Unità a sinistra o regno dell’utopia? - Falcemartello

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Seguire gli appelli e le "proposte unitarie" che proliferano a sinistra è diventata impresa ardua, quasi impossibile. Non osiamo immaginare cosa accadrà nei prossimi mesi con l’approssimarsi della scadenza elettorale.

Fervono i preparativi per l’Alba di Revelli e Ginsborg, il Partito del lavoro di Patta e Salvi e non mancano le “Quattro tesi per rilanciare la sinistra in Italia” di Valentini e Atalmi. Nel caso nessuna di queste proposte ci convincesse possiamo voltare lo sguardo verso chi ci propone “Finalmente una cosa seria!” (Sappino e Cavalli). Forse “una cosa seria” potrebbe essere quella di uscire dal campo della fantascienza per entrare nella dimensione della realtà in cui viviamo.

L’unità a sinistra è cosa buona e giusta, ma astratta dai contenuti e dal contesto può trasformarsi in un disastro, come si è visto nel 2008 con la Sinistra arcobaleno.

 

Sel e Idv interne al centrosinistra

Salvo cataclismi politici immediati (e le elezioni sono molto vicine) la realtà nuda e cruda è che non esistono le condizioni per formare una coalizione che unisca le forze che si collocano alla sinistra del Pd e che a parole si dichiarano contro il governo Monti. Il fronte referendario per l’abrogazione dell’articolo 8 e 18 (che pure è positivo e importante di per sé) non si trasformerà in un fronte politico-elettorale. Molti dirigenti scambiano le illusioni con la realtà e così facendo finiscono per illudere anche la base.

Le ragioni di questo sono molte, attengono alla natura sociale e alla strategia dei partiti direttamente coinvolti ma anche alle concrete circostanze politiche della fase. Fattori strutturali e sovrastrutturali, tra cui pesano non poco gli errori passati di Rifondazione comunista e del suo gruppo dirigente. Non dobbiamo dimenticare che quando si è insediato, Monti ha incassato il voto di Di Pietro e il sostegno esterno di Vendola. Di Pietro in Europa ha sostenuto il Fiscal compact e molte delle leggi che in Italia finge di contrastare.

Risulta per altro incredibile che alcuni dirigenti del Prc si sorprendano e si mostrino contrariati per il fatto che il governatore della Puglia abbia deciso di presentarsi alle primarie del centrosinistra. Sarebbe sorprendente il contrario, visto che da tre anni a questa parte, il leader di Sel ha sostanzialmente retto il gioco a Bersani sulla base di una prospettiva che non ha mai abbandonato e che costituisce l’asse fondante della sua strategia: la totale internità al centrosinistra.

Ci viene detto che in Sel esistono grandi contraddizioni. Sarà, ma al momento della verità l’opposizione di Alfonso Gianni e Fulvia Bandoli (che per altro non mettono in discussione l’alleanza con il Pd) ha pesato meno del 5% nell’assemblea nazionale di metà settembre.

La cosa può piacere o meno, ma Sel in questo momento è il partito meno instabile del panorama politico italiano. Molto più instabile è la Federazione della sinistra: la sua crisi lacerante è un altro dei fattori che rende inefficace la battaglia egemonica dei comunisti nei confronti delle forze del centrosinistra.

 

Tonino rompe col Pd?

La cosa più probabile è che anche Di Pietro si allinierà alla coalizione con il Pd. La pressione di Grillo ha spinto il leader dell’Idv, per un periodo, ad assumere posizioni che si spingevano oltre i limiti di classe del suo partito (la natura del movimento di Di Pietro è stata ampiamente analizzata in un precedente articolo pubblicato su FalceMartello n. 246).

Ma alla festa di Vasto sono iniziati i preparativi per la contro-svolta che verrà messa in campo nelle prossime settimane.

Bersani farà di tutto per tenere l’Idv fuori dalla coalizione? Tutto è possibile, ma nel frattempo il Pd non ha in tasca né una legge elettorale che gli garantisca il governo del paese, né un consenso sufficientemente ampio per permettersi esclusioni così pesanti sul piano elettorale.

