Crisi mondiale: dissetarsi con acqua salata - Falcemartello

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Molti commentatori economici (non tutti per la verità) affermano da qualche mese che il peggio della crisi sta alle nostre spalle, è vero che la disoccupazione è in forte aumento tendenziale peraltro con alcuni segnali settimanali di recupero rispetto alle aspettative formulate in precedenza (mercato del lavoro Usa), tuttavia la produzione di beni e servizi dà segni di ripresa, la recessione tecnica è finita, la crescita sarà probabilmente lenta ma ci sarà, è vero che i consumi sono in sofferenza nelle aree tradizionalmente sviluppate (Europa e Nord America), ma una mano alla crescita globale la stanno dando i Paesi Emergenti (Cina in testa) con l’aumento della domanda interna e sempre più la daranno in futuro.

I rilievi che vengono dalle Autorità monetarie internazionali e dagli organismi economici internazionali, pur confermando elementi di ripresa economica non lasciano spazio a previsioni troppo ottimistiche sul futuro. In particolare gli interrogativi si concentrano sulle politiche di exit-strategy, vale a dire cosa succederà quando termineranno le politiche di intervento statale a sostegno dal momento che queste, vista l’abnorme crescita dei debiti pubblici rispetto alla situazione prima della crisi (Usa, Gran Bretagna e Giappone in testa), non potranno continuare all’infinito?

Partiamo dal mercato finanziario. A partire dal 23 marzo 2009 si è avuto un recupero molto consistente degli indici azionari di tutto il mondo rispetto ai minimi storici di periodo raggiunti appunto nel mese di marzo di quest’anno, anche il mercato obbligazionario ha registrato dei sensibili miglioramenti con il restringimento degli spread di default nel settore Corporate.

Le politiche di immissione ingente di liquidità attuate dalle principali Banche Centrali (Fed, Bce, Boe, Boj ed altre) via via coordinatesi nel tempo dopo la prima fase di sorpresa derivante dal fallimento di Lehman Brothers hanno almeno temporaneamente salvato la situazione da ripercussioni ben più gravi.

Però nella crescita dei mercati finanziari c’è qualcosa che non si giustifica con fondamentali economici così deteriorati.

 

I risultati delle trimestrali di cassa di alcune grandi banche evidenziano risultati in termine di utili a dire poco sorprendenti. JP Morgan e Goldman Sachs hanno ottenuto utili trimestrali superiori ai tre miliardi di dollari raggiungendo in termini tendenziali i livelli del 2007, cioè ante crisi, con la previsione per G.S. di utili 2009 pari a 11 miliardi di dollari. In contrapposizione a questi dati stupefacenti nel settore banche commerciali vediamo invece crescere le perdite di esercizio di Citygroup e Bank of America con un aumento dei crediti in sofferenza che per quest’ultima ha raggiunto i 33,8 miliardi di dollari. Inoltre tutte le Banche del settore hanno visto aumentare sensibilmente le loro sofferenze. Il numero di banche che ha crediti diventati praticamente inesigibili per un ammontare superiore al 20% del totale è il più alto degli ultimi 18 anni.

Tutto questo dimostra che la grandissima parte del denaro messo a disposizione dalle maggiori banche è stato utilizzato per attività di trading e di supporto all’attività di collocamento non già per sostenere l’attività produttiva.

è lecito chiedersi se questo modo di procedere può innescare una nuova bolla speculativa.

Probabilmente sì e le conseguenze per il sistema finanziario sarebbero rovinose.

 

Passando all’esame macro economico alcuni dati del terzo trimestre indicano una crescita economica. Ad esempio, il Bureau of Economic Analysis stima che nel terzo trimestre la crescita reale annualizzata del Pil negli Stati Uniti sia stata del 3,5%.In prospettiva l’Fmi prevede una crescita globale del 3% nel 2010.

Ciò che non è chiaro, tuttavia, è se la crescita globale (trattasi peraltro di una stima) sia in grado di sostenersi da sé. Questro perchè i fattori che stanno trainando l’attuale ripresa sono temporanei.

Ad esempio, molti dei massicci programmi statali di rilancio volti a fronteggiare la crisi sono entrati nella fase conclusiva. La Cina ha varato un piano di 587 miliardi di $ a novembre 2008, e ora gli interventi potrebbero venire gradualmente ridotti. La legge speciale statunitense del febbraio 2009, nota come Act (American Recovery and Reinvestment), prevedeva lo stanziamento di 787 miliardi di dollari. Il grosso dell’effetto di tale provvedimento verrà avvertito entro il 2010.

Inoltre, un altro dei fattori responsabili dell’attuale ripresa economica sembra essere il ciclo delle scorte. La drastica riduzione delle scorte operata dalla imprese a fine 2008 ha visto in questi mesi un processo di ricostituzione delle medesime ma che potrebbe nuovamente interrompersi se non interverrà a sostegno dell’attività produttiva una ripresa della domanda.

E questo è il punto critico.

