibilità a dismisura senza intaccare seriamente la disoccupazione, proposte di controriforme pensionistiche, inseguimento della destra sul terreno dell’"ordine pubblico", ecc. Come stupirci se i sondaggi, confermando la sconfitta elettorale subìta dalla sinistra nelle elezioni regionali in primavera, cominciano a indicare la destra in rimonta e Chirac come vincente contro Jospin nelle prossime presidenziali? È chiaro che senza un nuovo e più forte intervento dei lavoratori sulla scena politica francese ed europea, il governo Jospin rischia la stessa fine ingloriosa dei governi socialisti degli anni ’80, o dello stesso governo Prodi.

Crisi o stabilità del governo D’Alema?

D’Alema comincia dove Prodi ha finito. Questo significa che il suo governo porta in sè gran parte dei fattori di crisi che portava il suo predecessore. Il "riformismo senza riforme", o per essere più precisi, una politica di controriforme applicata sotto un etichetta di sinistra, ha portato Prodi a cadere. Non c’è motivo di credere che la stessa dinamica non giunga, nella prossima fase, a mettere in difficoltà lo stesso D’Alema.

"Dal punto di vista sociale – spiega correttamente il documento – la Confindustria da un lato e le Organizzazioni sindacali confederali dall’altro sono i principali pilastri che sostengono questo patto e lo praticano attraverso la concertazione allargata e la ricerca del patto sociale".

La domanda da porsi è quindi se questo patto abbia la possibilità di durare a lungo.

La risposta deve tenere conto di molti fattori, ma non vi è dubbio che quello decisivo siano le condizioni economiche in Italia e a livello internazionale. Su questo terreno appare ormai sempre più chiaro che i margini di manovra andranno restringendosi di più.

Il riformismo non ha basi economiche

Il 1999 sarà un anno di difficoltà economiche a livello internazionale, difficoltà che si ripercuoteranno in modo particolare sull’economia italiana che continua a essere uno degli anelli deboli dell’Unione europea, come dimostra anche la crescita rachitica (circa +1,5% del Pil) del 1998.

Nell’economia e nella finanza mondiale i problemi si stanno accumulando senza che nessuno abbia le forze, cioè i mezzi, per dare una soluzione. La crisi economica che cominciata in Asia non è affatto terminata, al contrario: l’onda non fa che spostarsi da un punto all’altro del pianeta, dalla Thailandia alla Malesia, all’Indonesia, alla Corea, alla Russia, al Sudamerica, al Sudafrica… dietro all’onda del panico finanziario arrivano la crisi sociale, le ristrutturazioni, e i primi lampi delle rivoluzioni e delle guerre civili (Malesia, Indonesia) che ne saranno a lungo termine la conseguenza.

Nel 1998 l’intervento deciso, e quasi disperato, della banca centrale Usa e degli altri paesi imperialisti ha evitato che il crollo delle borse si trasformasse in un vero e proprio crack finanziario. Ma i problemi sono solo rimandati. Gli Stati si accollano le perdite del sistema finanziario, come vediamo in Usa con il salvataggio con soldi pubblici dei fondi speculativi, e in Giappone, con la nazionalizzazione di fatto di gran parte del sistema bancario in crisi. Nel prendere queste misure d’emergenza, i governi di tutto il mondo stanno gettando a mare la loro fede nelle politiche liberiste e tentano di rinverdire le glorie dell’intervento statale proponendo un keynesismo in scala ridotta. Ma tutto questo non risolve nulla, al contrario: non fa che legare più strettamente fra loro tutti i protagonisti del mercato, rendendo così inevitabile ogni tipo di "contagio" una volta che le crisi vengono a galla.

