La stangata del capitale - Falcemartello

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Il recente disastro economico e finanziario della Grecia, con le ricadute che sta avendo in tutta Europa è solo un punto di passaggio di quella che probabilmente verrà ricordata come la peggior crisi del capitalismo in oltre un secolo, senz’altro peggiore della Grande Depressione degli anni ’30. Una crisi che si è aperta nell’estate del 2007 e che ogni giorno che passa si aggroviglia sempre più, senza che si veda la luce in fondo al tunnel.


È vero che negli anni ’30 il calo della produzione fu maggiore, ma questo si deve al fatto che, le classi dominanti di oggi, non hanno imboccato (almeno per ora) la strada del protezionismo e sono intervenute per salvare le banche, seppure a prezzo di “bruciare” una quantità enorme di risorse pubbliche (una cifra astronomica stimata attorno ai 2mila miliardi di dollari).

 

A cui dobbiamo sommare il recente piano per “salvare l’euro” di 750 miliardi, partorito dalla Bce (e dal Fmi). Questa manovra graverà per decenni sulle condizioni di vita di milioni di europei, e non è difficile immaginare che saranno proprio i settori più svantaggiati socialmente a pagarne il prezzo più alto.

La presenza che era diventata inusuale del Fondo monetario internazionale in Europa, riporta alla memoria i piani che nel corso degli anni ’90 hanno impiccato le economie latinoamericane, facendole sprofondare nell’abisso.

Quel poco di ripresa economica (stimolata dalla svalutazione dell’euro) di cui si parla, è molto probabile che si invertirà rapidamente in direzione di una recessione, come effetto di manovre dal carattere depressivo, che mai come in questo momento hanno un carattere concertato e simultaneo a livello europeo.

Non è l’unica novità, nonostante lo Statuto dell’Ue glielo impedisse, per la prima volta dalla sua esistenza la Bce è intervenuta a copertura di un debito sovrano e come conseguenza sta dettando ai governi europei le politiche di rientro del deficit. Niente male per una banca che agisce senza avere alle spalle uno stato sovrano.

Ma anche così mentre è molto concreto l’attacco che subiranno i lavoratori nei prossimi anni, molto meno chiaro è se questa cura di cavallo servirà a risollevare l’euro e l’economia europea nel suo insieme. Ci permettiamo di sollevare più di un dubbio a proposito.

Salvare la Grecia o le banche?

A rischio default (fallimento) non c’è solo la Grecia, che è semplicemente la punta dell’iceberg, ma una quantità enorme di banche, aziende, per non parlare di milioni di persone che vengono gettate sul lastrico.

Non ci sono su scala mondiale, i margini per un New Deal, né per politiche keynesiane (con l’eccezione della Cina) e non a caso a differenza di Roosevelt, il democratico Obama si coordina con i governi europei per mettere in campo la madre di tutte le stangate.

I piani di aggiustamento strutturale per “salvare la Grecia” (in realtà per salvare i prestatori, e cioè le banche europee e americane che possiedono i buoni del tesoro di Atene) si stanno approvando in tutta Europa e sono piani di lacrime e sangue (riduzioni salariali, attacchi a sanità, pensioni e stato sociale). Complessivamente si parla di tagli per 300 miliardi di euro (di cui 24 è la parte che tocca all’Italia, contenuti nella manovra di Tremonti).

Tre dei paesi più colpiti dalla crisi (Grecia, Spagna, Portogallo), sono guidati da governi socialdemocratici, che si fanno paladini di queste misure. In Italia, la critica fondamentale che il Pd rivolge al governo è quella di aver abbandonato il “rigore” del governo Prodi. Ed è evidente che se ci sarà un’opposizione parlamentare alla manovra, non andrà nella direzione di opporsi al cosiddetto risanamento dei conti.

Che governi socialisti, come quello di Zapatero, applichino misure draconiane di questo tipo è uno scandalo, ma non è sorprendente, inserendosi pienamente in quel processo che vede, non da oggi, la socialdemocrazia identificarsi totalmente con le politiche di rigore e di stabilizzazione monetaria delle borghesie europee.

