Breadcrumbs

Risalito alla ribalta della cronaca grazie a una indovinata ristampa per i tipi di Ponte alle Grazie ed ancor più grazie a una intervista da Fazio, In difesa delle cause perse di Slavoj Žižek rappresenta certamente la sua opera correntemente più discussa in Italia.

 

Il filosofo sloveno annovera Marx, Hegel, Lacan, Heidegger, Adorno e Benjamin tra le sue principali figure di riferimento e ha impostato la propria opera sulla combinazione di filosofia, psicoanalisi e marxismo. Lo stile provocatorio, il riferimento continuo alla cultura popolare e l’obiettivo dichiarato di smascheramento filosofico dell’ideologia dominante, unito alla sua propensione per le prese di posizione radicali ed i richiami al comunismo, lo hanno reso l’intellettuale probabilmente più ascoltato e famoso nei circoli della sinistra radicale.

Si tratta di una fama completamente giustificata? Non pare sbagliato azzardare una risposta negativa.

Pubblicato per la prima volta nel 2008, il sottotitolo di In difesa delle cause perse è addirittura Materiali per la rivoluzione globale. Il libro è suddiviso in tre parti, di tre capitoli ciascuna: “Lo stato delle cose”, “Lezioni dal passato” e “Che fare?”. Nella prima parte, Žižek usa alcuni dei suoi strumenti più famosi per scagliarsi contro l’ideologia capitalista: ad esempio l’analisi paziente – verrebbe da dire la dissezione – del contenuto ideologico presente nella cultura popolare, specie nei film.

Più problematici ancora risultano i capitoli centrali del libro, il cui scopo dovrebbe essere quello di definire quali siano le lezioni del movimento comunista e rivoluzionario che meritino di essere riprese. Si prenda ad esempio la “rivisitazione” dello stalinismo contenuta nel quinto capitolo, nel quale Žižek analizza l’operato di Stalin e dei suoi collaboratori da un punto di vista rigorosamente psicologico e simbolico. Per Žižek gli stalinisti hanno un merito: quello di aver salvato “l’umanesimo”. Secondo l’autore, i processi sommari, le persecuzioni, le deportazioni sono servite a conservare la dimensione “umana” della vita, in contrapposizione ad una tendenza percepita come depersonalizzante e macchinizzante presente in elaborazioni di altri bolscevichi, per i quali la costruzione di una società diversa passava anche attraverso un lavoro di cambiamento sulla natura umana. Da questa analisi viene completamente escluso qualsiasi riferimento alla classe operaia, alle dinamiche della lotta di classe, agli avvenimenti successi nella Russia post-rivoluzionaria, al ruolo della burocrazia. Sembra di assistere invece ad uno scontro tra idee pure, o tra simboli; uno strano metodo di analisi per un marxista.

Scrivendo un libro di critica al presente, Žižek sa di essere tenuto a fornire una prospettiva diversa: questo dovrebbe essere l’obiettivo dell’ultima parte del libro. Dei tre capitoli dedicati all’analisi del presente finalizzata al cambiamento radicale, il primo si occupa del superamento della nozione hegeliana di “negazione determinata”. Žižek prosegue con una critica a Hardt e Negri, che però dobbiamo considerare incompleta, e forse addirittura confusa e superficiale: nella sua critica al postmodernismo (la teoria che mette in discussione tutte le teorie e le ideologie precedenti, in particolare quelle basate sulla ragione) il filosofo di Lubiana nota l’ambiguità contenuta nella sottolineatura delle componenti cognitive del capitalismo operata dai due autori, ma secondo
Žižek questi sbagliano perché troppo marxisti! Il secondo capitolo si incentra invece sulla figura del filosofo francese Alain Badiou, cui Žižek è molto legato, e in particolare sulla teoria del primo della possibilità della politica di sottrarsi al potere statale capitalista in un modo che però ne mini le fondamenta. Ancora, Žižek finisce nella sua esposizione per adottare lo stesso punto di vista postmoderno che vorrebbe criticare.

Ma è nell’ultimo capitolo che la matassa si sbroglia del tutto. Letteralmente vi si afferma che la classe operaia non costituisce la maggior parte della società, che non produce la maggior parte della ricchezza della società, e che non consiste dei membri sfruttati e poveri della società; e soprattutto che di conseguenza a queste quattro negazioni, la classe operaia stessa non può muoversi in una prospettiva rivoluzionaria. Naturalmente, queste affermazioni vengono presentate come evidenti: non è necessario fornire per esse alcuna dimostrazione. Se la classe operaia non può e non deve fare la rivoluzione, il punto diventa “pensare l’universalità singolare del soggetto emancipatore (…) come determinata oggettivamente-materialmente, ma senza la classe operaia come sua base sostanziale”. Per Žižek è il capitalismo stesso a offrire la soluzione, in quanto crea le crisi e gli enormi problemi “che aprono lo spazio della resistenza”: disastri ecologici, inadeguatezza della proprietà intellettuale, implicazioni etiche dei nuovi sviluppi tecnico-scientifici, nuove forme di apartheid. E qui, non c’è nulla di veramente diverso nella pratica dalle teorizzazioni postmoderne, come quelle di Hardt e Negri, contro cui Žižek si scagliava qualche dozzina di pagine prima.

Comunque, come rispondere alle sovracitate crisi? Žižek in effetti non risparmia sulle proposte, i famosi “materiali per la rivoluzione globale” del sottotitolo. Peccato che questi “materiali” altro non siano che categorie, o appelli: unendo Lennon e Lenin, bisogna “dare una chance alla dittatura del proletariato
(ma non abbiamo detto che la classe operaia non esiste?), bisogna recuperare la “giustizia egualitaria”, il “volontarismo” e la “fiducia nel popolo”, addirittura il “terrore”. Altro non serve; basta applicare queste categorie ai problemi sovracitati, e il gioco è fatto, come per la rivendicazione del “terrore egualitario” da applicare fra le varie nazioni per impedire la catastrofe ecologica. Non è dato sapere chi avanzerà questa rivendicazione, né in che modo: la proposta si risolve, fondamentalmente, in una richiesta di per sé nemmeno rivoluzionaria o transitoria, ammantata però di un massimalismo che la rende appetibile ai palati della sinistra radicale. Risulta difficile pensare a come questi “materiali per la rivoluzione globale” possano essere utilizzati da uno studente, un precario od un operaio, in qualsiasi parte del mondo vivano o lottino.

Joomla SEF URLs by Artio