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Chissà se Hollande – primo ministro socialista francese – ha pensato di essere “uno statista”, un uomo di sinistra “pratico” e “realista” quando ha varato la riforma del mercato del lavoro applaudita dal Medef (l’associazione degli industriali) o il Patto di responsabilità che regala 50 miliardi di euro ai padroni tagliando servizi sociali e trasferimenti agli enti locali.

 

Di sicuro, milioni di lavoratori, giovani e disoccupati detestano l’attuale governo, asservito al potere economico, e la disfatta elettorale del partito socialista (PS) si spiega così.

Beneficiando anche di una astensione massiccia soprattutto nei quartieri popolari, la destra gollista (UMP) e l’estrema destra del Fronte Nazionale approfittano elettoralmente di questa situazione. L’UMP stravince a Marsiglia, portando a casa 7 circoscrizioni su 9, e strappa al PS decine di importanti centri: Tolosa, quarta città del paese, Amiens, Chambery, Pau, Limoges, con sindaco socialista dal 1912, e tante altre. Ci sono poi sconfitte in piccoli centri dal valore simbolico e sintomatico, da quella di Commentry – prima città con sindaco socialista eletto nel 1882 – a quelle di Florange e Hayange, centri industriali situati nella valle mineraria della Mosella da poco colpiti dalla chiusura dell’acciaeria Arcelor-Mittal senza che il governo Hollande ed il suo ministro dello sviluppo produttivo Montebourg muovessero un dito al di là di vuote dichiarazioni. Ciliegina sulla torta, il PS perde dopo decenni anche Bastia, dove un candidato nazionalista, Gilles Simeoni, sconfigge il figlio del vecchio ras locale Zuccarelli (partito radicale di sinistra). Come lezione di questa sconfitta, Hollande ha tratto la conclusione che bisogna spingersi ancora più a destra, nominando primo ministro l’ex ministro degli interni Manuel Valls, noto principalmente per gli sgomberi dei campi rom. Il suo governo approfondirà la politica d’austerità e anti-operaia di Hollande, riducendo ancora il consenso sul quale poggia il partito socialista.

E’ prevedibile che la borghesia, una volta spremuta la socialdemocrazia come un limone per affermare i suoi interessi, tornerà ad appoggiarsi sui partiti borghesi della destra. Ma Hollande è troppo “pratico” per comprendere una verità così semplice. Sentendo l’odore della nave che affonda e volendo ricollocarsi in vista delle regionali e delle presidenziali del 2017, l’Ufficio politico dei Verdi, con una maggioranza strettissima (7 favorevoli, 3 contrari e 5 astenuti), ha deciso di non entrare nel nuovo governo Valls. Cio potrà causare una rottura nel gruppo parlamentare, a larga maggioranza favorevole alla partecipazione al governo, ma bisogna sottolineare che, a scanso di equivoci, la leader di partito Duflot ha già precisato che i Verdi non sono contrari al “Patto di responsabilità” di Hollande e non aderiranno dunque alla marcia contro l’austerità promossa dal Front de Gauche (FdG -Fronte della Sinistra) per il 12 aprile a Parigi.

 

La crisi del PCF e del Fronte di Sinistra

Alla “sinistra della sinistra” – ovvero partito comunista (PCF) e partito di sinistra (PG) – non c’è alcuno sfondamento, nonostante i proclami di Mélénchon, candidato comune di PCF, PG e altre piccole formazioni di sinistra alle ultime elezioni presidenziali del 2012, nelle quali aveva conquistato più dell’11% sotto la sigla del Front de Gauche. Il FdG, innanzitutto, si è presentato diviso in molti centri importanti (Parigi, Tolosa, Rennes, Grenoble ecc.) tra il PCF in alleanza col PS sin dal primo turno in circa metà delle città con più di 20mila abitanti ed il PG che ha corso da solo, col PCF, coi Verdi (90 città) ed in alcuni casi anche col Nuovo Partito Anticapitalista (40 città).