Ma che in Portogallo, sia detto di passata, il Bloco de Esquerda abbia votato il piano di “riscatto” della Grecia, che prelude ai futuri attacchi contro i lavoratori, è qualcosa che dovrebbero spiegarci molto bene tutti coloro, come Sinistra Critica qui in Italia, che presentano questa formazione politica come un modello da seguire nella costruzione di nuovi partiti anticapitalisti.

Con i soldi degli altri

Dopo aver intascato profitti d’oro per oltre 20 anni utilizzando un meccanismo perverso basato su debiti, insolvenze e “gioco d’azzardo” nelle borse, lor signori chiedono ora a noi sacrifici per coprire le loro perdite catastrofiche.

Che di truffa si tratti è ciò che la maggior parte della gente intuisce, ma capire i meccanismi “occulti” che guidano il sistema e producono questo tipo di crisi è altra cosa. Abbondano anche a sinistra risposte superficiali che tendono ad individuare nel capitalismo “speculativo” e nella finanza il responsabile di ogni male.

Ma la causa della crisi non è da ricercarsi in presunte deviazioni o degenerazioni del sistema ma nella sua contraddizione intrinseca. Marx la individuava: nel carattere “sociale” della produzione capitalistica che entra in contraddizione con la forma “privata” della proprietà dei mezzi di produzione e con l'appropriazione “privata” del profitto.

Da questa contraddizione fondamentale vengono generate tutte le altre, la crisi di sovrapproduzione di merci e capitali, la tendenza al sottoconsumo e al calo del saggio di profitto, che sono alla base della “fuga verso la finanza” che il capitale ha fatto in questi anni, con la gigantesca ristrutturazione industriale che è iniziata negli anni ’80.

Il reaganismo ha rappresentato, un ritorno, se si vuole su base più allargata, alla fase ottocentesca del capitalismo (quello del “laissez-faire”).

Così come allora la “mano invisibile” del mercato avrebbe risolto tutti i problemi e tutte le contraddizioni. Lo Stato doveva mettersi da parte. Per poi accorgersi 30 anni dopo che è grazie agli Stati e alle banche centrali se ancora esiste (per quanto sgangherato) un sistema finanziario a livello mondiale.

Ai lavoratori che vedevano ridursi drasticamente i propri salari e i propri diritti (con il dilagare del precariato) e lo stato sociale che andava a pezzi, il capitale ha dato la possibilità di indebitarsi.

Non era una novità, ma a differenza degli anni ’50-’60 non si trattava solo di comprare la lavatrice o l’automobile a rate, ma di entrare nel meraviglioso mondo della finanza.

“Non hai un lavoro sicuro, né reddito stabile e contemporaneamente il prezzo delle case va alle stelle? Non c’è problema ti diamo una nuova carta di credito, mettiamo il tuo tfr e la tua pensione nei fondi azionari e via di questo passo. Anche se sei un morto di fame, così facendo anche tu, operaio, potrai godere un giorno dei benefici della new economy.”

Non si tratta di una scelta isolata, ma della tendenza dominante che a partire dagli Usa si è imposta sul mercato mondiale. D’altra parte se così non fosse un processo di tale portata non si sarebbe mai potuto affermare, e tra parentesi gli Stati non sono stati messi da parte, come pensava qualcuno, ma sono stati promotori e garanti del processo e cioè i soggetti che hanno permesso che si affermasse il processo della cosiddetta globalizzazione liberista.

Le bolle speculative e il mercato dei derivati

Un passo dopo l’altro, nella misura in cui le contraddizioni non si attenuavano ma si allargavano sempre più si è arrivati al punto in cui siamo oggi. Un passaggio qualitativo è stato senza dubbio quello dei mutui sub-prime.

A quei soggetti che non offrivano sufficienti garanzie di copertura dei debiti sono stati offerti questi mutui. I rischi di dare un mutuo a chi presumibilmente non avrebbe potuto pagarlo veniva monetizzato da tassi d’interesse molto più elevati, ma la “magia” era che le società prestatrici che così facendo ottenevano rendimenti più alti non si assumevano alcun rischio perché gli si permetteva di scaricarlo sulla collettività attraverso un’altra diavoleria: i Cdo (Collateralized Debt Obligation), guarda caso inventati nel 1987, l’anno in cui in un solo giorno la borsa di New York perdeva il 22% delle proprie quotazioni.

