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Quattro mesi fa, nel commentare l'amara esperienza dei 74 musicisti dell'Orchestra Sinfonica di Roma, raggiunti da altrettante lettere di licenziamento, affermavamo un fondamentale concetto: è utopico riporre speranze e foraggiare l'attività filantropica delle fondazioni, come quella che finanziava l'OSR.  Non rappresentano un rimedio alle frequenti iniquità del capitalismo e  tanto meno possono garantire  un tangibile miglioramento nei campi in cui queste si trovano (per evidenti interessi economici, come spiegavamo) ad agire.

Nella situazione specifica (vedi articolo: Chi paga l'orchestra sceglie di... chiuderla) mettevamo sul banco degli imputati proprio la Fondazione sostenitrice dell'orchestra in quanto principale artefice della volontà di chiuderla. Pur senza tirarci indietro dal criticare il comportamento parassitario dell'associazione che gestiva e dirigeva i musicisti, accusavamo in primis proprio gli “imprenditori filantropi” di voler farla finita con  tale prestigiosa realtà musicale. I diretti interessati, i lavoratori dell'orchestra, hanno capito sulla loro pelle che la differenza tra il padrone che sfrutta, che delocalizza, che licenzia, e il mecenatismo, è pressoché inesistente. Solo dopo il loro enorme sforzo nell'organizzarsi e darsi una guida per sostituirsi all'associazione che li gestiva e poter entrare in contatto coi dirigenti dell'ente benefico, questi ultimi sono usciti allo scoperto, sbarrando la strada a qualsiasi ipotesi di trattativa per una nuova stagione concertistica e, di fatto terminando il processo di chiusura avviato mesi prima.


In questi giorni, a ben vedere, qualcosa di non molto dissimile sta accadendo ad un altro importante ente culturale: l'Orchestra del Teatro dell'Opera di Roma. In questa nuova triste commedia cambiano i nomi dei protagonisti ma i comportamenti tipici della farsa rimangono gli stessi. Non c'è in questo caso l'istituto dei benefattori, c'è un altro genere di fondazione a dirigere la messinscena, un istituto giuridicamente privato ma, nei fatti, di carattere pubblico (tra i soci fondatori Repubblica Italiana, Regione Lazio e Roma Capitale ecc.), il cui presidente è lo stesso Sindaco di Roma. Si tratta della Fondazione Teatro dell'Opera, i cui conti, già da tempo dissanguati da sprechi e mala gestione (il debito ammontava a quasi 30 milioni alla fine del 2013), avrebbero dovuto, per decisione del Cda alla fine dello scorso anno, essere risanati dai fondi previsti dal Decreto Valore Cultura o Legge Bray (Legge n. 91, G.U. 08/10/2013). Tale ordinanza prevede finanziamenti di lunga durata per le fondazioni lirico-sinfoniche in difficoltà economiche e buona parte degli enti di questo tipo sul territorio nazionale ne ha fatto richiesta (10 su 14 all'inizio dell'anno).

Quella che potrebbe apparire una legge salva orchestre, contiene in realtà il perverso meccanismo, per cui, al fine di accedere ai finanziamenti, le fondazioni devono dimostrare “buona volontà” nel processo di risanamento dei conti: gli enti lirici hanno così dovuto presentare entro il 9 gennaio di quest'anno un piano di rientro che nelle intenzioni dovrebbe essere in grado di riportarli al pareggio di bilancio nel giro di tre anni. Il modo per arrivarci è tristemente noto: un attacco frontale ai diritti dei lavoratori. E per l'istituto che non riesce a rispettare tale piano è prevista persino la liquidazione coatta! Si tratta di una legge capestro che, dietro la facciata delle buone intenzioni, è in realtà votata al declassamento della cultura e dei lavoratori che la rappresentano.

 Per questi motivi e poiché avvertivano poco trasparenti le “modalità di rientro” del piano industriale, dall'inizio dell'anno e per tutta la stagione estiva (che si svolge alle terme di Caracalla) i musicisti del Costanzi hanno scioperato a più riprese. Purtroppo la mancanza di compattezza tra i professori, e tra questi e il personale tecnico e amministrativo, durante gli scioperi, riflettuta nella disomogeneità d'intenti dei sindacati, ha non poco alzato il livello della tensione sul posto di lavoro e, soprattutto, ha impedito di raccogliere una giusta e più grande solidarietà dall'esterno. Assenza di unità che si è manifestata anche in occasione del referendum del 19 settembre sull'approvazione del piano industriale nato dall'accordo tra le tre maggiori sigle sindacali, la Fondazione e il Comune di Roma. La consultazione è stata boicottata dalla parte più combattiva dei lavoratori, aderenti alla Cgil (firmataria però dell'accordo) e alla Fials Cisal (318 i votanti su 537 elettori) ma risicatamente vinta dai “si” con 285 voti favorevoli.


