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Il conflitto tra il regime golpista guidato da Roberto Micheletti e i sostenitori del presidente legittimo Manuel Zelaya, deposto ed esiliato dai militari il 28 giugno scorso per fermare i suoi tentativi di riforma della Costituzione in senso progressista, si sta concludendo nel peggiore dei modi.

Lotta e repressione

Dopo un’estate di lotta durissima ed eroica in cui la sinistra, i sindacati, i movimenti sociali si sono organizzati nel Fronte Nazionale di Resistenza contro il Golpe, il 21 settembre Hugo Chávez aveva annunciato con soddisfazione che Zelaya era rientrato clandestinamente in patria e aveva trovato rifugio nell’ambasciata brasiliana a Tegucicalpa. La presenza di Zelaya nella capitale honduregna aveva immediatamente suscitato un gigantesco entusiasmo popolare e migliaia di sostenitori del presidente rovesciato erano accorsi attorno all’ambasciata, mentre il regime golpista dichiarava il coprifuoco e procedeva ad una repressione durissima.

Per alcuni giorni si era vissuta in Honduras una situazione quasi insurrezionale, gli scioperi si susseguivano, barricate sorgevano ovunque, talvolta le forze del Fronte di Resistenza riuscivano a sconfiggere la polizia e l’esercito: il rovesciamento rivoluzionario della dittatura di Micheletti sembrava a portata di mano. La direzione del Fronte non aveva tuttavia le idee chiare: in quelle ore cruciali non vennero prese decisioni nette e si continuò ad insistere con la linea incomprensibile della “resistenza pacifica”, non organizzando picchetti armati di autodifesa delle manifestazioni, delle sedi e dei capi della Resistenza. Intanto il bilancio ufficiale delle vittime della violenza degli usurpatori è salito a 22 e l’ambasciata brasiliana era circondata da soldati che usavano anche “dispositivi acustici a lungo raggio” per torturare Zelaya e i suoi con rumori assordanti a tutte le ore del giorno e della notte. Il personale dell’ambasciata ha riportato anche sintomi di avvelenamento.

Negoziato e inganno

Ora che l’occasione era persa, ora che il popolo era rimasto disarmato e disorientato, la borghesia honduregna e l’imperialismo potevano giocare nuovamente la carta del negoziato per sventare un esito rivoluzionario di questa crisi. Zelaya si era già dall’esilio dimostrato tentennante e disposto a cedimenti di fronte a subdole proposte di “dialogo nazionale” sponsorizzate da Hillary Clinton e dal presidente costaricano Oscar Arias, mediatore per conto dell’Organizzazione degli Stati Americani.

Il 30 ottobre l’arrivo a Tegucicalpa di Tom Shannon, sottosegretario agli Esteri per il governo Obama, si rivela decisivo per giungere alla firma di un accordo tra i rappresentanti di Micheletti, di Zelaya e dell’OSA (Organizzazione degli stati americani). Questi sono alcuni dei punti dell’accordo:

- Creazione di un governo di “unità e riconciliazione” con tutti i partiti, inclusi quelli pro-golpe.

- Rinuncia ad ogni appello al cambiamento della Costituzione. Impedire questo cambiamento era lo scopo del colpo di Stato, che quindi può dire di avere ottenuto il suo scopo con la collaborazione dello stesso Zelaya!

- Riconoscimento della validità delle elezioni che si terranno il prossimo 29 novembre, che si terranno evidentemente in condizioni piuttosto dubbie visto che è da mesi che le libertà democratiche sono sospese.

-  La polizia e l’esercito saranno sotto il controllo della Corte Suprema Elettorale (filogolpista) fino alle elezioni.

- Al parlamento (lo stesso che a giugno ha votato a favore dell’usurpatore Micheletti!) si chiede di votare la restituzione del potere a Zelaya fino al 28 gennaio, quando entrerà in carica il nuovo presidente che sarà eletto il 29 novembre (Zelaya non può ricandidarsi).

L’accordo disatteso

È chiaro che questo accordo è una farsa: anche se fosse rispettato, rappresenterebbe una vittoria per la borghesia honduregna, che avrebbe bloccato le riforme sociali e costituzionali salvando al contempo le apparenze democratiche. Proprio il capo della Confindustria honduregna (filogolpista), Adolfo Facusse, aveva proposto il 29 settembre un piano che prevedeva il ritorno di Zelaya con poteri limitati, un posto da parlamentare a vita per Micheletti e l’intervento di truppe multinazionali: la soluzione negoziale era in questa fase quella preferita dalla classe dominante per imbrigliare le masse honduregne. Eppure il giornale di Rifondazione Comunista, Liberazione, accoglie la firma di questa capitolazione scandalosa da parte di Zelaya con toni trionfali titolando C’era una volta il cortile di casa facendo scrivere in seconda pagina alla solita Angela Nocioni che con la “vittoria” di Zelaya gli USA di Obama riconoscono di non poter più interferire in America Latina!

Nonostante il suo coraggio personale dimostrato col rocambolesco rientro in patria del 21 settembre, Zelaya ha mostrato al nemico la sua debolezza con l’accettazione dell’accordo e la confusione seminata tra i suoi seguaci hanno permesso alla fazione di Micheletti di procedere ad un’ulteriore provocazione. Il 3 novembre il parlamento ha deciso… di non decidere, rinviando la decisione sul destino di Zelaya a dopo che una serie di organismi e istituzioni dello Stato si saranno pronunciate. Il 5 novembre Micheletti ha dato la sua interpretazione di “governo di unità nazionale” nominando sé stesso capo del governo e scegliendosi i propri ministri di fronte al rifiuto di Zelaya di fornire una rosa di 10 nomi.

Il farsesco “dialogo” tra le due parti si è così nuovamente rotto, salvo riprendere sabato 7 novembre con un nuovo tavolo di discussione. È chiaro che siamo di fronte ad una tecnica dilatoria da parte della destra golpista. Il portavoce del Fronte di Resistenza, Juan Barahona, ha dichiarato che non riconoscerà le fraudolente elezioni di fine novembre e ha invitato a boicottarle. Una combinazione di repressione e falsi negoziati, aiutata dall’irresolutezza politica di Zelaya, hanno paralizzato il movimento, ma lo stallo odierno può rompersi da un momento all’altro con il ritorno in scena delle masse, che da questa amara soluzione dello scontro Micheletti-Zelaya  devono imparare a fidarsi solo delle proprie forze!

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