Il 1999 sarà con ogni probabilità l’anno nel quale verranno messi alla prova i due colossi principali contro cui l’anno scorso si è arrestata l’onda della crisi, e cioè la Cina e il Giappone. I dati disponibili oggi dicono che sarà estremamente difficile per entrambi cavarsela senza danni: entrambe le monete potrebbero venire svalutate, con conseguenze incalcolabili, se si considera che il Giappone è stato negli ultimi 15 anni la rete di salvataggio della finanza mondiale, compresa quella degli Usa. Le conseguenze politiche saranno altrettanto enormi, e non è un caso che la classe dominante giapponese si stia dedicando freneticamente a costruirsi nuovi strumenti politici nella previsione che il Partito Liberaldemocratico, la "Dc giapponese", possa frantumarsi e sparire di scena nel prossimo periodo.

Solo se si guarda a queste grandi correnti di crisi dell’economia mondiale si può capire l’instabilità politica che con un ritmo più o meno veloce, colpisce tutti i regimi del mondo.

Il neokeynesismo è una risposta?

Di fronte a questo, il documento dà due risposte completamente contraddittorie. Infatti da un lato si afferma, correttamente, che oggi non vi sono più i margini per un "riformismo redistributivo"; dall’altro lato, però, si trae una conclusione opposta alle premesse, dando una adesione dichiarata alle politiche neokeynesiane che oggi cominciano ad essere avanzate da più parti: "Le posizioni che cercano di coniugare una politica di spesa pubblica di tipo neokeynesiano con l’introduzione di elementi di modificazione concreta del modello di sviluppo, grazie ad un intervento di indirizzo e di controllo dello Stato e di intervento pubblico orientato verso settori innovativi, legati alla produzione di beni di pubblica utilità anziché i merci tradizionali, appaiono nel contesto europeo ancora minoritarie, anche se una serie crescente di movimenti sociali e di forze politiche, fra cui la nostra, le stanno facendo proprie".

Ci pare che in questa posizione sia contenuto uno degli errori fondamentali del documento. Oggi le politiche keynesiane non hanno alcuna possibilità di successi significativi nella lotta contro gli effetti della crisi. In primo luogo, perché sia gli Stati (soprattutto in Europa e in particolare in Italia) che le imprese e le famiglie sono sommersi da pesantissimi debiti che non permetteranno grandi investimenti pubblici. Il Giappone, che è il paese che più ha introdotto capitali nell’economia (opere pubbliche, ecc.) è riuscito in un decennio a far aumentare il proprio debito pubblico dal 40 al 100% del Pil, con un deficit annuo del 10%, pari cioè a quello dell’Italia nei momenti peggiori. Questa iniezione di fondi non ha impedito a quel paese di precipitare in una crisi profonda, la peggiore da 50 anni.

Il keynesismo ha avuto un ruolo di stimolo all’economia negli anni ‘50-’70, quando il capitalismo era in un ciclo di boom che aveva altre cause; finito il boom, il keynesismo produsse solo inflazione e indebitamento. Fu proprio questa la causa del suo abbandono e del sorgere del monetarismo.

A lungo andare, quello che è decisivo su scala mondiale non è quale politica economica adotta il capitalismo: nelle condizioni odierne, monetarismo e keynesismo non sono altro che sue strade per arrivare allo stesso disastro.

In secondo luogo, è un’utopia pensare che se la borghesia deciderà, come è probabile, di allentare un po’ i cordoni della spesa per ridare fiato all’economia, questo possa essere in gran parte orientato a spese sociali. La parte del leone la faranno le opere pubbliche parassitarie, in parte le infrastrutture, le spese militari, gli incentivi al consumo del tipo di quelli concessi sulle auto, in una parola misure che oltre ad aumentare la domanda di mercato costituiscono un aiuto diretto alle imprese.

Crisi nei rapporti internazionali

Nel lungo termine i presupposti della pace sociale sono gli stessi della pace fra le nazioni: crescita economica, margini di profitto crescenti che possano soddisfare almeno in parte gli appetiti di tutti.

