Truffe vere e riforme false. La finanza dopo la crisi - Falcemartello

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 La propensione a truffare ed essere truffati corre parallela alla propensione a speculare durante un boom. Crolli e panici, con il loro motto si salvi chi può, inducono ancor più a imbrogliare per salvarsi. E il segnale del panico è spesso l’emergere di qualche truffa, furto, malversazione o frode – C. P. Kindleberger

 

 La situazione economica generale

La crisi economica mondiale miete un doloroso raccolto con il crescere della disoccupazione e della miseria, ma le borse sembrano averla dimenticata, ed anche l'attacco all'Euro di queste settimane si deve inserire in questo contesto speculativo. Non è difficile capire perché: “grazie anche all’abbondante liquidità disponibile sui mercati, le quotazioni azionarie hanno ripreso a crescere moderatamente; i premi per il rischio sulle obbligazioni societarie e quelli sul debito sovrano dei paesi emergenti sono rimasti stabili o si sono ridotti lievemente” (1). In una parola: il massiccio intervento statale ha riportato l’euforia tra gli operatori finanziari. Prevedono, giustamente, che non saranno chiamati a rispondere dei guasti che hanno provocato all’economia né a contribuire ai decenni di austerità che si preannunciano (2).

Quanto dolorosi saranno i tagli è implicito nella dimensione del peggioramento dei conti pubblici. Nel 2009, per i paesi dell’Unione Europea il rapporto deficit pubblico/Pil è passato, in media, dal 2,3 al 6,8%, quello debito statale/Pil dal 61,6 al 73,6%. Detto diversamente, l’Europa nel suo complesso non rispetta più i parametri di Maastricht. Persino Germania e Francia, i due pilastri della stabilità finanziaria europea, hanno conti pubblici largamente fuori controllo già prima degli aiuti promessi alla Grecia. A chi sono andati questi soldi è ben noto. Solo nel 2008, nei paesi avanzati gli aiuti statali al settore finanziario sono stati, in media, il 36% del Pil, ma negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, presunte patrie del liberismo, hanno superato l’80%. E questo senza contare gli aiuti provenienti dalle banche centrali i cui bilanci continuano a levitare come effetto della liquidità fornita ai mercati. Così, fatta 100 la dimensione del bilancio a inizio 2008, essa è ora 300 per la Banca d’Inghilterra, 250 per la Federal Reserve, 160 per la BCE. Nel frattempo, i profitti delle banche sono tornati a livelli record.

Mentre i lavoratori, a partire da quelli greci, vengono chiamati a pagare il conto dell’esplosione della bolla, la finanza ne ha messa in piedi un’altra. Certo, non stupisce, con questa gigantesca mano visibile, che i corsi azionari in molti paesi siano tornati ai livelli dell’inizio del 2008. Tuttavia, l’euforia non si è ancora trasmessa al credito. I prestiti alle imprese continuano a calare, nonostante i tassi bassissimi. Le banche continuano a sperimentare un deterioramento della qualità dei loro creditori. Così, malgrado le centinaia di miliardi di euro che i governi hanno messo a disposizione, il credito alle aziende è in calo. Invece è ripartita in grande stile la speculazione.

Anche prima di questa nuova fiammata di euforia, erano venuti a galla una serie di comportamenti, da parte delle grandi banche internazionali, che vanno dal disinvolto al criminale.

Le truffe di Goldman Sachs e delle altre

Sono come Robin Hood ma al contrario. Sono quelli che fanno soldi con i poveri per darli ai ricchi. Politicamente non è una situazione piacevole in cui stare – James McCaughan, Direttore di Principal Global Investors

 Goldman Sachs è la più famosa banca d’affari del mondo. Uscita quasi indenne dalla crisi, che l’ha liberata da diversi concorrenti, si godeva il suo successo globale quando, nel giro di poche settimane, si è ritrovata, da mito della finanza, a essere additata quale produttore seriale di truffe e imbrogli. Già all’inizio della crisi greca era emerso che la banca aveva aiutato anni addietro l’allora governo di Atene a nascondere, dietro lauta ricompensa, parte del debito, ma lo scandalo è diventato esplosivo quando è emerso il comportamento dell’azienda verso altri operatori finanziari.

