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La scelta del collettivo di scrittori Wu Ming della Rivoluzione francese come cornice della loro ultima fatica è di per sé un punto di vista inconsueto, uno sguardo obliquo sulla storia. La trama di vicende che si dipanerà per tutto il romanzo comincia ad intrecciarsi attorno al periodo del Terrore e alla ghigliottina che, decapitando Luigi XVI, sta per porre una cesura netta tra due epoche storiche.

È una scena corale che ha la forza di sottrarre il lettore da un momento storico, quello attuale, in cui è difficile anche solo parlare di rivoluzione, per immergerlo nel vivo di quegli avvenimenti che hanno impresso una svolta inaspettata al corso della storia. L’effetto straniante è accentuato dai molteplici punti di osservazione attraverso cui la rivoluzione viene raccontata, rappresentati da aristocratici visionari, popolane radicalizzate, medici mesmeristi e attori di teatro. Attorno ad essi si muove il caotico mondo di una società nuova in gestazione.
A fare da contraltare al gran numero di personaggi che, come si scopre alla fine, furono persone reali, è la brevità del periodo durante il quale si intrecciano le loro avventure. Come sempre nelle rivoluzioni idee e azioni, episodi e dibattiti sono governati da un tempo che è diverso da quello consueto, in cui le esperienze sedimentano le une sulle altre e partoriscono idee nuove con estrema lentezza. Solo due anni intercorrono tra l’inizio e la fine del racconto eppure gli avvenimenti che fanno da sfondo alle vicende narrate sono innumerevoli, ma, ed è questo uno dei punti di forza del romanzo, si coagulano in un giudizio sostanzialmente unico e coerente: non è vero che l’ottimo sia nemico del bene, che ne è, al massimo, un suo sottoprodotto. Questo pensiero viene fuori dalla rappresentazione delle aspirazioni e delle ambizioni che mossero il popolo parigino, ritratto non solo nelle vicende di singoli personaggi, ma addirittura incarnato nella voce della rivoluzione, una voce fuori campo che vuole restituire al lettore il punto di vista dei sanculotti dei sobborghi popolari, il vero motore degli avvenimenti.
Il confronto tra aspirazioni ideali e necessità materiali che vivificò il processo rivoluzionario non si risolse mai nella prospettiva di un ritorno al rassicurante ordine precedente e sono proprio quegli aspetti che più assecondarono le tensioni alla rottura con il passato che la rivoluzione ha lasciato come migliore eredità ai posteri . Un lascito in tutti gli ambiti, politico, economico e culturale, enorme, che la subdola restaurazione termidoriana non riuscì ad eliminare del tutto e a cui ancora oggi è necessario fare riferimento. Nel tracciare un bilancio di quella che fu la grande rivoluzione, il romanzo sottolinea due aspetti. Il primo riguarda le classi dominanti che si sono alternate nei secoli sul palcoscenico della storia. Quando fu spodestata, l’aristocrazia non era che la parodia del ceto che per secoli aveva guidato il continente, ma a decretarne la fine furono, tra i vari motivi, anche gli errati presupposti ideologici, le tare che si portava con sé da secoli, rappresentate dall’ironica fine di Luigi XVII, discendente di re taumaturghi morto per la scrofola. La borghesia, la classe in ascesa, portava a sua volta con sé quei limiti che oggi la condannano, riassumibili nell’inesauribile contraddizione tra la difesa della proprietà privata e l’aspirazione ideale alla libertà, anche economica, della società.
La seconda considerazione coinvolge la rivoluzione in quanto levatrice della storia. La crisi di un sistema e della sua classe dominante non ne producono automaticamente il crollo, che può avvenire solo come conseguenza dell’affermazione rivoluzionaria di nuovi gruppi sociali, all’interno dei quali e solo al loro interno, gli individui possono agire un ruolo. Avvenimento contraddittorio come nessun altro, le dimensioni e la radicalità della rivoluzione sono indispensabili per tentare una profonda trasformazione della società. Per ottenere l’ottimo occorre la Rivoluzione, con la erre maiuscola.

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