Cosa vediamo invece oggi? In tutti i settori dell’economia c’è una enorme sovrapproduzione, capacità produttiva che non trova sbocchi, che porta a guerre commerciali più o meno striscianti; il cosiddetto terzo mondo viene sottoposto a uno sfruttamento selvaggio, sia attraverso il debito, che attraverso il commercio mondiale e il ribasso dei prezzo delle materie prime, sia infine attraverso le "ricette" del Fmi e l’oppressione militare diretta. Paesi come l’Argentina, il Venezuela, o alcuni fra i paesi arabi, che in passato sembravano essere riusciti ad imboccare la via dello sviluppo vengono ricacciati nel caos.

Al tempo stesso, il crollo dell’Urss ha fatto sì che vengano sempre più allo scoperto gli antagonismi fra i paesi imperialisti per la spartizione dei mercati e delle risorse.

In questa situazione appare più scorretto che mai ogni tentativo di dipingere l’Onu (sia pure "riformata", come auspica Bertinotti), come possibile risolutore e mediatore dei conflitti internazionali.

Neppure in passato si può dire che l’Onu abbia costituito qualcosa di simile: basti ricordare che alcune delle peggiori imprese dell’imperialismo sono state condotte sotto la sua bandiera: la guerra del Golfo del 1991, l’intervento nei Balcani, in Somalia, ecc.

Ci sembra del tutto fuorviante parlare, come fa il documento, di un "polo unico mondiale" in via di formazione. È certamente vero che gli Usa giocano più che mai il ruolo di gendarme mondiale, e che in questa veste adottano la più rivoltante delle ipocrisie. Ma la caratteristica fondamentale della prossima epoca sarà l’emergere di nuovi pretendenti al ruolo di sfidanti degli Usa, dapprima a livello locale, e poi anche su scala mondiale.

Le divisioni fra Europa e Usa riguardo all’Irak, o a Cuba, o ai paesi africani, non sono altro che un tentativo dei paesi europei (esclusa per ora la Gran Bretagna) di tracciare una propria politica indipendente nel mondo ex coloniale, di ritagliarsi una fetta maggiore di reddito dallo sfruttamento di quei paesi.

In tutto il documento di maggioranza non si spende neanche una riga a proposito dell’Euro e dei progetti della borghesia europea in campo internazionale.

A questo proposito vorremmo fare a Bertinotti una domanda: esiste o non esiste oggi un imperialismo "europeo", che tenta di rilanciarsi nel mondo come potenza economica, diplomatica e militare? Denunciare il ruolo degli Usa è ovviamente giusto, ma altrettanto giusto ci pare denunciare il ruolo dei padroni "di casa nostra", tanto più se tentano di nascondere le loro ambizioni sotto una propaganda umanitaria o addirittura "pacifista".

Lo scenario al quale dobbiamo prepararci, quindi, non è quello di una lotta fra una problematica "Onu riformata" e il "polo unico mondiale", ma quello di una lotta reciproca fra i paesi imperialisti (naturalmente sempre condotta in nome della democrazia, della libertà, dei diritti dei popoli, ci mancherebbe altro!) e di tutti questi contro l’insieme del mondo ex coloniale. Una lotta sia economica, sia diplomatica, sia condotta attraverso guerre "per procura".

Ci pare quindi indispensabile che il Prc non si limiti ad rivendicare l’uscita dalla Nato, ma denunci e si opponga anche ai tentativi di formare forze militari europee, e denunci con forza l’ipocrisia dei vertici del Pds, per i quali qualsiasi impresa coloniale è legittima, purché sia approvata dall’Onu.

Crisi della democrazia

È proprio in questi processi di fondo dell’economia e dei rapporti internazionali che troviamo anche la spiegazione di uno degli aspetti più trattati dal documento di Bertinotti, quella che viene definita la "malattia" della democrazia.