Il 16, aprile la SEC, la Consob americana, ha incriminato Goldman Sachs per frode. È stato un uragano, con il titolo della banca che ha perso oltre il 12% in poche ore. La truffa consisterebbe in questo: nel pieno della crisi dei “sub-prime” Goldman aveva costruito un prodotto finanziario complesso, un CDO di nome “Abacus 2007-AC1”(4), per un hedge fund (Paulson and Co). I dirigenti dell’hedge fund ritenevano che gran parte dei sottoscrittori dei mutui sottostanti al prodotto non sarebbe stato in grado di continuare a pagare le rate non appena queste fossero iniziate a salire. Infatti, molti di questi mutui sub-prime prevedevano un tasso d’interesse molto basso e fisso per due anni, ma alto e variabile dal terzo anno. Chi li sceglieva sperava, finito il periodo di tassi bassi, di rinegoziare un nuovo mutuo “normale” al terzo anno, cosa che sarebbe stata possibile se il valore della casa fosse aumentato ai ritmi di crescita che il mercato immobiliare aveva avuto tra il 2001 e il 2006. L’hedge fund scommetteva contro tale possibilità, cioè scommetteva sul calo dei prezzi degli immobili.

Questi CDO erano particolarmente allettanti per le banche d’affari perché potevano essere venduti a tutti. Infatti, le agenzie di rating (Moody’s e S&P) gli avevano dato il giudizio migliore (AAA), considerandoli sicuri come i titoli di stato tedeschi o americani e ciò aveva consentito a chi li emetteva di venderli anche a fondi pensione e altri investitori istituzionali. Ma non è finita qui. L’hedge fund ha chiesto a Goldman Sachs di creare un “CDO sintetico”(5) in cui mettere una selezione particolarmente rischiosa di mutui sub-prime e al quale, di nuovo, è attribuito un rating eccellente. Una volta venduto questo prodotto a qualche malcapitato, spesso altri fondi o banche, l’hedge fund aveva acquistato un altro prodotto che lo assicurava dal fallimento del CDO sintetico consentendogli di incassare dei premi qualora i mutui sub-prime alla base di tutta l’operazione avessero cominciato a saltare. L’assicurazione, peraltro, costava molto poco perché la società che la forniva (in sostanza vendendo un ulteriore prodotto finanziario in cui era incorporata l’assicurazione) fidandosi del rating alto, faceva pagare poco il costo di una protezione ritenuta quasi superflua (in fondo era un titolo sicuro, tripla AAA!). In pratica, il CDO sintetico è stato creato già sapendo che sarebbe colato a picco e che i costi del crollo non sarebbero stati pagati dai suoi ideatori che si erano premuniti per tempo. Così Goldman consigliava ai suoi clienti un prodotto di cui conosceva la natura rischiosa guardandosi bene dal dire che l’hedge fund ideatore del prodotto l’aveva creato per scommettere sul suo fallimento. Il tutto ha fruttato alla banca guadagni favolosi sia per le commissioni pagate da Paulson per creare il prodotto, sia per la vendita alla sua clientela. Alcune delle banche acquirenti nel corso della crisi sono state salvate con soldi pubblici.

Alla fine, tolti nomi esotici e matematica avanzata, si tratta di un imbroglio vecchissimo: la vendita di piombo rivestito d’oro come fosse oro vero. “Il prodotto realizzato da Goldman era nuovo e complesso, ma il metodo di occultamento e i conflitti sono antichi e semplici”, ha detto Robert Khuzami, un dirigente della SEC.

