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Il 10 ottobre dell’anno scorso decine di migliaia di studenti sfilavano nelle piazze italiane. Per chi se ne accorse, quelli erano i primi segnali di un movimento che avrebbe coinvolto più di un milione di studenti, un’intera generazione scagliata per la prima volta sulla scena politica.

Il 9 ottobre di quest’anno, a un anno meno un giorno da quella data, più di 100mila studenti hanno calcato ancora le strade e le piazze di 50 diverse città del nostro paese. Se accostassimo queste due giornate, una di fianco all’altra, astraendole dalle dinamiche in cui sono inserite e di cui fanno parte, certo potremmo trovare molti elementi in comune, dalla partecipazione di fasce di giovanissimi studenti agli slogan spontanei che qua e là si alzano dai cortei e superano per radicalità le modeste e moderate rivendicazioni degli organizzatori. Ma eventi di questi genere non possono essere considerati al di fuori del momento e della situazione concreta in cui hanno luogo, e c’è almeno una differenza fondamentale fra l’inizio dell’Onda e questi primi segni dell’autunno: in mezzo c’è stata, appunto, l’Onda, con le sue enormi potenzialità e i limiti che l’hanno condannata.

Quel movimento, al di là di essere un’esplosione contro le condizioni in cui versa l’istruzione pubblica e per certi versi l’intera società, si batteva contro un attacco generale e molto chiaro: il taglio di 8 miliardi e passa di euro voluto da Tremonti e Gelmini, con tutte le conseguenze che ne sarebbero derivate. Quella battaglia è stata persa.

Quando abbiamo analizzato le ragioni per cui il movimento non aveva vinto, abbiamo spiegato che la prima causa erano stati gli errori di chi lo dirigeva. Questi errori non permisero al movimento di trovare una via per quel salto di qualità che doveva dare alla lotta una serie di obiettivi chiari e di metodi per raggiungerli. L’Onda in pratica si arenò da sola, non perché subì una sconfitta in campo aperto. La differenza fra questi due scenari la vediamo nitidamente oggi: se ci fosse stata una sconfitta in campo aperto ora probabilmente gli studenti sarebbero in preda alla demoralizzazione, convinti che pur mettendoci tutte le forze che hanno e anche senza fare errori clamorosi non sia possibile sconfiggere la Gelmini. Invece, per come sono andate le cose, oggi assistiamo a una ripresa delle mobilitazioni.

Qual’è l’obiettivo di queste mobilitazioni, attuali e del prossimo futuro? A differenza dell’anno scorso, non c’è un attacco netto, limpido e presente all’istruzione pubblica. Sia chiaro, non perché le cose vadano bene, semplicemente perché i pesantissimi attacchi degli anni scorsi, e soprattutto dell’anno scorso, sono già passati. Sono appunto le conseguenze di questi attacchi, e in primo luogo dei tagli (ai finanziamenti, ai posti di lavoro, ai corsi) che si stanno ponendo giorno dopo giorno davanti agli occhi degli studenti: non ci sono i soldi per le strutture, non ci sono i soldi per i professori (o per la ricerca), non ci sono i soldi per le gite, non c’è abbastanza personale per garantire le attività dell’anno scorso, saltano le sperimentazioni, le strutture cadono a pezzi e così via. In tale situazione, ciò a cui assistiamo è una progressiva presa di coscienza della portata reale degli attacchi all’istruzione. Una presa di coscienza a salti, disomogenea, non generalizzata, che probabilmente darà luogo a una mobilitazioni con queste stesse caratteristiche.

Alla fine dunque l’Onda, che non ha lasciato dietro di sé conquiste, né nuove strutture studentesche, è proprio nelle coscienze degli studenti che ha lasciato il segno più importante. In primo luogo ricordando che lottare si può, e facendo scoprire a molti per la prima volta la forza esplosiva di una lotta collettiva. In secondo luogo fissando alcuni punti fermi nella coscienza politica degli studenti.

Uno di questi è certamente la necessità di unire le lotte degli studenti a quelle dei lavoratori. Non è passato invano un movimento in cui tutte le date importanti di mobilitazione erano giorni di sciopero, né quell’unità che era stata spesso trovata nelle università, nelle scuole e poi nelle piazze. Oggi gli studenti tornano a porsi con naturalezza il problema dell’unificazione del movimento. Il 3 ottobre a Roma centinaia di studenti hanno partecipato al corteo dei precari della scuola, e sarebbero stati di più se non fosse stato per la solita gestione inadeguata del corteo studentesco che ha fatto sì che più della metà degli studenti non arrivasse a quello dei precari. Il 9 ottobre nelle città in cui gli studenti hanno partecipato ai cortei sindacali la maggior parte di loro non era negli spezzoni studenteschi, e laddove le strutture studentesche, per coltivare i propri interessi, hanno convocato piazze separate rispetto a quelle dei lavoratori in nome di una presunta particolarità da mantenere, ci sono state scuole intere che hanno deciso di ignorare i cortei studenteschi per stare al fianco dei lavoratori.

Esempi come questi ci mostrano che esiste un settore di studenti che, vista la mancata vittoria dell’anno scorso, non si è semplicemente ritirato alla vita privata ma si pone, più o meno consciamente, il problema di capire quali siano stati gli errori commessi e in che modo possano essere superati. Questi studenti non hanno risposte pronte e più che avere un orientamento lo cercano. Per riprendere l’esempio del 9 ottobre, è chiaro che non basta partecipare in ordine sparso a un corteo sindacale per contrastare chi vuole le piazze separate: è necessario spiegare innanzitutto agli studenti che non conoscono la situazione cosa sta succedendo e la necessità di unire le lotte, così come è necessario avere una presenza organizzata per poter diventare un punto di riferimento.

Questo è il passaggio, il salto di qualità che serve oggi: un intero settore di studenti che si stanno ponendo domande fondamentali deve affrontare le discussioni e le esperienze necessarie a produrre i quadri studenteschi che possano permette al movimento di superare i limiti che l’hanno fermato per anni e che sono stati profondamente scossi dall’esperienza dell’Onda.

A tal fine ogni problema da affrontare può essere un passo avanti: dall’unità studenti-lavoratori, preso qui come esempio, all’antifascismo, che deve superare le storiche e parallelamente scorrette posizioni del costituzionalismo e dell’antifascismo militante; dalla difesa del diritto allo studio (e la discussione sul pdl Aprea è tutta da aprire) a questioni più ampie come la repressione (sono di questi giorni le sconcertanti condanne d’appello per il G8 di Genova) o la condizione femminile.

Il compito di ogni attivista politico in questa fase del movimento studentesco è proprio questo: capire quali siano le discussioni, le campagne da portare nelle scuole e nelle università, per far sì che quest’anno non passi invano.

Le mobilitazioni dell’anno scorso sono state un risveglio esplosivo e generalizzato; quelle di quest’anno, con tutta probabilità su base meno ampia, con un minore livello di generalizzazione, ma che partono proprio dall’esperienza dell’anno scorso, saranno utili nella misura in cui produrranno il salto di qualità di cui parlavamo prima. La costruzione del Csp-Csu è in quest’ottica, in ambito studentesco, la migliore proposta e il miglior risultato che possiamo offrire.

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