Questa malattia viene efficacemente descritta, ma manca del tutto una spiegazione delle sue cause. In primo luogo, non ci sembra di dire uno sproposito se sottolineiamo che una democrazia "pura", priva di aggettivi, non esiste per i comunisti; dovremmo quindi parlare più scientificamente di "crisi della democrazia borghese", o parlamentare.

La democrazia idealizzata che il documento di maggioranza evoca tra le righe non è mai esistita. La storia italiana di questo secolo basta a dimostrarlo. Dal dopoguerra abbiamo visto periodi di reazione aperta dal 1948 e per tutti gli anni ’50, con la discriminazione anticomunista, la nascita di cospirazioni come Gladio, la repressione dell’epoca di Scelba. Gli anni ’60 si sono aperti con il governo Tambroni con la partecipazione del Msi e si sono chiusi con la scoperta del progetto golpista del generale De Lorenzo e con Piazza Fontana. Gli anni ’70 sono stati gli anni delle stragi, delle leggi speciali, ecc. La concertazione che Bertinotti giustamente denuncia, non è forse nata nel 1977? Gli anni ’80, segnati dal riflusso delle lotte operaie, hanno visto la massima fioritura di tangentopoli e sono finiti con le modifiche antidemocratiche alle leggi elettorali; degli anni ’90 non è necessario parlare…

Questa è la reale "democrazia", cioè un sistema che combina l’inganno, la frode, la corruzione e la violenza aperta a tutela dei diritti della classe capitalista, la quale in qualsiasi regime, per quanto democratico, mantiene il controllo assoluto dei vertici della burocrazia statale, delle forze armate, dei mezzi di comunicazione, della cultura, della scuola, della chiesa, ecc.

Le vere esigenze delle masse in questo sistema si sono potute far sentire (e sempre in forma attenuata e distorta) solo nei momenti di massima mobilitazione come i primi anni ’70. Ma quei momenti costituiscono l’eccezione, non la regola, e non sono altro che tregue che il capitalismo concede facendo le riforme, per creare condizioni più favorevoli e tornare al contrattacco in un secondo tempo.

Detto tutto questo, è chiaro tuttavia che la democrazia parlamentare vede in Italia una crisi crescente delle sue istituzioni, e un ulteriore arretramento dei diritti democratici, a partire dalle leggi elettorali sempre più maggioritarie.

Il fatto è che la democrazia per reggersi ha bisogno di forze sociali sulle quali appoggiarsi.

In questo secolo la democrazia borghese ha avuto basi stabili solo ed esclusivamente nei periodi di ascesa economica, di riforme sociali e di compromesso di classe. In tutti gli altri periodi, la democrazia è stata in crisi, e ha dovuto lasciare il passo o a movimenti rivoluzionari, o a regimi autoritari (fascismo, nazismo, franchismo); in queste condizioni la democrazia parlamentare sopravviveva, non senza difficoltà, solo nei paesi imperialisti più ricchi.

La crisi odierna della democrazia parlmentare, quindi, non dipende affatto dalla "globalizzazione", o dalle innovazioni tecnologiche, o dalla"americanizzazione", qualsiasi cosa voglia dire. La crisi della democrazia è innanzitutto la crisi del compromesso sociale, la fine delle riforme, e quindi la crisi di tutti quei partiti che delle riforme e del compromesso sociale hanno fatto il centro della loro politica.

Oggi i due pilastri fondamentali del parlamentarismo sono indeboliti. Vacilla la piccola borghesia, perché il ristagno dell’economia la mette in condizioni sempre più difficili, schiacciata com’è dalla concorrenza del grande capitale (vedi ad esempio quello che avviene nel settore commerciale); vacilla anche la "burocrazia operaia", perché non esistono i margini per riforme di grande respiro, simili a quelle dei primi anni ’70.