 Con il passare dei giorni, spuntano ogni genere di episodi fraudolenti. Per esempio, è emerso che Thomas Montag, ex dirigente del settore vendite per l’America di Goldman, aveva definito in una e-mail “un prodotto di merda” (letterale) Timberfolf, un CDO del valore di un miliardo di dollari venduto a Greywolf Capital Management LP. Dopo cinque mesi dal debutto, questo prodotto aveva perso l’80% del suo valore e venne liquidato poco dopo. Un altro clamoroso episodio riguarda il rifinanziamento, per 23,5 miliardi di sterline, del gruppo bancario inglese Lloyd’s, a cui Goldman partecipò imponendo le condizioni del finanziamento e poi investendo nel finanziamento stesso. In pratica, la banca aveva ideato le forme del finanziamento idonee al massimo guadagno come investitore. Sulla stampa finanziaria si moltiplicano le indiscrezioni di altri fronti d’indagine e la commissione del Senato americano che sta indagando su Goldman sta anch’essa ampliando le inchieste in corso.

 Questi e altri episodi di truffe, insider trading, conflitti d’interesse, aiutano a spiegare come ha fatto Goldman Sachs ad accumulare profitti record per anni anche durante la crisi, distribuendo stipendi faraonici ai suoi dirigenti. Tra l’altro, come le altre grandi banche americane, Goldman è stata fortemente aiutata durante il panico bancario, avendo ricevuto circa 8 miliardi di dollari dal governo e la possibilità di accedere alle operazioni di rifinanziamento della Federal Reserve. Evidentemente, la mano pubblica non è servita a cambiare il suo modus operandi.

Sarebbe ovviamente ingenuo pensare che Goldman Sachs sia una “mela marcia”. Al contrario, si tratta del più abile e scaltro di un branco di squali. È assai probabile che emergano inchieste su altri intermediari, anche se indagare su banche vive è difficile, per via dei mille fili che legano le autorità e questi grandi gruppi. Più facile è censurare il comportamento delle banche fallite.

È il caso di Lehman Brothers, il cui default nel settembre del 2008 ha segnato l’inizio del panico bancario. Questa banca, è ora emerso, utilizzava pratiche di bilancio fantasiose, per usare un eufemismo, al fine di pubblicizzare dati migliori del vero. Per esempio, per anni si è servita di alcune società che non risultavano a lei collegate per farsi prestare denaro attraverso pronti contro termine (un’operazione in cui una banca vende dei titoli, in cambio di denaro, con la promessa di ricomprarli a un determinato prezzo a una data fissata). Con questi e altri trucchi, Lehman trasferiva fittiziamente dei rischi fuori dal perimetro del proprio bilancio. Anche in tal caso, Lehman sarà forse ricorsa a questi trucchi contabili in modo più spregiudicato, ma non era certo l’unica a farlo.

 Le riforme immaginarie

Già prima dell’emergere di questi scandali, tutti parlavano dell’esigenza di riforme strutturali, storiche, per la finanza mondiale. Sin dall’inizio abbiamo osservato che i buoni propositi si sarebbero infranti contro le esigenze di profitto delle grandi banche internazionali e che la montagna riformatrice avrebbe partorito topolini rachitici in forma di aggiustamenti di facciata.

Anche i più ottimisti hanno dovuto constatare la realtà con il rifiuto delle proposte di riforma di Obama, nella votazione del 26 aprile al Senato americano. È ora chiaro che la riforma della finanza farà la fine di quella sanitaria: molta propaganda ma poca sostanza e soprattutto, nessun disturbo alle grandi società che dominano il mercato. Nonostante tutti i sondaggi indichino che la grandissima parte degli americani vuole regole più severe, l’opinione pubblica non conta nulla rispetto al potere delle grandi banche e al loro abile esercito di lobbisti.

