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Il 7 marzo è entrato in vigore il Jobs act. L’articolo 18 è stato definitivamente sepolto e il nuovo contratto a tutele crescenti è di fatto una precarizzazione camuffata da stabilizzazione, tutelando soltanto il datore di lavoro.

Migliaia di lavoratori a termine stanno concretamente rischiando il posto di lavoro, soprattutto in tutti quei settori dove si opera per appalti: le aziende al cambio commessa metteranno in esubero i vecchi dipendenti e potranno assumerne di nuovi, molto meno costosi. I call center sono il settore più esposto. Tra questi, l’Almaviva a febbraio aveva dichiarato 1.700 esuberi nella sede di Palermo. In questi giorni è stata ottenuta la commessa di Wind, che quindi potenzialmente scongiura i licenziamenti; però, per rimanere competitiva, Almaviva dovrà garantire una tariffa al minuto inferiore al 14 per cento rispetto a quella attuale e logicamente si chiede ai lavoratori una riduzione dell’orario e quindi del salario. La risposta dei sindacati è stata debole e non sarà con l’hashtag #IoSonoAlmaviva che si salveranno i posti di lavoro e i livelli salariali. Sempre nel settore call center in migliaia sono a rischio, come emerge da un’inchiesta pubblicata sul Manifesto. A Livorno la People Care, dopo aver sfruttato la ricca commessa della Seat PagineGialle, dal primo giugno lascerà a casa 450 lavoratori. La E-Care chiude i battenti della sede di Cesano Boscone (Mi), licenziando 499 lavoratori su 509 (chi mai saranno quei dieci rimasti?) dopo il mancato rinnovo della commessa Fastweb. In Calabria 1.590 lavoratori dell’Infocontact erano a rischio ma il glorioso piano di salvataggio da poco siglato prevede il licenziamento di “solo” cento dipendenti e di passare i restanti dipendenti part time al 50 per cento con un salario di 500 euro mensili. A Palermo sono a rischio 388 lavoratori della 4U. All’Accenture di Napoli per non perdere il posto i 261 dipendenti hanno dovuto rinunciare agli integrativi aziendali.

E il nuovo contratto a tutele inesistenti offre le prime sorprese in merito all’accensione dei mutui. In un’inchiesta condotta da Repubblica, due giovani lavoratori tentano invano di ottenere un mutuo di 130mila euro per l’acquisto di un bilocale da 200mila euro in periferia a Milano. Lui ha un contratto a tutele crescenti da 1.600 euro al mese e lei un vecchio contratto a tempo indeterminato a 1.200 euro al mese. La risposta di otto banche è che serve un garante, nonostante la loro situazione lavorativa sia più che stabile, paragonata a quella di milioni di precari.

La crisi la stanno pagando il lavoratori e il Jobs act non sta rilanciando il lavoro, come Renzi ama ostentare, ma semplicemente lascia più spazio di manovra ai padroni per continuare a fare profitti senza alcun vincolo.

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