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Il 18 maggio il governo con un decreto ha temporaneamente messo una pezza alla decisione della Consulta che ha imposto la restituzione dell’indicizzazione delle pensioni sopra i 1.400 euro lordi bloccata dal governo Monti-Fornero nel 2012.

I pensionati che percepiscono una pensione tra i 1.400 e i 3.200 euro lordi riceveranno un bonus tra i 258 e i 750 euro. A beneficiare di questo “omaggio”, così lo ha definito Renzi, saranno tre milioni e 700mila pensionati.

Padroni e mass media hanno colto l’occasione per tornare a parlare di un nuovo attacco alle pensioni pubbliche. Nonostante gli oltre 20 provvedimenti peggiorativi negli ultimi 25 anni, nonostante si sia passati dal metodo retributivo a quello contributivo, il blocco dell’indicizzazione, centinaia di migliaia di lavoratori esodati, ecco che riesplode la canea.

Secondo i padroni norme e diritti sono solo privilegi. Strumentalmente urlano che garantire diritti acquisiti significa negare una pensione decente alle generazioni future. Esattamente come ci dicevano sul Jobs act. Da qui la pretesa di portare tutti definitivamente al sistema contributivo e distribuire solo miseria. Ovviamente si guardano bene dal dire che i soldi dello Stato in questi anni sono stati usati per ripianare i debiti delle banche. Oppure che un lavoratore oggi produce 500 volte quello che produceva trent’anni fa ma che questa ricchezza è finita nelle tasche dei padroni.

Intanto per i padroni la festa continua. Un esempio è il Jobs act. L’Istat ha comunicato che la disoccupazione è tornata al 13%, quella giovanile al 43%. I cosiddetti 300mila nuovi posti dall’inizio dell’anno altro non sono che stabilizzazioni dovute ai lauti sgravi che il governo elargisce alle aziende che assumono con il contratto indeterminato. Un risparmio di 8mila euro all’anno per ogni assunto per tre anni!

L’altro è quello dei contratti nazionali. Squinzi, presidente di Confindustria, ha fatto sapere che visto il quadro economico incerto, è necessaria una riforma della contrattazione collettiva. Garantire alle aziende il rientro dei costi della manodopera, non sovrapporre i livelli contrattuali (cioè scegliere tra contratto nazionale e contratto aziendale), legare definitivamente la retribuzione alla produttività.

Cioè quello che sta facendo Fiat coi sindacati complici, niente contratto nazionale ma solo un bonus, forse, in base alle effettive auto vendute.

Davanti a tutto ciò il vertice della Cgil sta a guardare. Sulle pensioni si affida completamente alla Consulta per un parziale restituzione del maltolto.

Sul Jobs act i vertici hanno scaricato sui delegati la responsabilità di proseguire l’opposizione nella contrattazione integrativa, cioè mettere i cosiddetti paletti per renderla inapplicabile. I delegati fanno quel che possono, ma è chiaro che i contratti a tutele crescenti su queste basi continueranno a dilagare.

Sui contratti nazionali, qual è la strategia? Firmare accordi nazionali come quelli appena sottoscritti nei bancari e nel commercio, dove i padroni sono passati come un rullo compressore? Oppure sperare di strappare un accordo aziendale minimamente decente, dove vi siano rapporti di forza favorevoli? È inevitabile che lo scontro sarà destinato a finire come con il Jobs act.

L’immobilismo del vertice Cgil è evidente, ed è confermato anche dalla conferenza nazionale di organizzazione che si appresta ad intraprendere. Venti pagine di documento dove, fatta la tara al taglio delle risorse e alla ristrutturazione interna, proposte, piattaforme, idee per contrastare odiose controriforme, Jobs act e contratti nazionali non ce ne sono.

Quest’autunno sul Jobs act, nonostante una grandissima disponibilità alla mobilitazione, il vertice ha abbandonato la lotta. Il gruppo dirigente nazionale e nei territori della Cgil ha avuto paura di scontrarsi veramente con un governo diretto dal partito che fino allo scorso autunno considerava il proprio referente. Ma questa paura non ce l’hanno i lavoratori. L’abbiamo visto negli scioperi dei bancari, nelle vertenze della grande distribuzione, tra i conducenti dei trasporti, tra i lavoratori di Fincantieri e della Indesit e soprattutto nello sciopero della scuola, che è un esempio straordinario di protagonismo dei lavoratori.

L’esempio dei lavoratori della scuola che costringono il sindacato a scendere sul terreno della lotta è quello che dobbiamo seguire oggi. La Cgil deve diventare lo strumento di cui i lavoratori hanno bisogno per fermare gli attacchi e far cadere il governo dei padroni. Perché questo governo non si fermerà, e quindi è necessario che la Cgil scenda sul terreno della lotta di nuovo e con la determinazione necessaria.

Questo non accadrà aspettando che i dirigenti nazionali si sveglino. Questo accadrà se noi, delegati e attivisti sindacali, in prima persona decidiamo che bisogna farlo e ci adoperiamo per cambiare il sindacato.

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