Venezuela, espropriata la multinazionale statunitense Cargill - Falcemartello

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La rivoluzione faccia a faccia con il boicottaggio capitalista e con il carovita

È passato quasi un anno da un famoso incontro tra Chavez e le principali aziende capitaliste venezuelane. In quell'occasione il presidente chiese alla classe dominante venezuelana di investire nell'economia, di mantenere un profilo patriottico, garantendo in cambio la sicurezza degli investimenti.
In quel periodo i discorsi di Chavez si riempirono di riferimenti alla Cina e in misura minore anche al presidente della Bielorussia Lukašenko. Il bilancio da trarre degli effetti sortiti è brutalmente sintetico: i principali gruppi capitalisti nazionali e internazionali hanno ignorato qualsiasi garanzia o stimolo all'investimento, continuando apertamente a boicottare e indebolire l'economia venezuelana.

Ci sono da considerare due processi che si sommano in questo momento. Da un lato il Venezuela non sfugge alla situazione del capitalismo internazionale. Non vi sfuggirebbe totalmente nemmeno se l'economia fosse stata a base principalmente socialista, ma almeno si sarebbero attutiti gli effetti più nefasti della crisi. Ma a maggior ragione non può sfuggirvi in queste condizioni: nonostante siano state nazionalizzate diverse imprese, l'economia venezuelana continua ad essere principalmente capitalista. Le grandi multinazionali o i grandi gruppi capitalisti venezuelani hanno ancora in grossa parte le chiavi dell'economia. E le usano come e più che nel resto del mondo. Reagiscono alla crisi di sovrapproduzione internazionale licenziando lavoratori e distruggendo le forze produttive. Ma in Venezuela la loro azione si carica di un doppio obiettivo. Alla crisi economica, si somma la volontà di boicottare ed affamare la rivoluzione. Questo è particolarmente chiaro nel settore alimentare dove la penuria di prodotti è creata a tavolino e i prezzi alti sono mantenuti artificialmente oltre l'inflazione internazionale. Non solo quindi il Venezuela subisce come il resto del mondo questa folle forbice tra la contemporanea deflazione delle materie prime ed inflazione di alcuni prodotti (riso, pasta ecc.), ma la subisce doppiamente: i capitalisti utilizzano una parte minima della capacità produttiva degli impianti, costringendo il paese ad importare quasi tutto il proprio fabbisogno alimentare. Nel maggio del 2005, risultava che la produzione alimentare domestica venezuelana equivalesse solo al 7% del Pil.

Il Governo ha provato a reagire calmierando i prezzi dei principali prodotti alimentari. Ma non si può pianificare ciò che non si controlla: la pressione del mercato verso il massimo profitto travolge e aggira qualsiasi regolamentazione. Le aziende hanno iniziato a imboscare la produzione per esportarla, ad accaparrare merce piuttosto che immetterla a prezzi controllati sul mercato, o più semplicemente a cambiare alcuni ingredienti dei prodotti per sfuggire al calmiere. Così da oltre due anni il Venezuela si trova sottoposto ad ondate cicliche di scarsità dei prodotti e ad un'inflazione galoppante.

La penuria di merci è un potente fattore di stimolo a sua volta per il mercato nero e per la corruzione all'interno dello stesso campo chavista. Le merci vengono nascoste per aggirare il calmiere e vengono rivendute al mercato nero ad un prezzo due o tre volte superiore a quello ufficiale. Così i prodotti spariscono dagli scaffali e si trovano nei circuiti illegali. Diversi dirigenti chavisti legati a Mercal, la catena di distribuzione pubblica creata da Chavez, sono legati a scandali. Un lavoratore Mercal che ha denunciato la corruzione interna è misteriosamente scomparso.

