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I primi anni tra carcere, poesia e lotta politica

Militare nel partito è il nostro modo di esistere; ma il posto di combattimento dei letterati, il loro banco di prova, è sulla carta bianca. Il nostro compito è saper traformare in poesia la nuova moralità dell'uomo comunista che si va delineando chiaramente in milioni di uomini in tutto il mondo: e ci riusciremo nella misura in cui saremo anche noi parte di questi milioni. Sarà questo il nostro modo dialettico di realizzare quel passaggio «dal particolare all'universale» che l'estetica classica considera come fondamentale della poesia

Italo Calvino

Vladimir Vladimirovič Majakovskij nacque a Bagdadi il 7 luglio del 1893, in Georgia, da una famiglia di modeste condizioni. Il padre, ispettore forestale, morì quando Vladimir era ancora piccolo, lasciandolo con le sue sorelle e la madre. Bagdadi, all'epoca, era un piccolo paese rurale della Georgia, allora parte del vasto Impero russo, abitato da non più di 5mila anime, al confine con la foresta dell'Ajameti, a circa 170 kilometri da Tblisi.

A Bagdadi non c'erano scuole e quando Vladimir fu in età scolare, tutta la famiglia si trasferì più a valle, a Kubaisi. Fu un allievo esemplare, scriveva alle sorelle, leggeva, si interessava di questioni sociali. La Russia, all'epoca, era in guerra col Giappone e focolai di rivolta stavano accendendosi ovunque. A Pietroburgo, durante la "domenica di sangue", una pacifica dimostrazione era stata violentemente repressa.

Ljudmila, la sorella più grande che studiava a Mosca, portò al fratello dodicenne dei libri politici e poesie di agitazione socialista, così poesia e rivoluzione si associarono nella mente del ragazzo, che cominciò a partecipare a manifestazioni e a comizi.

All'indomani della prima grande rivoluzione russa del 1905, Majakovskij si trasferì a Mosca insieme alla famiglia. Qui frequentò il ginnasio, fino al 1908. Il contatto con l'ambiente cittadino e con la condizione operaia portò il giovane ad orientarsi alle idee politiche dei socialisti russi e proprio a Mosca cominciò la sua attività di militante rivoluzionario aderendo al Partito Operario Social-Democratico Russo.

Per questo saggiò la repressione dello zarismo e la sua brutalità. Venne arrestato per ben tre volte, restando in carcere per quasi cinque mesi. Nonostante gli anni terribili che seguirono alla rivoluzione del 1905, anni di riflusso del movimento operaio e di repressione dura dello zarismo, Majakovskij maturò la coscienza della necessità della lotta per la distruzione dell'assolutismo zarista e del capitalismo.

Nello stesso tempo maturarono anche i suoi interessi artistici e letterari e pertanto, nel 1911, si iscrisse all'Accademia di Pittura, Scultura e Architettura di Mosca dove incontrò il pittore David Burljuk che, entusiasta delle sue poesie, lo mise in contatto con il gruppo dei cubo-futuristi, Gileja, il cui leader fu il poeta Chlebnikov. Insieme a lui, a Burljuk ed altri firmò il primo manifesto del Futurismo nel 1912, Schiaffo al gusto del pubblico. Ecco quanto affermavano:

A chi legge il nuovo, il primigenio, l’imprevisto. Soltanto noi siamo il volto del nostro tempo. Il corno del tempo risuona nella nostra arte verbale. Il passato è angusto. L’accademia e Puskin sono più incomprensibili dei geroglifici. Gettare Puskin, Dostoevskij, Tolstoj, ecc., ecc., dalla nave del nostro tempo. Chi non dimenticherà il primo amore non conoscerà mai l’ultimo. Chi, credulo, concederà l’ultimo amore alla profumata libidine di Balmont? Si riflette forse in essa l’anima virile del giorno d’oggi? Chi, pusillanime, si rifiuterà di strappare la corazza di carta dal nero frac del guerriero Brjusov? O forse si riflette in essa un’aurora di inedite bellezze? Lavatevi le mani, sudice della lurida putredine dei libri scritti da questi innumerevoli Leonid Andreev. A tutti questi Maksim Gorkij, Kuprin, Blok, Sologub, Remizov, Avercenko, Cernyj, Kuzmin, Buni, ecc., ecc., occorre solo una villa sul fiume. Questa ricompensa riserba il destino ai sarti. Dall’alto dei grattacieli scorgiamo la loro nullità!