pcfQuesto quadro indica un problema essenziale di mancata indipendenza politica dal governo PS-Verdi guidato da Ayrault. E non è certo un’alternativa di sinistra la linea di asse coi Verdi prevalente nel gruppo dirigente del PG, accentuata con toni entusiastici dopo la vittoria del candidato Verdi-PG al comune di Grenoble. Tutt’al più, questa linea nasconde l’appoggio dei Verdi alle politiche di austerità e rivela uno sfrenato elettoralismo da parte di Melenchon. Presentare dunque il dato dell’11,71% per le liste FdG autonome al primo turno mette assieme situazioni molto diverse e alimenta più che altro confusione e conclusioni superficiali. Peraltro, dove il PG si è presentato da solo i suoi risultati sono stati piuttosto modesti, ad esempio non oltre il 5% a Parigi e persino a Tolosa dove nel 2008 la sola Lega Comunista Rivoluzionaria (antenata prossima del NPA) aveva avuto quella percentuale, e comunque largamente inferiori a quanto ottenuto da Melenchon nelle presidenziali.

Il gruppo dirigente del PCF non può nemmeno provare a cantare vittoria. La sua strategia elettorale è fondata da alcuni decenni sull’asse a tutti i costi col PS come argine all’erosione della propria rete di sindaci e consiglieri comunali e cantonali. Questa scelta è stata ancora una volta rovinosa perché ha associato a livello di massa il PCF con l’operato del governo Hollande. Convincere la popolazione sul carattere locale di queste elezioni amministrative è stata un’illusione che non è andata molto oltre alle stanze dirigenti del partito. A conti fatti, gli strateghi “sapienti” di piazza Colonel Fabien – luogo della sede nazionale del PCF – non hanno nemmeno arrestato la perdita di peso istituzionale: nelle città e paesi con oltre mille abitanti il PCF perde circa il 20% dei sindaci che aveva nel 2008, passando da 358 a 264 (103 persi e 9 guadagnati); nelle città con più di 30mila abitanti il PCF perde 7 comuni su 28. Nella periferia operaia parigina il PCF riesce a perdere Bobigny, Villejuif e St-Ouen, città con sindaco comunista dagli anni Venti del XX secolo; altre perdite si concentrano nei dipartimenti proletari e massacrati dalla disoccupazione del Nord e del Pas-de-Calais. Poiché nell’arena della politica borghese la gratitudine non esiste, il PS ha comunque continuato nella sua linea più che ventennale di concorrenza ai sindaci PCF della periferia parigina, sottraendo ai comunisti Bagnolet e sfidandoli comunque al secondo turno – in barba all’unità a sinistra – a Ivry, Seine-St-Denis, Montreuil ecc.

Resta da dire che, in pieno ossequio alle radici staliniane del partito, il gruppo dirigente del PCF si è comportato come guardia pretoriana del PS nei confronti del PG durante le trattative per eventuali apparentamenti tra il primo e secondo turno. A Parigi, ad esempio, è stato il capolista del PCF a richiedere al PG, come condizione necessaria all’apparentamento, una grottesca dichiarazione pubblica di abiura della scelta di presentarsi in forma indipendente al primo turno, mentre i socialisti si erano “limitati” a pretendere preventivamente l’appoggio incondizionato al programma ed ai piani finanziari della Hidalgo, eletta poi sindaco della capitale francese.

In generale, possiamo affermare che la vicinanza col partito socialista ha minato pesantemente il risultato elettorale del FdG. Alcuni dati in controtendenza, per essere equilibrati sono pochi, indicano buoni risultati laddove il FdG si è presentato unito e indipendente dal PS o persino nel caso di liste apertamente comuniste: ciò ha portato ad alcune vittorie (Aubervilliers e Montreuil in periferia parigina) o comunque a sconfitte con risultati incoraggianti (Sevran e Romainville nella “corona” di Parigi e Calais). Decisamente, però, esiste nel Front de Gauche una questione di fondo di strategia (indipendenza politica dal PS) e di programma – nel senso di mancanza di un programma di rottura con le compatibilità del sistema capitalista – che la semplice evocazione dell’unità non risolverà neanche in mille anni.

