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Il primo aprile, ad un passo dalla disdetta del contratto, è stata raggiunta l’intesa fra l’Abi (l’associazione di categoria dei banchieri) ed i sindacati per il rinnovo del contratto dei bancari. Il 30 gennaio i lavoratori avevano aderito in massa allo sciopero in risposta alla minaccia di cancellazione totale del contratto, dimostrando di voler reagire all’arroganza padronale.

Era l’occasione di mettere in discussione un sistema marcio fatto di scandali, di retribuzioni milionarie di gran parte dei dirigenti e di costi sempre scaricati sulla collettività. Anziché rilanciare la lotta valorizzando la disponibilità dei lavoratori, i dirigenti sindacali si sono rinchiusi nella trattativa piegandosi infine di fronte alla minaccia di disdetta del contratto.

Il trionfalismo con cui è stato accolto questo accordo da quotidiani come Il Sole 24 ore e Milano Finanza chiarisce chi sia stato il vero vincitore al tavolo.

Si sbandiera la “vittoria” del parziale recupero del salario ridotto dei neo-assunti che viene portato al 90% (rispetto all’82% del precedente rinnovo, pur rimanendo congelati per quattro anni qualsiasi promozione o aumento). Tutti i restanti punti dell’accordo verranno pagati dai lavoratori tramite il Foc (Fondo per l’occupazione), un fondo introdotto nel precedente contratto e sostenuto solamente dai lavoratori che rinunciano ad un giorno di permesso mentre è volontario per i dirigenti e non prevede alcun contributo dalle banche.

Soldi dei lavoratori, quindi, che verranno utilizzati anche per la riqualificazione e la riconversione dei lavoratori fuoriusciti dalle banche: competenza fino a questo accordo della parte ordinaria del Fondo di solidarietà; è chiaro lo spostamento dell’onere della contribuzione dalle banche ai lavoratori.

L’aumento salariale di 85 euro in quattro anni e mezzo inizierà ad essere corrisposto solo dal 2016 mentre la riduzione delle voci per il calcolo del Tfr partirà da subito: un rinnovo a costo zero per le ricche banche!
Lettera morta anche per la “strategia” ufficiale della Cgil di contrastare nei rinnovi contrattuali gli effetti del Jobs act, sul quale non si dice quasi nulla.

A questa ipotesi di accordo è necessario opporsi, organizzando nelle aziende una campagna per il No che restituisca la parola al protagonismo della classe lavoratrice, unica leva per fare i conti suoi pessimi rappresentanti.

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