A febbraio l'INDEPABIS (Istituto Nazionale per la difesa dell'accesso popolare a merci e servizi), un organismo in mano ad uno degli esponenti più a sinistra del chavismo, ha iniziato una serie di indagini riguardo alla situazione della produzione alimentare. Nell'impianto di produzione di riso di Guarico, di proprietà della Polar , un colosso capitalista venezuelano, è stato accertato come fosse utilizzato solo il 50% della capacità produttiva e fosse aggiunta farina artificiale al 90% del riso per aggirare il calmiere. Nello stabilimento di Portoguesa della Cargill, multinazionale americana che produce riso, pasta, olio e farina, sono state trovate addirittura 18mila tonnellate di riso non modificato stipato nello stabilimento.

Il 4 di marzo Chavez ha annunciato: “Sono stanco di questa situazione. (...) Voglio che si sappia che ho dato disposizioni perchè questi stabilimenti siano posti sotto controllo dello Stato.”. Così tra il 4 ed il 6 marzo la Cargill è stata nazionalizzata. Finora ci sono stati due tipi di nazionalizzazioni in Venezuela: quelle avvenute come il risultato di occupazioni e lotte operaie – come nel caso di Inveval o Sidor – e quelle promosse direttamente dal Governo – Cantv e Banco de Venezuela. Soprattutto in questi ultimi casi, la maggiore debolezza delle nazionalizzazioni è stata la loro lentezza e soprattutto la concessione di un indennizzo abnorme ai privati. Inoltre, a parte il caso dell’Inveval, dove la tendenza marxista Cmr ha un ruolo dirigente, è praticamente assente il controllo e la gestione operaia.

Nel caso di Cargill Chavez è sembrato avere un piglio ben diverso, ancora più radicale. Ha detto che l'eventuale indennizzo verrà pagato con titoli di Stato e ha minacciato la Polar, uno dei motori del capitalismo venezuelano, di fare la stessa fine della Cargill: “Lo ripeto, i proprietari della Polar forse pensano di avere sangue blu nelle vene, ma se non accettano le regole, caro Mister Mendoza, vi esproprieremo. Vi sto avvertendo!”.

Che cosa è cambiato rispetto ad un anno fa? In un certo senso niente: Chavez continua nel solco delle nazionalizzazioni intraprese dal 2005. Allo stesso tempo la quantità si trasforma ad un certo livello in qualità. La nazionalizzazione della Cargill, di una multinazionale Usa, potrebbe rappresentare una svolta nella situazione. Due sono i fattori che hanno contribuito a tale svolta: da un lato il crollo del prezzo del petrolio accelera lo scontro tra riformisti e rivoluzionari all'interno del processo bolivariano. Dall'altro, ed è bene non dimenticarlo, questa svolta è un formidabile riflesso del crescente protagonismo della classe operaia venezuelana. Il 2007 è stato l'anno di maggiore crescita del tasso di sindacalizzazione degli ultimi 15 anni e negli ultimi 12 mesi la curva degli scioperi ha registrato un aumento del 13%. E la lotta di classe venezuelana è una corona con diversi gioielli: le fabbriche occupate che producono sotto il controllo dei lavoratori o che chiedono di essere nazionalizzate. La “capostipite” è ovviamente la Inveval: occupata, nazionalizzata e che produce oggi sotto controllo operaio.

L'Inveval ha promosso il Freteco (Fronte delle Aziende Cogestite e Occupate) riscuotendo un seguito: dopo l'acciaieria Sidor, i casi più recenti riguardano le occupazioni dello stabilimento della Mitsubishi e dell'azienda tessile Vivex. Pochi giorni fa la televisione pubblica venezuelana ha trasmesso il filmato documentario “No Volveran”, prodotto dalla Campagna Giù le mani dal Venezuela, e che testimonia tra l'altro la lotta dei lavoratori della Sanitarios Maracay. Lo stesso giorno i lavoratori della Mitsubishi e della Vivex sono intervenuti ad una delle trasmissioni più viste dai chavisti. Lo stesso Chavez ha visto la trasmissione.

Nelle lotte che abbiamo citato la Cmr, Corriente marxista rivoluzionaria, ha giocato e gioca un ruolo determinante. Il processo rivoluzionario avanza se avanza il movimento indipendente della classe e quest'ultimo si alimenta  a sua volta delle idee della corrente marxista.  Poco o tanto che sia, è un fatto.

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