Le proposte di riforme sono significative e riguardano tutti gli aspetti del sistema finanziario. Qui citiamo le principali. In primo luogo, è stato chiesto a gran voce un aumento del capitale che le banche devono raggiungere rispetto ai rischi che affrontano. In secondo luogo, vi è la richiesta di separare le attività più speculative (come la negoziazione dei derivati finanziari) dalle attività “ordinarie” delle banche, ad esempio escludendo aiuti pubblici alle banche impegnate nella vendita dei prodotti finanziari complessi. Più in generale c’è stato un moto di ripulsa verso l’“ingegneria finanziaria”, ossia l’arte di creare prodotti finanziari astrusi per fare soldi. Si ricorda che il “vero” compito delle banche è prestare soldi per fare crescere l’economia, come se questo vecchio mestiere non producesse lauti profitti. In questo quadro, sono state presentate diverse proposte per la creazione o il rafforzamento di agenzie per la protezione dei consumatori. Infine, nel clima generale di rabbia dell’opinione pubblica, sono stati proposti limiti ai favolosi stipendi dei top manager e un aumento delle tasse a carico delle banche.

Seppure rimangano un libro dei sogni, le proposte sarebbero positive. È fin troppo facile constatare oggi come vent’anni di “deregulation”, ossia di disarticolazione dei controlli sull’operato delle banche, abbiano giocato un ruolo importante nello sviluppo delle bolle finanziarie e nei dolorosi effetti del loro scoppio, ma l’idea che una regolamentazione più efficace possa evitare problemi in futuro è fantascienza.

Innanzitutto, crisi e bolle finanziarie si sono avute anche in settori e periodi rigidamente regolati (si pensi alla crisi delle casse di risparmio americane nell’inizio degli anni ‘80, che costò centinaia di miliardi di dollari di denaro pubblico di allora). In secondo luogo, la deregulation non è una moda, un’incomprensibile eredità ideologica del periodo della Thatcher e di Reagan, ma una tendenza inarrestabile legata a esigenze profonde del sistema finanziario. Nella misura in cui l’attività produttiva reale, non cresce più come nei trent’anni magici del dopoguerra e non produce più i profitti di un tempo, i capitalisti devono inventarsi attività altrettanto remunerative per mantenere o addirittura aumentare i margini di profitto. Se questo è il contesto, quale sarebbe l’effetto di regole più severe? Le banche cercherebbero di aggirare le norme o si sposterebbero ancor di più su attività più “innovative” ossia più rischiose.

Per esemplificare la cosa facciamo un esempio. Poniamo che le normative attuali impongano alle banche di tenere da parte come capitale il 5% del proprio attivo. Una banca con 100 milioni di attivo avrà dunque 5 milioni di euro di capitale. Poniamo che questa banca faccia 2 milioni di utili l’anno e dunque abbia un tasso di profitto di 2/5 cioè del 40%. Ora mettiamo che dopo la crisi venga introdotta una nuova regolamentazione che aumenta il capitale regolamentare dal 5 al 10%. Il saggio di profitto della banca passerà così da 2/5 a 2/10, ossia dal 40 al 20%. Dirigenti e azionisti non ne saranno particolarmente felici. Cercheranno dunque di aumentare i profitti, il che è possibile solo impegnandosi in attività più rischiose, “speculando”, occupandosi di ingegneria finanziaria e così via. E se una norma vietasse anche questo, cosa farebbero questi colossi finanziari? Accetterebbero sportivamente un secco taglio dei profitti? Non su questo pianeta. Si inventerebbero prodotti finanziari nuovi e dunque non regolati, intraprenderebbero ogni sorta di attività per ristabilire la profittabilità precedente. Inoltre, si fonderebbero l’un l’altro per meglio resistere al calo degli utili. Così la nuova normativa avrebbe come effetto finale banche più rischiose e più grandi di prima, in barba alle chiacchiere sugli operatori troppo grandi per fallire (“too big to fail”).

Nella misura in cui le riforme fossero efficaci, ridurrebbero i profitti delle banche. Ciò provocherebbe inevitabilmente una reazione feroce del settore bancario a cui nessun governo che non intenda mettere in discussione la proprietà del sistema finanziario potrebbe resistere. Le riforme verrebbero eluse e poi smantellate. In pochi anni non ne rimarrebbe traccia. Già oggi, abbondano le scuse ufficiali per non fare le riforme. Il Fondo Monetario Internazionale, ad esempio, osserva argutamente che le riforme in un solo paese non hanno senso, e invita al “coordinamento” degli sforzi riformatori, il che significa, nella pratica, il loro abbandono in attesa di tempi migliori, anche perché ogni stato vuole che siano gli altri a riformare per primi e più incisivamente, per mantenere il proprio sistema bancario più competitivo.