Ecco perché crolla e si frantuma il "centro" politico, e non solo in Italia. Ecco perché anche dove vanno al potere i partiti socialisti non hanno una crescita significativa di iscritti, di voti, ecc. Ecco perché nonostante tutte le leggi elettorali continuerà la frantumazione e la crisi strisciante di tutti i partiti parlamentari. Ecco perché, infine, emergono tendenze autoritarie, bonapartiste, populiste che minacciano di prendere il posto dei vecchi partiti "equilibrati e responsabili".

La lotta per l’egemonia a sinistra

La partecipazione dei partiti socialdemocratici al governo ha temporaneamente rallentato questi processi, ma il risultato inevitabile sarà una crisi di questi governi e dell’egemonia dei riformisti sulle masse. L’instabilità politica apparentemente scongiurata, riemergerà con forza raddoppiata, e assisteremo a rapidi cambiamenti della scena politica. Uno degli indizi di quanto si prepara lo vediamo precisamente nella situazione dei partiti socialdemocratici. La partecipazione al governo sta logorando queste organizzazioni in un tempo relativamente breve. Dalla nascita del governo Prodi, il Pds avrebbe perso circa 200mila iscritti: i suoi stessi dirigenti denunciano lo svuotamento del partito, la scomparsa della militanza e il ridursi dell’organizzazione alla semplice somma dei rappresentanti nelle istituzioni; i risultati elettorali sono modesti, se non addirittura drammatici, l’Unità è in crisi nera. Ma cose simili si possono vedere in Europa: il governo Blair vede una crisi da "questione morale" ai suoi vertici, il Francia i socialisti hanno avuto una sconfitta elettorale nelle elezioni regionali. A un ritmo più o meno rapido, questa crisi strisciante si estenderà anche all’Spd tedesca, e a un certo punto esploderà in superficie. Dipende anche dal nostro ruolo il fatto che questa crisi che si prepara vada a sfociare in uno sbocco populista di destra, o possa invece portare ad una ripresa della mobilitazione indipendente dei lavoratori, che riprenda il filo interrotto delle lotte del 1994 in Italia e del 1995 in Francia.

Perché questo avvenga, è necessaria non solo una completa indipendenza politica del nostro partito dal centrosinistra, non solo una proposta programmatica chiara, ma anche la capacità di elaborare una tattica e una capacità di radicamento, senza le quali è impossibile orientare le masse una volta che queste si mettono in movimento.

La tattica che propone Bertinotti, al contrario, è esattamente immutata rispetto al 1996: riallacciare i rapporti con le forze "del 21 aprile 1996", cioè col centrosinistra senza Udr, oggi per le giunte locali, domani per il presidente della repubblica, e dopodomani, se ve ne saranno le condizioni, per il governo. "Il terreno dell’unità, nelle nuove condizioni, va quindi riconquistato, (…) cercando quindi di costruire, ovunque è possibile, alleanze elettorali, basate su intese programmatiche, con le forze del centrosinistra – intendendo quelle forze che, assieme al Prc, sconfissero le destre nelle elezioni del 21 aprile 1996 – nelle prossime scadenze di elezioni amministrative, o riaffermando la nostra piena disponibilità ad intese con quello stesso schieramento per l’elezione di un Presidente della Repubblica con inequivocabili caratteristiche democratiche e grande sensibilità ai problemi sociali del nostro tempo". Pare quasi che in questi tre anni non sia successo nulla! Non una parola sui risultati dell’alleanza col centrosinistra in giunte come Roma, dove vediamo il partito in una giunta che persino Cofferati è costretto ad attaccare per la questione dei cantieri del Giubileo e la relativa esplosione di lavoro nero.

Ancora una volta, nessun bilancio, nessuna valutazione critica del passato, niente di niente. Ma allora cosa rimane dell’affermazione contenuta all’inizio secondo la quale la rottura con Prodi equivale a una "seconda rifondazione" del Partito?