La cronaca delle ultime tre settimane ci mostra infine come sia puntuale il susseguirsi degli avvenimenti nella commedia del potere: due giorni dopo il referendum il direttore  Riccardo Muti lascia l'orchestra, che avrebbe dovuto dirigere per due opere nella stagione 2014-2015. Il danno d'immagine è piuttosto grave e le parole del Maestro (“Non ci sono le condizioni per garantire la serenità necessaria al buon esito delle rappresentazioni”) non lasciano perplessità al Sindaco Marino: “Una scelta senza dubbio determinata dall‘instabilità in cui versa l’Opera a causa delle continue proteste” e ammonisce, “chi ha scioperato si faccia un esame di coscienza”.

Per lo stesso ministro dei beni e delle attività culturali Franceschini la speranza è che almeno “questo faccia aprire gli occhi a tutti quelli che ostacolano, con resistenze corporative e autolesioniste, l’impegno per quel cambiamento che la musica e la lirica italiana attendono da troppo tempo”. Più chiaro di così: se Muti è fuggito la colpa è esclusivamente dei lavoratori che hanno fatto i cattivi perché qualcuno giustamente voleva toglierli i “privilegi” di cui hanno goduto per anni, causando un buco da 30 milioni... noi sappiamo benissimo che non si tratta di privilegi ma dei diritti di chi quel posto di lavoro se l'è sudato ( tra l'altro i 182 musicisti dell'Opera sono gli unici all'interno dell'ente ad aver passato la selezione di un concorso internazionale) ma quando si aziona la macchina del fango c'è poco da fare.

Quasi tutti i quotidiani nazionali e diverse trasmissioni tv da salotto si sono scagliati contro l'orchestra e il coro in una crociata nei confronti dei “privilegi di casta”, armata di tecnicismi nel parlare della “assurda” indennità frac (scandalosa! 30 € mensili o giù di lì) o dell'indennità per l'umidità durante le esibizioni all'aperto a Caracalla (insomma un sacco di “preziosismi” tirati fuori dal cilindro da parte di giornalisti incompetenti in materia, per ridicolizzare gli orchestrali ).  Non è nelle nostre intenzioni fare del “complottismo” ma è abbastanza chiaro che un'opinione pubblica formata alla scuola della lotta al “privilegio corporativo” non sia così pronta a gridare allo scandalo quando, dopo dieci giorni dall'addio di Muti, il sindaco e presidente Ignazio Marino annuncia il licenziamento di massa dei 182 professori sfaticati e viziati. Questo è stato il ben servito che hanno ricevuto tutti i musicisti, scioperanti o meno, all'inizio di ottobre, dopo un'abbondante settimana di calunnie giornalistiche. Altro che legge Bray! Risolta in un sol colpo la questione economica: fuori tutti, chiamiamo noi quando ci servite! L'augurio (ipocrita) del sindaco e del sovrintendente è che i musicisti si riuniscano in una cooperativa al fine di tornare a collaborare con il Teatro dell'Opera  (ironia della sorte, le stesse parole che si sono sentiti dire i musicisti dell'Orchestra Sinfonica tre mesi fa): da precari e senza diritti.

Non è il caso di aggiungere commenti all'idea del sindaco, per il quale questo era il solo modo di salvare l'ente.. .Quello che ci interessa è che in questa difficile situazione, i musicisti abbiano ritrovato l'unità nella difesa del posto di lavoro e che siano già scesi in piazza. È stato entusiasmante vedere che a manifestare contro questa scellerata decisione ci fossero l'altro giorno, davanti al Costanzi, tantissimi giovani, studenti e neo diplomati dei conservatori, e anche parecchi ex musicisti dell'Orchestra Sinfonica, tutti lì per solidarietà ma anche per fronteggiare chi gli sta togliendo il futuro.

Quella che sta per cominciare, è una battaglia che appartiene a tutti. Innanzitutto perché si combatte contro l'ennesimo passo in avanti verso il discredito dell'arte. Questo svilimento serpeggia in ogni ambito della cultura, a partire dall'istruzione, e mostra il suo lato peggiore proprio in questo periodo di crisi economica, attraverso enormi tagli. E infine perché questa lotta si inserisce in un clima di notevoli contrasti all'interno di altri settori del pubblico impiego nel comune di Roma e lascia presagire che sarà un autunno denso di proteste. Proteste e battaglie che potrebbero cominciare a trovare un comune denominatore, poiché, se da un lato questo caso specifico rappresenta un crimine contro la cultura, dall'altro è l'ennesimo attacco ai diritti dei lavoratori in un Comune che ha già avuto modo di saggiare quest'anno la forza e la rabbia dei suoi dipendenti in occasione dello sciopero del 6 giugno. E di questo siamo convinti: molti sono i punti per cui combattere che avvicinano gli artisti dell'Opera, i dipendenti comunali e quelli del trasporto pubblico. Per rimanere in ambito lirico-sinfonico, la Stagione deve ancora cominciare!

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