Torino - Falcemartello

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Quale strada dopo la rottura con Castellani

La manifestazione del primo maggio a Torino si presentava quantomai folta: già alla partenza erano presenti circa 20mila persone. Il corteo, alla cui testa si trovavano le forze politiche della sinistra governativa e sindacale, era animato da un consistente settore aperto dallo striscione unitario del Comitato Cittadino contro la Guerra, in cui erano raggruppate le realtà politiche e sociali contrarie all’intervento all’intervento imperialista nei Balcani, Prc, l’area di Alternativa Sindacale nella Cgil, i centri sociali. Forse la maggioranza del corteo era proprio in questo spezzone.

Di fronte alla volontà di esponenti dei centri di collocare alla testa della manifestazione uno striscione di protesta nei confronti dei partiti di governo, prima i servizi d’ordine di Ds e cossuttiani, poi Carabinieri e Polizia reagivano caricando a più riprese la parte del corteo anti-guerra. Gli scontri che vedevano coinvolti loro malgrado militanti di Rc con l’assessore Alberione intenti a placare i disordini facevano solo da preludio ai gravi avvenimenti che da lì a poche ore sarebbero seguiti.

Il pomeriggio è stato infatti segnato dall’irruzione di una trentina fra carabinieri e poliziotti all’interno del Centro sociale Askatasuna, che portava alla completa devastazione dei locali e al fermo di 113 persone, e continuavano col quasi simultaneo lancio di tre bottiglie molotov contro la sede della Camera del lavoro.

Le ripercussioni politiche all’interno della giunta comunale guidata dal sindaco Castellani e all’interno della segreteria provinciale della Cgil non si facevano attendere.

In entrambi i casi erano esponenti del Prc a subire gravi attacchi, riconducibili alla volontà di normalizzazione politica attuata dal centro-sinistra, intento a far tacere le forze e i soggetti che si oppongono al conformismo imperante sul tema della guerra vista come "inevitabile contingenza" (Cofferati, D’Alema e compagnia docet).

Una rottura subìta

L’assessore al Bilancio Alberione vedeva ritirate le deleghe il lunedì seguente, durante un’animata seduta del Consiglio comunale, per avere dimostrato "scarso senso di responsabilità istituzionale" durante lo svolgimento della manifestazione. Poletto, dirigente di Alternativa Sindacale, rifiutandosi di sottoscrivere una parte del comunicato presentato dalla segreteria Cgil di solidarietà all’operato della polizia, veniva sollevato dai suoi incarichi. A questo punto il Prc si risolveva a ritirare la fiducia alla giunta Castellani e a tornare all’opposizione in Sala Rossa.

Ciò che è stato eluso, di proposito, dal dibattito del partito sulla scelta di rompere con la maggioranza del centrosinistra, sono le corrette motivazioni che avrebbero dovuto portare a un simile passo: quelle riguardanti la politica amministrativa attuata nei due anni trascorsi dal Prc in piena e organica compartecipazione alle nefandezze partorite dalla giunta comunale. Una giunta e un sindaco gradito ai cosiddetti "poteri forti" che qui a Torino sono gli Agnelli e la Fiat. Quando il Prc poteva costituire un ostacolo per futuri progetti (privatizzazioni, Alta Velocità, Torino 2006) si è deciso di scaricarlo.

Si fugge un bilancio doveroso e quantomai opportuno per comprendere cosa deve essere effettivamente il Prc e quali prospettive abbia di fronte la nostra azione nel quotidiano.

Infatti, tacendo sul ruolo svolto dal Prc in Consiglio comunale la rottura da parte della direzione del partito è stata motivata in primo luogo sul come si deve intendere il ruolo e il senso delle cariche istituzionali fra i consiglieri del Prc e i restanti colleghi del centro-sinistra. In secondo luogo, l’attacco rivolto ad Alberione è un attacco rivolto anche e soprattutto al Prc, la decisione del partito viene di conseguenza: "Sono loro che non ci hanno voluto, non siamo noi ad andarcene".

Come è facile evincere una crisi apertasi su questioni tutto sommato secondarie agli occhi delle grandi masse quali sono quelle sopracitate, mettono il partito in una situazione di estrema debolezza. La rottura avviene ed è imposta dalla maggioranza, il partito la subisce.