Il sindacato e la lotta per l’egemonia

Così come sul terreno politico viene riproposta la posizione del 1996, anche sul terreno sindacale non vi sono passi avanti significativi. Il dibattito sindacale del partito nella maggior parte dei casi non è che una ripetizione sempre più logora degli argomenti contrapposti dei compagni che propongono l’abbandono completo delle confederazioni da un lato e di quelli che lo rifiutano dall’altro.

Manca completamente nel documento un’analisi della situazione attuale della sinistra della Cgil, come manca un’analisi del movimento extraconfederale. Il motivo di questa mancanza è fin troppo chiaro: in primo luogo non si vuole rimettere in discussione quanto fatto nella Cgil dopo il congresso di quest’ultima.

La creazione dell’Area dei comunisti, nonostante l’impegno e le risorse profuse, è stato un obiettivo insuccesso, che ha solamente avuto come risultato quello di creare ulteriori spaccature fra i comunisti nella Cgil. Il motivo di questo fallimento è da cercare nel fatto che l’Area ha sempre assunto come priorità la difesa delle scelte politiche del partito nella maggioranza di Prodi, comprese quelle indifendibili (ad esempio il pacchetto Treu). Questo ha reso l’Area ben poco credibile quando invece assumeva posizioni più radicali, rendendola incapace di frenare lo scivolamento moderato del gruppo dirigente di Alternativa sindacale, che si è concretizzato nell’appoggio di fatto al governo contro il partito al momento della rottura con Prodi.

La costruzione della sinistra nella Cgil rimane uno dei terreni decisivi nella lotta per l’egemonia a sinistra; nessun passo avanti serio potrà essere consolidato se non avanziamo in questo campo. Ma per avanzare, tante cose dovranno essere riviste, tanti metodi scorretti abbandonati.

L’unificazione tra i due settori dell’opposizione nella Cgil che oggi si propone è in sé un fatto positivo, anche se dobbiamo dire chiaramente che a causa degli errori degli ultimi anni avviene su un terreno più arretrato di quello che avevamo nel 1995-6. Una nuova opposizione, all’altezza dei compiti, potrà sorgere solo se l’afflusso di nuovi lavoratori e delegati potrà rivitalizzare una corrente che si è fortemente inariditita e burocratizzata. A sua volta questo afflusso potrà avvenire solo se abbandoneremo la logica dell’opposizione d’apparato, a corrente alternata, che non tenendo conto delle necessità reali dei lavoratori e del movimento si muove solo in base alle necessità della lotta parlamentare del partito.

Mancando qualsiasi critica del lavoro passato, il documento di Bertinotti contiene alcune frasi letteralmente sibilline: "Questa ulteriore involuzione sindacale ci pone di fronte a scelte difficili e gravi, che proprio per questo non sopportano banali semplificazioni".

Cosa significa esattamente "scelte difficili e gravi?" Uscita in massa dalla Cgil? E se non questo, che cosa? Queste frasi roboanti non spaventano certo Cofferati, ma in compenso disorientano i nostri stessi militanti, così come disorienta l’assoluta mancanza di analisi del sindacalismo extraconfederale. Limiti analoghi sono contenuti nel documento alternativo, che pure sostieniamo, per cui non ci pare fuori luogo citare un contributo emendativo che abbiamo presentato a quest’ultimo documento. "L’esperienza degli anni seguenti il 1992, che ha segnato un passaggio qualitativo nelle politiche concertative, dimostra la rottura organizzativa con Cgil-Cisl-Uil non abbia aperto la strada verso una ricostruzione "da zero" di un nuovo movimento sindacale classista. Al contrario, nonostante momenti di contestazione di massa della linea confederale (1992, 1995), il percorso delle organizzazioni extraconfederali non ha visto l’ascesa sistematica che molti ipotizzavano. È importante ribadire che il terreno sindacale è per definizione un terreno dove decisive sono le grandi masse, i milioni di lavoratori.

Il dato di questi anni, confermato dalle recenti elezioni del pubblico impiego, è che queste masse nella loro maggioranza sono rimaste organizzate sotto le sigle confederali.

