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Non si fermeranno mai se non li fermiamo noi!

 

Nel 2008 veniva varata la legge 133, una legge che ha segnato un attacco profondo all'istruzione pubblica. A due anni di distanza questo è il panorama: migliaia di insegnanti precari e tecnici-amministrativi senza possibilità di lavorare per i tagli agli organici, classi sovraffollate in cui sarà impossibile sia insegnare che imparare qualcosa, scuole vecchie e non sicure, presidi e sedie vacanti!

Per fortuna però, ci pensano i padroni a “regalare” quel che manca, come è successo a Casette d’Ete, un paese nella provincia di Fermo, dove il “padrone di casa“ Diego Della Valle, ha pensato di costruire a sue spese la scuola elementare statale. Per il sottosegretario Gianni Letta questo è un “modello di collaborazione tra pubblico e privato” ma, in realtà non è altro che un ulteriore affondo delle ingerenze dei padroni nella scuola pubblica che deve essere respinto in ogni campo. Quello che serve è un vero piano di edilizia scolastica e della messa a norma dei tantissimi edifici che non hanno nemmeno il certificato di agibilità statica, e per fare questo di sicuro non basta la beneficienza.

Il percorso che ha condotto le scuole in questo stato non l’ha iniziato di certo la Gelmini, infatti sia i governi di centro-destra che quelli di centro-sinistra hanno proposto la stessa ricetta: tagli dei finanziamenti pubblici e privatizzazioni.

L’ultimo capitolo di questa storia è appunto la legge 133, una vera e propria mannaia caduta indiscriminatamente su tutti i livelli dell’istruzione pubblica con l’unico criterio di far rientrare nelle casse dello Stato un totale di 7,6 miliardi tra il 2009 e il 2011, cifra che ha colpito soprattutto la spesa per il pubblico impiego, infatti la manovra prevede il taglio di circa 130mila tra insegnanti e personale Ata in tre anni.

La riduzione degli organici significa che quest’anno ci saranno circa 3.700 classi in meno a fronte di 20mila studenti in più, che quindi saranno necessariamente gremite! Un decreto ministeriale del ’92 prevedeva che ci fossero al massimo 25 studenti per aula, sia per motivi didattici che per motivi di sicurezza visto che, se ci sono più studenti, in caso di incidenti l’evacuazione diventa problematica. Oggi nelle scuole italiane ci sono fino a 37 studenti per aula!

Novità importanti sono riservate anche alle superiori, dove viene introdotta una “riforma epocale” che riduce la frammentazione degli indirizzi nei licei e rilancia l’istruzione tecnica e professionale, che tradotto significa: tagliare cattedre e creare un’istruzione superiore che soddisfi tutte le esigenze del padronato italiano.

La scuola che vuole la Gelmini deve essere semplice da scegliere: da una parte i licei, dove ci va chi vuole continuare gli studi e andare all’università, dall’altra parte i tecnici e professionali, dove ci va chi andrà a lavorare, per questo vengono eliminati i corsi “inutili” e rafforzati quelli che servono per formare le figure professionali richieste da Confindustria. In teoria la manovra, per i professori e i tecnici penalizza molto le ore “professionalizzanti”.

Nelle scuole tecniche e professionali stage, tirocini, alternanza scuola-lavoro saranno pane quotidiano: lavoro quasi sempre non pagato, senza il controllo delle rappresentanze sindacali e che viene usato dai padroni come arma di ricatto contro i normali lavoratori; allo stesso tempo si “insegna” ai ragazzi ad accettare un futuro precario e senza diritti. Anche per quanto riguarda il rigore e la disciplina la Gelmini conferma il tracciato di questi ultimi anni: il nuovo provvedimento decreta che si viene bocciati se si superano i 50 giorni di assenze. Sembra proprio che il valore della scuola debba essere misurato nella sua capacità repressiva! In questi anni sono state introdotte numerose norme in questa direzione, come il voto in condotta che fa media, la non ammissione agli esami se non si hanno tutte sufficienze o l’esame di riparazione a settembre introdotto dal ministro Fioroni durante l’ultimo governo di centro-sinistra.

Inizia l’anno anche all’università e vale la pena ricordare qual è la situazione che ci aspetta nelle facoltà: tasse d’iscrizione che ogni anno aumentano a fronte di una spesa pubblica tra le più basse d’Europa (0.8% del Prodotto Interno Lordo), corsi di studio e dipartimenti che verranno accorpati o chiusi per la mancanza di fondi e quindi interi settori della ricerca che verranno dispersi (ovviamente saranno quelli con meno finanziamenti da parte delle aziende e quindi considerati meno utili).

La selezione di classe all’università è altissima, sia attraverso gli sbarramenti economici come tasse, affitti, trasporti e libri, sia attraverso sbarramenti didattici come il numero chiuso.

Con il numero chiuso le università decidono arbitrariamente quanti possono entrare a seconda delle risorse di cui dispongono. A quelli che restano tagliati fuori resta la scelta fra fare un altro corso, perdere un anno nella speranza di ritentare i test o andare a lavorare.

Se mancano strutture e personale, che si facciano investimenti pubblici in questo senso e si lasci a tutti la possibilità di scegliere il proprio corso di studi in piena libertà.

In questi giorni molti insegnanti precari si sono mobilitati con presidi, manifestazioni e scioperi della fame contro gli attacchi sferrati dal governo. È importante che la loro protesta non resti isolata ma che coinvolga tutti i lavoratori a partire da quelli del mondo dell’istruzione e si allarghi agli studenti.

Studenti e lavoratori possono far valere tutta la loro forza, rivendicando il ritiro dei tagli e di tutte le controriforme dell’istruzione, l’assunzione a tempo indeterminato per tutti i posti che servono ad avere classi di 20 alunni e tempo pieno garantito, per una scuola e un’università pubblica, laica, gratuita, di massa e di qualità.

 

* Collettivo autunno caldo Csu Bologna

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