Un’altra soluzione

Il sistema finanziario internazionale non può tollerare riforme di sostanza. I gruppi che lo dominano non possono essere piegati a nessuna logica riformatrice più di quanto un branco di squali possa essere convinto a diventare vegetariano. Per ora si muovono con cautela per l’ostilità dell’opinione pubblica, ma sono già comunque tornati a speculare come prima della crisi.

La mentalità e i metodi di questi soggetti emergono dalle inchieste su Goldman Sachs e altre grandi banche d’affari. Goldman è la più famosa, ma non l’unica a usare questi metodi spregiudicati. Tutta l’architettura del sistema finanziario internazionale è impostata per approfittarne in tutti i modi possibili dell’attività economica di ognuno di noi. Che si tratti di un semplice prestito per acquistare un automobile, fino ai prodotti più sofisticati, le banche si comportano come un vampiro sull’economia reale. Sorprende che, come hanno dimostrato questi scandali, le banche non si approfittano solo di sprovveduti uomini della strada ma si truffano l’un l’altra, dimostrando di non avere nemmeno quella solidarietà tra pescecani che uno si immaginerebbe vigere in quell’ambiente.

In questo quadro, le autorità pubbliche sono, come minimo inefficaci. È molto frequente che i dirigenti degli organi di controllo siano ex dirigenti dalle grandi banche. Ad esempio, le parole di Khuzami che abbiamo citato sopra sono vere, solo che provengono da un pulpito poco credibile. Infatti, lo stesso Khuzami è stato per anni a capo della struttura di Deutsche Bank che creava i CDO, gli stessi prodotti per i quali Goldman è indagata e che ora tutti considerano una truffa. Questa abitudine si è fatta largo anche da noi, come si è visto con la nomina di Draghi, per diversi anni dirigente di Goldman Sachs in Europa, a Governatore della Banca d’Italia. Difficile attendersi un atteggiamento ostile ai colossi finanziari da parte di questi soggetti.

Più in generale, lo stato borghese favorisce in ogni modo le grandi aziende. Il modo con cui sono state aiutate e persino nazionalizzate le grandi banche in questi anni lo dimostra perfettamente. Un caso eclatante è quello di Citigroup, tra le più grandi banche del mondo, a cui il governo statunitense ha dato 50 miliardi di dollari come capitale più garanzie per centinaia di miliardi. Peccato che Citigroup a quell’epoca valesse in borsa 6 miliardi. Detto diversamente, il governo avrebbe potuto comprarla tutta per un decimo dei soli aiuti diretti che le ha dato. In quello come in altri casi, la mano pubblica ha generosamente provveduto a salvare istituti di credito senza in alcun modo incidere nel loro operato. Sono rimasti i bonus miliardari per i dirigenti (anche qui le riforme di facciata non hanno toccato nulla di sostanziale) e soprattutto non hanno inciso affatto sull’operatività. La speculazione si è fermata giusto il tempo di riprendere fiato. I “mercati”, ossia le grandi banche, hanno fatto a pezzi la Grecia e ora sono in cerca di una nuova preda da spolpare. Il tutto con i soldi pubblici.

La ripresa, in sé, non risolverà alcun problema. Innanzitutto, si preannuncia anemica e non in grado di invertire l’emorragia di occupazione. In secondo luogo, non eliminerà il macigno costituito dallo spaventoso debito pubblico accumulato dagli stati né i debiti privati che continuano a crescere. Il tutto si manterrà in un equilibrio precario, pronto a esplodere al primo scossone.