Al tempo stesso il sindacalismo extraconfederale, pur avendo espresso contenuti politico-sindacali in molti casi più avanzati, ha anche messo in mostra pesanti limiti. Una parte di queste organizzazioni ha sviluppato dei micro-apparati che ripresentano, in scala ridotta, molti dei vizi dell’apparato confederale, come dimostra anche l’incessante lotta reciproca che è la causa della frammentazione estrema dell’area extraconfederale. In molti casi si è dimostrata una incapacità cronica di impostare una battaglia e dei percorsi di mobilitazione che potessero aprire un varco verso la base delle confederazioni, privilegiando un metodo concorrenziale che ha nei fatti isolato mobilitazioni che pure mostravano grandi potenzialità.

Questi limiti di tipo settario dimostrano come vi sia una diffusa incapacità nel movimento extraconfederale di riconoscere, non solo a parole, ma nei fatti, il terreno della lotta sindacale per quello che è: il campo di una contesa di massa, dove l’aver organizzato anche migliaia di attivisti d’avanguardia non garantisce affatto la possibilità di influenzare l’insieme della classe.

Il terreno decisivo sul quale ci troveremo a condurre la nostra battaglia nella prossima epoca, non sarà quindi lungo la linea che divide il sindacalismo extraconfederale dalle confederazioni, ma lungo una linea che attraversa le stesse confederazioni, e in primo luogo la Cgil.

Pur essendo coscienti che l’attuale frammentazione della presenza sindacale dei comunisti non può essere superata "per decreto", dichiariamo che solo una lotta aperta all’interno del sindacato confederale, e in primo luogo alla Cgil, può aprirci la strada per raggiungere le più ampie masse di lavoratori e sfidare così Cofferati e D’Antoni sul terreno decisivo. Una lotta che va condotta fin da subito, uscendo dalla logica d’apparato e di attesa di questo o quel dirigente "più a sinistra" (Cremaschi, Sabattini), ma rivolgendosi direttamente ai lavoratori e ai delegati. Il nostro obiettivo, quindi, è quello di portare tutti i lavoratori comunisti a combattere su questo terreno."

Il futuro del Prc

La grande maggioranza dei compagni ha vissuto la rottura con Prodi, nonostante tutte le difficoltà, come un avvenimento che poteva portare il partito a una ripresa, sottrarlo all’abbraccio mortale del governo e rimettere in moto una militanza che trovava difficoltà sempre maggiori ad esprimersi. Crediamo che questi sentimenti esprimano una valutazione corretta, che è la prova dell’istinto classista che anima il nostro partito. Tuttavia le posizioni proposteci da Bertinotti e dalla maggioranza del Cpn dimostrano che il bandolo della matassa, il filo dell’orientamento politico per uscire dalle nostre difficoltà è ancora tutto da trovare.

Il futuro del nostro partito si decide in parte anche in questo congresso. La sinistra del partito oggi non può candidarsi credibilmente alla direzione del partito stesso. Tuttavia può e deve porsi l’obiettivo non solo di raccogliere consensi nel congresso, ma anche di saper dare risposte alle domande, ai dubbi e alle richieste che oggi vengono dall’insieme dei militanti. Senza trionfalismi, senza arroganza, affermiamo che il futuro del Prc è oggi legato all’emergere al suo interno di una sinistra più forte, che sappia rimettere in discussione i temi rimossi dal documento di maggioranza, e che sappia far vivere la propria critica anche nella militanza quotidiana nel partito e fra i lavoratori. Se questo non avverrà, se il partito non troverà la strada per rimettere in discussione il passato e per tracciare una strada alternativa, la prospettiva di un ulteriore logoramento, dell’inaridimento, della perdita di radicamento e del distacco dalla classe lavoratrice rischia di diventare una realtà.

Milano, 19 gennaio 1999