Negli ultimi anni la crescita nei paesi sviluppati come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna è stata sostenuta dal consumo che negli Usa rappresenta il 70% del Pil, ma questo consumo è stato finanziato con un fortissimo indebitamento delle famiglie attraverso la concessione di mutui a carte di credito che ha gonfiato il valore degli immobili fino a determinare una gigantesca bolla speculativa il cui scoppio ha determinato la crisi attuale.

L’andamento del consumo così come la abbiamo visto nelle aree a sviluppo più maturo sarà in grado di sostenere la crescita anche in futuro, almeno per qualche tempo?

I dati del Pil statunitense per il terzo trimestre 2009 rivelano che il consumatore statunitense ha intensificato i propri acquisti dopo la caduta del 2008 e del primo trimestre 2009. Le spese reali per consumi personali sono salite del 3,4% malgrado il reddito personale reale disponibile sia sceso del 3,4%. Questo fatto rende del tutto evidente che per potere incrementare le spese le famiglie americane (e non solo) è molto probabile che continuino a indebitarsi per poterle finanziare.

Ciò acuirà gli squilibri globali. Le nazioni prevalentemente esportatrici prestano i proventi delle loro esportazioni per finanziare la spesa delle nazioni prevalentemente importatrici, in questo modo, il massiccio trasferimento della ricchezza dalle nazioni consumatrici a quelle esportatrici continuerebbe ad aumentare, rischiando di determinare una crisi persino maggiore in futuro.

Per evitare di aggravare tali squilibri globali le nazioni prevalentemente consumatrici dovrebbero ridurre drasticamente in loro indebitamento. Questa non è impresa da poco. Per fare un esempio l’indebitamento delle unità economiche statunitensi (famiglie, Stato e società non finanziarie) è pari al 320% del Pil.Se queste unità economiche indebitate utilizzeranno il reddito disponibile per pagare un po’ alla volta i loro debiti non potranno incrementare le spese, al contrario dovranno ridurle riavviando una fase recessiva nei loro paesi. Inoltre politiche di forte riduzione della spesa pubblica avrebbe ripercussioni sociali molto pesanti innescando conflitti che potrebbero portare ad una ripresa anche su vasta scala della lotta di classe che al momento non è generalizzata.

 

I dati di ottobre dell’economia statunitense sono di segno contrastante. Per la prima volta da più di un anno, l’indice Ism dei settori non manifatturieri è cresciuto di oltre il 50% e il settore dei servizi rappresenta circa l’80% dell’economia. Lo studio contenuto nel Beige Book della Federal Reserve rivela che la maggior parte dei settori, soprattutto il mercato immobiliare residenziale e il settore industriale, stanno registrando buoni risultati. Ora per quanto riguarda il settore immobiliare residenziale bisogna tenere conto che una certa ripresa delle compra-vendite è stata determinata dalla concessione di crediti d’imposta per i nuovi acquirenti ma anche questa manovra di stimolo cesserà (attualmente dovrebbe esaurirsi entro il primo semestre 2010 se non verrà prorogata), per quanto riguarda i nuovi cantieri il segno è negativo determinando il persistere di una sovracapacità produttiva. Per quanto riguarda il settore industriale nella ripresa ha giocato il ruolo delle scorte a cui si è fatto cenno sopra e degli incentivi al settore automobilistico anch’essi a scadenza.

Anche il deficit di bilancio degli Stati Uniti è risultato inferiore alle previsioni attestandosi sul 10% circa del Pil, in parte a causa della riduzione della spesa per il piano Tarp (Troubled Asset Relief Program). Altri dati sono tuttavia di segno decisamente negativo. Il dato del 9,8% registrato per la disoccupazione a Settembre è il più alto da 26 anni, anche se in questo momento i lavoratori che hanno fatto domanda di sussidio sono al livello minimo per quanto riguarda il 2009.

A settembre le scorte all’ingrosso erano ancora maggiori del previsto, nonostante le vendite fossero aumentate dell’1% rispetto ad agosto, per contrasto le vendite al dettaglio erano scese dell’1,5%, tuttavia, se si escludono le automobili, avrebbe dovuto registrarsi un aumento dello 0,5%.

 

In Europa la situazione permane critica nonostante alcuni timidi segnali di ripresa del ciclo.

Nel mese di ottobre, i commenti ufficiali lasciavano trasparire l’ansietà delle autorità politiche per la sostenibilità a lungo termine di un’eventuale ripresa in Europa.

Ai primi del mese, il subcomitato europeo della Società Finanziaria Internazionale, comprendente la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, la Banca Europea degli Investimenti e la Banca Mondiale, ha espresso preoccupazione per un eccesso di “ottimismo” che sarebbe fuori luogo, nello specifico si afferma: “i crediti concessi all’economia reale, in particolare alle piccole e medie imprese (Pmi), continuano ad assottigliarsi, i crediti in sofferenza sono in aumento, la ricapitalizzazione bancaria deve permanere elevata e la disoccupazione va rapidamente aumentando”. Dello stesso tenore sono le dichiarazioni del Presidente della Bce, J.C. Trichet e del governatore della Boe, Mervyn King.

All’interno della competizione globale il vaso di coccio rischia proprio di diventare l’Europa con le prevedibili conseguenze che questo avrà sull’occupazione e il futuro di milioni di lavoratori.