Ordiniamo che si rispetti il diritto dei poeti:

1) ad ampliare il volume del vocabolario con parole arbitrarie e derivate (neologismi);

2) ad odiare inesorabilmente la lingua esistita prima di loro;

3) a respingere con orrore dalla propria fronte altèra la corona di quella gloria a buon mercato, che vi siete fatta con le spazzole del bagno;

4) a stare saldi sullo scoglio della parola “noi” in un mare di fischi e indignazione.

E, se nelle nostre righe permangono tuttora i sudici marchi del vostro “buon senso” e “buon gusto”, in esse tuttavia già palpitano, per la prima volta, i baleni della nuova bellezza futura della parola autonoma.

Così il Futurismo si annunciava come movimento teso a distruggere il "buon senso" e il "buon gusto" borghese dei vecchi scrittori e, attraverso di loro, di tutta la società borghese russa.

Il movimento futurista, tipico movimento d'avanguardia, annunciava con le sue roboanti e stravaganti performance, con la sua voglia di rompere col passato e di guardare al futuro, con la sua carica esplosiva, con la sua aggressività e volontà di irrompere con assolute novità nel campo delle forme artistiche, con il suo carattere tempestoso di opposizione alla società borghese, ciò che sarebbe accaduto qualche anno più tardi nella società russa ed europea più in generale. Scriveva infatti Trotsky:

Il futurismo è stato il riflesso che ha avuto nell'arte il periodo storico cominciato a metà degli anni novanta e sboccato direttamente nella guerra mondiale. L'umanità capitalistica aveva conosciuto due decenni di un'ascesa economica senza precedenti, che rovesciava le vecchie idee sulla ricchezza e sulla potenza, elaborava nuove dimensioni e nuovi criteri del possibile e dell'impossibile e spingeva gli uomini fuori dell'apatia a tentare nuove audacie. Intanto l'opinione pubblica ufficiale viveva ancora dell'automatismo del giorno innanzi. Una pace armata con dei rattoppi diplomatici, la vacua cucina parlamentare, una politica interna ed estera fondata su un sistema di valvole di sicurezza e di freni, tutto ciò gravava anche sulla poesia, mentre l'elettricità accumulatasi nell'aria preannunziava grandi scariche. Il futurismo fu il loro «presentimeno» nell'arte.[1]

Non per caso parecchi aderenti al movimento, come lo stesso Majakovskij, erano affascinati e attratti dalle idee della rivoluzione sociale. Per comprendere cosa rappresentò il movimento futurista e le sue idee nel campo dell'arte e delle forme poetiche, è utile citare un altro passaggio di Trotsky sull'argomento.

Il futurismo russo originario fu [...] la rivolta della bohème, cioè dell'ala sinistra semipauperizzata degli intellettuali contro l'estetica chiusa e di casta degli intellettuali borghesi. Attraverso l'involucro della ribellione poetica si faceva sentire la pressione di forze sociali più profonde [...]. La lotta contro il vecchio vocabolario e la vecchia sintassi della poesia, nonostante tutte le sue stravaganze bohèmes, era una lotta progressiva contro un vocabolario chiuso, artificialmente selezionato in modo che nulla di estraneo venisse perturbato, contro un impressionismo che assaporava la vita attraverso una cannuccia, contro un simbolismo impastato di menzogne nel suo vuoto celeste, contro il zinaidagiuppiuismo[2] e tutti gli altri limoni spremuti e zampe di pollo succhiate del piccolo mondo mistico-liberal-intellettuale.[3]

Allo scoppio della Prima guerra mondiale, Majakovskij fu profondamente turbato dall'evento bellico, cogliendo in esso non solo una grave tragedia umana ma riconoscendovi una chiara manifestazione della marcescenza della borghesia russa ed europea. Scriveva, infatti, in A voi:

Voi che vi trascinate di orgia in orgia
e avete bagni e gabinetti caldi,
non vi vergognate di leggere sui giornali
le proposte per la croce di S. Giorgio?