Il fatto che nelle condizioni attuali del capitalismo le riforme siano impossibili da ottenere con le buone non è un argomento contro le riforme ma solo contro il riformismo. Come marxisti spieghiamo che le riforme a favore dei lavoratori si ottengono solo con delle dure lotte e movimenti sociali di massa, non attraverso negoziati con gli squali della finanza. Inoltre, di che tipo di riforme si tratta? La crisi ha fatto venire meno a livello di massa la fiducia nel “mercato” e nelle ricette liberiste. Tutti parlano della necessità di maggiori controlli, persino di intervento pubblico. Ma tutto ciò, senza modificare il funzionamento dell’economia, si ridurrà a chiacchiere o a regalare soldi dei lavoratori alle banche, come è avvenuto in questi mesi. Non sono queste le riforme che possono evitare crisi ancora peggiori. Serviranno solo a imporre dolorosi sacrifici ai lavoratori.

Nell’economia moderna, il sistema finanziario è troppo importante perché sia lasciato in mano a interessi privati. Le chiacchiere della teoria economica ufficiale sull’efficienza dei mercati si sono infrante contro la realtà. A due anni dall’inizio della crisi, con migliaia di miliardi di dollari spesi per salvare il sistema bancario, non c’è rimasto più nessuno a perorare la causa del mercato. Ma alla speculazione delle teorie interessa poco. L’aumento esponenziale dei debiti statali ha creato un nuovo terreno per le scorribande speculative e a farne le spese, oggi, come ieri, sono i lavoratori. Non è difficile prevedere per i prossimi anni programmi di lacrime e sangue da parte di tutti i governi europei.

Il capitalismo ha due modi per rimettere in ordine i conti pubblici fortemente sbilanciati dagli aiuti al sistema finanziario: una forte ondata inflazionistica che svaluti i debiti, o un programma di tagli feroci alla spesa pubblica e ai salari. In entrambi i casi saranno i lavoratori a pagare il conto di una festa alla quale non sono nemmeno stati invitati.

L’Europa di Maastricht, l’Europa dei capitalisti è una condanna alla miseria permanente per i lavoratori e per la maggioranza della popolazione. È l’Europa della speculazione, delle truffe bancarie, delle privatizzazioni. I lavoratori europei devono alzare la voce. Devono difendere i loro interessi, le proprie condizioni di vita, contro una cricca di speculatori che non ha limiti alla propria ingordigia. Non si può permettere a questi signori di continuare a dominare il sistema finanziario e l’Europa. Bisogna lottare per la nazionalizzazione delle banche sotto il controllo dei lavoratori. È ovvio che per controllare le banche occorre che siano nazionalizzate, ma non nella maniera utilizzata negli ultimi anni, dove al capitale pubblico corrispondeva una gestione a fini di profitti ovviamente privati. La gestione delle banche deve essere in mano a comitati congiunti di lavoratori del credito, organizzazioni sindacali, utenti della banca che analizzino i conti e i movimenti degli operatori. Tale controllo consentirebbe di utilizzare le banche come base per un piano di sviluppo economico complessivo che risponda alle necessità della classe lavoratrice (lavoro, casa), e che consenta anche di investire nella riqualificazione dell’ambiente, del territorio, serva insomma finalità sociali e non i profitti di pochi. Questa è l’unica riforma del sistema bancario per cui valga la pena di battersi.


 

(1) - Bollettino Economico della Banca d’Italia, aprile 2010, p. 5.

(2) Sul problema dell’esplosione del debito pubblico cfr. l’articolo “Il grande ritorno del debito pubblico?”.

(3) Vedi “Le grandi banche all’assalto della Grecia. La rivincita della speculazione finanziaria”.

(4) I CDO (collateralized debt obligation) sono titoli finanziari il cui valore e flusso cedolare dipendono da un portafoglio di attività a reddito fisso (ad esempio, obbligazioni di aziende e stati).

(5) I CDO “sintetici” sono tipi particolari di CDO, utilizzati per acquistare o vendere protezione contro l’andamento negativo dei titoli sottostanti al CDO stesso.