Sul mercato dei derivati, i Cdo hanno invaso l’economia entrando nei portafogli di banche, società e persino di fondi pensione e governativi, i cosiddetti fondi istituzionali. Da qui la pressione del capitale sui governi per portare tutte le risorse disponibili nei mercati finanziari.

È stata creata così una vera e propria catena di Sant’Antonio, con numerosi intrecci d’interesse tra banche, fondi, governi e organismi di vigilanza. Non era strano vedere infatti che gli stessi personaggi sedessero contemporaneamente sugli scranni governativi, in più consigli d’amministrazione privati e pubblici e in istituzioni finanziarie di varia natura.

Un esempio è la truffa organizzata da Bernard Madoff. Madoff, oltre a essere presidente del Nasdaq, l’indice dei titoli telematici a Wall Street, ha dato vita ad un hedge fund (fondi ad alto rischio) in grado di attirare investitori incauti in una specie di “piramide” promettendo guadagni astronomici in tempi brevi. Promesse mantenute per molti dei partecipanti, con rendite a doppia cifra dal 2005 ai giorni turbolenti della crisi finanziaria. Come tutte le piramidi finanziarie, però, il gioco può andare avanti reggendosi sulle perdite dei nuovi investitori, finchè il loro numero non diventa troppo grosso. Una truffa da 50 miliardi di dollari, fatta sotto gli occhi compiacenti degli organismi di vigilanza, che avrebbero dovuto salvaguardarci dalle cosiddette pratiche speculative.

Attraverso l’esplosione del mercato dei derivati e dei mutui sub-prime, gli Usa hanno utilizzato la leva monetaria per esportare all’estero le proprie contraddizioni. Un processo parallelo alla svalutazione del dollaro, che puntava a recuperare competitività per le proprie imprese riducendo allo stesso tempo il valore dei debiti contratti in gran parte con investitori asiatici (Giappone prima e Cina poi).

Per dare un’idea del fenomeno il mercato dei mutui sub-prime che non esisteva nel 1995, nel 2000 era salito al valore di 50 miliardi di dollari, per arrivare ai 400 miliardi di dollari nel 2006. Il valore dei prestiti “inscatolati” nelle cosiddette cartolarizzazioni (Cdo e Cds) passava invece dai 5mila miliardi di dollari del 1990 ai 30mila del 2006 (raggiungendo il 40% dei prestiti mondiali).

Il percorso che si è sviluppato negli ultimi 30 anni è nella sua essenza semplice. Nella misura in cui Marx spiegava che il valore e dunque la ricchezza viene dal lavoro e dal processo di valorizzazione del capitale D-M-D (Denaro-Merce-Denaro), i capitalisti che fanno? Cercano di aggirare questa legge e di produrre denaro dal denaro senza passare dalla produzione. Per cui si vende un prodotto ad un prezzo che è di gran lunga superiore al suo valore, pensando di rivenderlo a qualcun altro a un prezzo ancora maggiorato, fino al giorno in cui i valori crollano e la bolla speculativa esplode.

Ma nel tentativo di evitare l’inevitabile e cioè l’esplosione della bolla, inietti altra liquidità nell’economia a prezzo di aggravar ancor più la situazione, che è precisamente quanto sta avvenendo oggi, dove i piccoli imprenditori sono costretti a chiudere perché non riescono ad avere crediti dalle banche, mentre gli speculatori di grossa risma hanno capitali a volontà e approfittano dei bassi tassi d’interesse, per fare altra speculazione. E non c’è una sola impresa “produttiva” che in questi anni non è entrata nel “grande gioco”.

La decisione di mettere in ginocchio la Grecia sembra sia stata presa in una cena di affari da una trentina di hedge fund americani. L’8 febbraio assieme al magnate George Soros, c’erano a quel tavolo i dirigenti di Goldman Sachs, Aig, Bank of America, Barclays, Moore Capital, Fidelity International,
Paulson, Brevan Howard.