Più opportuna sarebbe stata una crisi aperta dal partito su questioni inerenti la politica amministrativa, economica e sociale del Comune, che è simile a quella del governo nazionale e di altre grandi città: ad esempio dal primo maggio sono aumentati i prezzi dei trasporti pubblici e il Prc ha votato a favore di tale provvedimento.

In questo modo avremmo potuto condizionare e gestire la crisi noi, con la possibilità di fare emergere anche le contraddizioni interne all’eterogeneo centro-sinistra: avremmo posto i Ds in una città che comunque resta operaia, di fronte al proprio elettorato a giustificare scelte antipopolari.

La rottura non basta

Il partito a Torino ha quindi deciso di spendere la sua azione nei movimenti presenti nella società, quello contro la guerra in primis, abbandonando temporaneamente gli accordi col centrosinistra. Non si compie tuttavia un’analisi approfondita della natura di classe di tali alleanze di centro-sinistra. Per le imminenti elezioni provinciali si è scelto di correre da soli al primo turno, lasciando però le porte aperte ad eventuali alleanze al secondo. Davvero l’esperienza delle scorse elezioni al Comune di Torino, dove si applicò questo medesimo schema, non ha insegnato nulla?

La scelta di passare all’opposizione è quindi pienamente condivisibile ma da sola non risolve alcun problema di radicamento del partito.

Il movimento contro la guerra di queste ultime settimane in città ha dimostrato grosse potenzialità. Migliaia di persone alle manifestazioni, assemblee con centinaia di persone Più volte i militanti del Prc, in prima linea nella costruzione del movimento, non sono riusciti a delineare con efficacia un percorso per esso. Più volte hanno prevalso le logiche spontaneiste di convocare dieci iniziative alla settimana, o, peggio, di "alzare il livello dello scontro" con le istituzioni, cavallo di battaglia di diversi centri sociali, che ha come effetto quello di fare sprofondare il livello di coscienza del movimento.

Volutamente non si è risposto alla domanda che per prima avremmo dovuto porci: chi e come può fermare la guerra.

La forza principale che può farlo è la classe lavoratrice. La sua entrata in campo sarebbe decisiva per imprimere una svolta al movimento.

Bisogna che siano i delegati e gli attivisti sindacali del Prc, che in provincia non sono pochi, a portare in ogni luogo di lavoro l’istanza di costituire coordinamenti contro la guerra. Coordinamenti da far rapportare a quelli già esistenti, territoriali, universitari e volti a costituire quel percorso comune che deve portare alla convocazione dello sciopero generale contro l’intervento imperialista, unico reale strumento in possesso della classe lavoratrice in grado di cambiare lo stato di cose presente e quindi di mutare i rapporti di forza.

Rompiamo con la giunta Rutelli!

Si è aperto nella federazione romana del Prc un forte dibattito sulla partecipazione del partito alla giunta Rutelli. Ricordiamo che questa giunta rappresenta una delle "vetrine" più eloquenti dei sindaci eletti dall’Ulivo: privatizzazioni, grandi opere al servizio del Vaticano per il Giubileo del 2000, tanto da meritarsi gli attacchi del segretario della Cgil Cofferati, che ha messo sotto accusa i cantieri del Giubileo per l’alto numero di operai in nero che vi lavorano.

Già al congresso provinciale di marzo una mozione che richiedeva la rottura con Rutelli era stata sostenuta dal 30% dei delegati. Ora il dibattito si è riaperto, non a caso per iniziativa dei circoli del partito presenti nelle municipalizzate (Trasporti, Acea (energia) e Ama (nettezza urbana), direttamente minacciati dalla politica di privatizzazioni del sindaco. Una mozione che chiede di uscire dalla giunta se questa non accetta una moratoria sulle privatizzazioni è stata approvata di misura (35 a 33) dal Comitato provinciale, nonostante il parere contrario della segreteria e del rappresentante della segreteria nazionale.

A Roma come altrove, la politica delle alleanze col centrosinistra mette in forti difficoltà i militanti del partito, e episodi simili si sono verificati a livello locale in diverse zone. Crediamo che sia necessario trarre le dovute lezioni sui risultati di queste alleanze, che hanno in generale indebolito il partito sia nella sua immagine pubblica, sia soprattutto nel rapporto con i militanti.

di Giacomo Taranto