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pagina cinqueL’attesissima riforma della scuola è stata pubblicata sotto forma di  “Rapporto”, tracciando la cornice entro cui definire i successivi decreti e regolamenti. Nulla ha ancora valore normativo: si tratta, come spesso accade con Renzi, di tanta propaganda.

I primi fuochi d’artificio sono sul personale della scuola: per smorzare le possibili polemiche sul documento, il Rapporto inizia con la promessa di 150mila immissioni in ruolo di docenti, con assordante silenzio rispetto agli Ata. Stante la politica finanziaria improntata al rigore della borghesia italiana e dei suoi partiti, è più che legittimo lo scetticismo verso queste roboanti dichiarazioni di intenti.

Complessivamente, è un documento molto chiaro, soprattutto negli attacchi pesantissimi al contratto dei docenti: se anche una parte delle proposte si concretizzasse, decenni di conquiste su salari e diritti verrebbero cancellate. Strapotere dei dirigenti scolastici, gerarchizzazione dei docenti e aumento camuffato dell’orario di lavoro, questi i punti d’attacco governativi.

Bastano alcune citazioni: “le scuole potranno utilizzare la leva più efficace per migliorare la qualità dell’insegnamento: la scelta delle persone”, oppure, “il 10% delle risorse sarà nella piena disponibilità del dirigente per remunerare i docenti”. Si propone inoltre “l’abolizione degli scatti di anzianità e l’introduzione degli scatti di competenza”, per ottenere i quali i docenti dovranno accumulare “crediti” dimostrando di aver apportato innovazione didattica, certificando la propria formazione — e quindi facendo guadagnare qualche ente di formazione —, impegnandosi negli incarichi aggiuntivi a scuola. Quest’ultimo punto, di fatto, è l’aumento dell’orario di lavoro: tali incarichi vengono ora compensati tramite i fondi d’istituto, con la riforma diventerebbero lavoro volontario gratuito per ottenere crediti e, dopo tre anni, forse, qualche decina di euro di aumento. “Forse”, perché, ammesso che lo stato trovi i fondi, solo i 2/3 dei docenti coi crediti più alti verranno incentivati. Gli altri, nonostante l’impegno, non vedranno nulla. Sempre ammesso che anche questi scatti non vengano bloccati, come ormai capita da anni. Ma l’attacco non termina qui: il governo assegna ai dirigenti la facoltà di scegliere i docenti, spazio quindi in primo luogo al clientelismo, ma anche alla continua ricattabilità del lavoratore, poichè sarà il dirigente a riconoscere i crediti.

Il documento introduce poi una figura dai contorni ambigui e dal nome grottesco, gli “innovatori naturali… che dovranno avere la possibilità di concentrarsi sulla formazione e che saranno premiati”. Non è chiaro chi avrà il compito di individuare questi boss dell’innovazione e in base a quali criteri, l’unico dato certo è che il potere dei dirigenti sarà enormemente accresciuto nella selezione del personale e nell’organizzazione del lavoro: infatti, in caso di assenze, potrà ridefinire l’orario di tutti i docenti presenti per far fronte alla situazione. Di fatto, si apre ad una piena flessibilità dell’orario di lavoro. “Flessibilità” è una delle parole chiave del documento: con l’alibi dell’assorbimento del precariato, ai docenti si chiede di essere disponibili a svolgere compiti di organico funzionale (coprire le supplenze brevi, cioè nei fatti essere dei tappabuchi o svolgere compiti organizzativi per supplire la carenza di personale amministrativo e non pagare più tali compiti col fondo d’istituto). Ma si chiede anche la mobilità, ovvero la “possibilità di essere assunti in una provincia della stessa regione o anche in una regione diversa da quella di appartenenza”, e addirittura anche la “mobilità fra classi di concorso”.

In questo scenario, la debolezza del primo comunicato della Flc dopo la pubblicazione del Rapporto esprime una vergognosa resa senza condizioni alla politica del Pd e di Cl: si plaude alla stabilizzazione dei precari, non ancora acquisita, esprimendo qualche flebile perplessità sul resto del documento. A forza di cercare “un’altra valutazione”, “un altro Invalsi”, “un’altra autonomia scolastica”, il gruppo dirigente della Cgil si trova ad accettare ciò che necessariamente preparavano l’autonomia scolastica, l’Invalsi e le campagne sul merito e sulla valutazione dei docenti: un gigantesco attacco alle condizioni di lavoro e di studio. Ora solo la lotta dura potrà fermare Renzi.

 

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