Questi signori sono stati ovviamente aiutati dalle manovre della Merkel, che hanno oggettivamente ritardato l’intervento permettendo alle banche di arricchirsi ancor più dalla crisi.

Questa cinica operazione tesa a consolidare l’egemonia tedesca nel mercato europeo finirà con ogni probabilità per produrre un indebolimento ulteriore dell’Europa nel suo insieme.

Per altro non è da oggi che il vecchio continente è il vaso di coccio all’interno di un processo mondiale che vede la transizione dal modello americano a quello asiatico.

Se anche l’Europa giungesse all’unificazione politica (cosa di cui dubitiamo alquanto, la tendenza è piuttosto verso la disgregazione) sarebbe comunque troppo piccola per conquistare un ruolo guida nell’economia mondiale. Il centro di gravità della storia mondiale si sta trasferendo da Ovest a Est. È un processo inarrestabile, suffragato da un innumerevole quantità di dati economici. Siamo di fronte al declino degli Usa e della vecchia Europa e alla ascesa di nuove potenze economiche. Un processo molto simile a quello che in passato aveva visto il “passaggio di testimone” tra la Gran Bretagna e gli Usa, e ancora prima dall’Olanda al Regno Unito.

Più volte nella storia il declino di una potenza dominante a discapito di un’altra ha aperto delle fasi critiche che si manifestavano con l’esplosione della speculazione finanziaria. La prima bolla speculativa dell’era capitalistica che si ricordi è quella sui bulbi di tulipano.

All’inizio del XVII secolo il tulipano diventava il tratto distintivo delle dame di mezza Europa. Nel 1637 al culmine della bolla un bulbo di tulipano, alla borsa di Amsterdam, raggiunse l’improbabile cifra di 10mila fiorini (corrispondenti a 90mila euro di oggi)!

Europa e Usa

I più grandi sconvolgimenti sul piano politico e sociale (guerre, rivoluzioni e contro-rivoluzioni) si collocano spesso al confine tra due epoche differenti di sviluppo economico, che è precisamente la fase che stiamo attraversando oggi.

Potremmo definirla una transizione egemonica, perché oltre alla crisi del neoliberismo si somma la crisi dell’egemonia Usa e il prepotente affacciarsi della Cina sullo scacchiere mondiale.

La piccola, vecchia Europa è intrappolata in questa dinamica con un ruolo totalmente subalterno. La vicenda di questi mesi lo dimostra una volta di più.

Il fatto che Obama abbia guidato le mosse della Merkel, e poi di Zapatero per convincerlo al varo di misure economiche senza precedenti, come la diminuzione del 5% dei salari nominali è la dimostrazione di questo. Pare di assistere all’assetto post-bellico quando erano gli Usa a indicare la strada agli europei, con la differenza che rispetto ad allora gli Usa non sono più una potenza in ascesa e non c’è nessun piano Marshall all’orizzonte.

Obama è riuscito ad imporre alla Bce che lasciasse per strada tutti i precedenti vincoli di cui si era dotata. Ed è così che la Bce contrariamente al passato si è riempita, come già fece la Fed, il portafoglio di titoli spazzatura.

Quelle stesse banche private che sono responsabili dell’indebitamento senza precedenti degli Stati, ora mettono in campo delle operazioni quanto mai lucrose sui debiti che loro stesse hanno provocato. È pazzesco ma è proprio quello che sta succedendo.

Non è affatto detto che i governi europei (di qualsiasi matrice politica essi siano) si rendano conto che Obama li sta spingendo a prendere misure draconiane che spera di non essere costretto a prendere lui, tipo consigliare alla Grecia che ha raggiunto ormai il 150% del Pil, di impegnare per un numero imprecisato di anni il 10% del proprio Pil per ripagare i debiti. Una cifra assolutamente folle!

Ma se così fosse stiamo parlando di una ricetta fatta e finita per la rivolta sociale su scala continentale. Forse è giunta l’ora che le masse, sostanzialmente assenti dalla scena politica europea per oltre 30 anni, tornino a far sentire la propria voce. Ne è proprio giunta l’ora…