 

L’avanzata del Fronte Nazionale: portata e significato

L’ascesa elettorale del Fronte Nazionale (FN, estrema destra) è un dato evidente di questa tornata elettorale. Le sue ragioni sono il rigetto dell’austerità “socialista” ma anche il discredito della destra tradizionale, travolta da scandali finanziari di ogni genere e che guadagna terreno in percentuale ma non in voti assoluti. Il FN beneficia dunque della sua collocazione parlamentare all’opposizione e della sua veemente retorica nazionalista – condita delle rituali invettive contro i banchieri di Bruxelles - contro l’Unione Europea, i politici corrotti e l’immigrazione. Il FN conquista una dozzina di sindaci di cittadine medie (Orange, Frejus e Beziers) e piccole, oltre ad una circoscrizione di Marsiglia, dove complessivamente supera il 23% dei voti. L’avanzata è maggiore in zone conservatrici tradizionali del Sud, particolarmente in Provenza, e nel nord deindustrializzato dove, ad esempio, il FN ha vinto al primo turno a Henin-Beaumont, cittadina dalle tradizioni “rosse”. Al tempo stesso, il FN continua ad essere debole in molte grandi città: a Parigi, Bordeaux, Nantes e Tolosa è attorno al 6-7%, a Lione, Lilla, Clermont-Ferrand, Grenoble è poco sopra il 10%, la “conquista” della cintura rossa di Parigi non c’è. E’ corretto quindi chiedersi perché la stampa e la televisione abbiamo enfatizzato il successo del FN ed abbiano concesso largo spazio ai suoi rappresentanti (vedi il caso eclatante di BFM-TV col 43% del tempo di parola per politici del FN). Come spiegare dunque la “curiosità” dei mass-media verso il FN e la sua leader Marine Le Pen?

Il FN è un partito filo-padronale, smaccatamente reazionario su ogni questione economica, sociale e civile, permeato di bigottismo religioso che serve al sistema politico borghese, camuffandosi dietro una demagogia contro le banche, per incanalare su un binario morto la rabbia di tanti operai e disoccupati disorientati politicamente. Settori crescenti della classe dominante, tuttavia, vorrebbero utilizzare maggiormente i servigi del FN e cercano così di presentarlo come un partito in “doppiopetto”, lontano dalle sparate dal sapore vichysta (dalla sede del governo collaborazionista francese coi nazisti durante la seconda guerra mondiale) e talvolta persino antisemita del gruppo dirigente cresciuto assieme al fondatore del FN, nonché padre del suo attuale capo, Jean-Marie Le Pen. Insomma, la posta in gioco è lo sdogamento da parte della classe dominante di una forza che potrebbe esserle utile impiegare più direttampcf fdgente nei prossimi anni, nel mezzo di una crisi economica che la stessa borghesia non riesce a controllare. Ciò detto, minimizzare i risultati del FN ed esagerare i risultati del Fronte della Sinistra, come fa ad esempio Mélénchon – ripreso in Italia dal sito Controlacrisi.org – serve soltanto a edulcorare la situazione politica attuale ed a svegliarsi a breve con disastri ancora peggiori. A sinistra, in particolare, quest’analisi sul preteso “boom” della sinistra radicale francese facilita la rimozione del dibattito sul carattere riformista e subalterno al capitale della proposta di riforma democratica dell’UE, cavallo di battaglia europeo della lista Tsipras difeso nella sostanza, anche se con parole differenti, sia dal gruppo dirigente del PCF che da quello del PG.

In ultima analisi, non esistono scorciatoie per la sinistra di classe. Immergersi nel conflitto sociale, dotarsi di un programma operaio e rivoluzionario sono la strada da percorrere nel quadro di un’indipendenza politica chiara dalla socialdemocrazia e dalle sue appendici democratico-borghesi come i Verdi.

 

Visita il sito dei marxisti francesi, La riposte.

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