Ammettendo pure che questo avvenga, in regime di porcellum o di proporzionale con sbarramento al 5%, non sarebbe spinto Ferrero a rinunciare alla propria lista per sciogliere elettoralmente il Prc nell’Idv?

Sarebbe una fine veramente ingloriosa, aver resistito nel 2008 alla liquidazione del partito in un soggetto della sinistra “senza aggettivi” per liquidarlo cinque anni dopo in un partito borghese dai tratti populisti.

 

La Federazione della sinistra va a pezzi

La Federazione della sinistra dopo una prolungata agonia si è sostanzialmente esaurita. Non diremo dalle pagine di questo giornale che avevano ragione i compagni della sinistra del Prc, ci limiteremo ad affermare che la realtà ha reso impraticabile la “giusta” linea della maggioranza di Rifondazione.

Ferrero ha fatto di tutto per tenere in vita la Fds, almeno fino alle elezioni, ma il tentativo è fallito, l’accanimento terapeutico non è riuscito. All’ultima direzione nazionale ne ha dovuto prendere atto. Era prevedibile che la Fds saltasse in aria nel momento meno opportuno, e cioè in prossimità delle elezioni politiche.

L’ostacolo inaggirabile, l’alleanza col Pd, è lo stesso identico punto su cui si è realizzata la divisione nel ’98, e si poteva facilmente prevedere che il bubbone sarebbe esploso anche oggi. Il segretario del Prc si è cullato per mesi nell’illusione che la divergenza con Diliberto potesse rimanere sotto traccia, perchè tanto il Pd non aveva alcun interesse a proporre un accordo alla Fds.

L’errore è dei più grossolani, perchè era del tutto evidente che il disinteresse e il distacco di Bersani avrebbe acceso ancor più gli animi di tutti coloro che nella Fds vedono un futuro politico solo attraverso un accordo con il Pd, che ne garantisca i posti in Parlamento. Diliberto, Salvi e Patta stanno alzando i toni nel tentativo di coprire le posizioni che considerano “estremiste e populiste” di Paolo Ferrero, che dal loro punto di vista “irritano il Pd”.

Rischiamo di essere facili profeti nel dire che nei prossimi mesi si verificheranno nuove indecorose genuflessioni nei confronti di Bersani a cui si sommeranno numerose diserzioni individuali.

Faranno di tutto per arrivare a un accordo, ma se il Pd (come è probabile) manterrà il diniego, nell’ultimo minuto utile si arriverà a una presentazione autonoma della Fds. Vedremo allora un’orda di “pericolosi bolscevichi” riversarsi nelle piazze, a braccetto con Cremaschi, Ferrando e Turigliatto, rispolverando slogan rivoluzionari contro Monti e il Pd. A quel punto, è del tutto evidente che ogni residuo briciolo di credibilità sarebbe consumato e le elezioni finirebbero in un bagno di sangue.

Gli errori in politica si pagano cari, ma in questa fase storica il prezzo da pagare per l’irresponsabilità dei dirigenti della sinistra potrebbe essere veramente troppo alto.

 

Per un autentico progetto d’alternativa

L’unica possibilità di uscire vivi da questa situazione non è con la melassa dell’unità a sinistra ma battendo e ribattendo su un programma alternativo e anticapitalista, la nostra identità di classe e l’indipendenza dal centrodestra e dal centrosinistra. Già troppo tempo è stato perso. Non è possibile perdere un minuto di più.

La gente deve avere un motivo per votarci, deve vedere la differenza tra noi e i soggetti interni al centrosinistra. Solo per questa via è possibile contrastare l’abbandono dalla politica e le derive populiste e grilline raccogliendo il vento che soffia in Grecia, Spagna, Francia e Portogallo, che sta facendo la fortuna della sinistra radicale in questi paesi.

A partire da una profonda rottura politica e da un movimento anticapitalista di massa una proposta di unità a sinistra può prendere forma e assumere proporzioni significative e dirompenti. Non sarà certo con la linea Diliberto-Salvi che realizzeremo tale obiettivo. Al contrario, solo rompendo chiaramente e senza ambiguità con questa linea è possibile tirar fuori Rifondazione comunista e la sinistra italiana dall’angolo buio in cui si è cacciata.

 

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