Sapete voi, incapaci, numerosi,
voi che pensate a come meglio abboffarvi,
che in quest'attimo, forse, una bomba ha staccato
le gambe al tenente Petrov?...

Se egli, condotto al macello, potesse
all'improvviso vedere, dal fondo delle sue ferite,
come voi col labbro unto di cotoletta
lascivamente canticchiate Severjanin!

A voi, dunque, amanti delle donne e del cibo,
dare la vita per il vostro solo piacere?
Io, piuttosto, alle puttane in un bar
offrirò succo d'ananas!

Vi si può leggere tutta la carica antiborghese, contro l'ipocrita guerra di rapina, dell'uomo e del poeta, seppure nella sua forma istintiva, provocatoria, rabbiosa, bohème.

La Rivoluzione d'Ottobre e la poesia di Majakovskij

Aderire o non aderire? La questione non 
si pone per me [...]. È la mia rivoluzione.


Vladimir Majakovskij

Allo scoppio della rivoluzione, il poeta georgiano ne fu tra i più entusiasti. La sua passione politica e la sua arte potevano finalmente trovare un'espressione concreta, fondersi con le aspirazioni più profonde delle masse e porsi al servizio della più grande impresa mai compiuta dagli uomini: edificare una società senza sfruttati né sfruttatori.

Il suo impegno a sostegno della Rivoluzione si orientò ben presto verso la creazione di un'arte nuova, libera dalle convenzioni borghesi e autenticamente “proletaria”. Una ricerca teorica e pratica tesa a “consegnare tutta la letteratura a tutto il popolo”.

Mentre la classe operaia guidava un intero popolo verso la liberazione, anche numerosi intellettuali vi aderirono entusiasticamente. L'impresa epica delle masse proletarie galvanizzavaartisti e intellettuali, sempre più ispirati dagli eventi drammatici e grandiosi della rivoluzione.

Anche se la comprensione dell'evento rivoluzionario da parte di molti di costoro fu abbastanza primitivo, istintivo, questo non nega che essi vi aderirono spontaneamente poiché comprendevano che la rivolzuione avrebbe dato loro la possbillità di aprirsi a nuove esperienze e di rompere definitivamente col passato.

La partecipazione delle masse alla vita artistica fu straordinaria e, viceversa, il governo rivoluzionario approvò immediatamente alcuni decreti di nazionalizzazione di gallerie e collezioni d’arte private, come la galleria Tretyakovskij (che ospitava una vasta collezione di antiche icone russe) e le collezioni di Sergej Shchukin e Ivan Morozov (che annoveravano opere di Picasso, Cezanne, Van Gogh, Gaugin, Matisse, Monet, Degas, Derain e Sisley) mentre nell'autunno del '17 un appello dei Soviet affermava:

"Cittadini, i nostri vecchi padroni sono andati via, lasciandosi dietro un’enorme eredità. Essa ora appartiene a tutto il popolo. Cittadini, abbiate una buona cura di quest’eredità, di tutti i quadri, le statue e le costruzioni. Essi rappresentano voi e la forza spirituale dei vostri antenati".

Majakovskij fu uno dei migliori interpreti di questo spirito nuovo: ingaggiò una battaglia teorica contro la vecchia letteratura borghese, promosse la formazione di gruppi "comunisti-futuristi" nei quartieri operai, portò i suoi versi nelle officine e nelle fabbriche, poiché egli fu cosciente che la più grande opera di costruzione era ora in mano alla classe lavoratrice e la nuova poesia non poteva non entrare in stretto contatto con quest'opera titanica del proletaiato russo. Ad esempio, "in una poesia del 1923, Majakovskij arringa i minatori di Kursk, elogiando il loro oscuro eroismo. Il loro monumenro, egli disse, sarebbe stato innalzato dall'industria del futuro; i loro nomi sarebbero stati disegnati nel cielo dal fumo di milioni di ciminiere che la loro fatica contribuiva a costruire".[4]

Finalmente l'arte poteva cominciare a fondersi con la vita, per questo non poteva e non doveva restare nell'iperuranio delle idee ma scendere sulla terra e mettersi al servizio del popolo: le peroccupazioni artistiche di Majakovskij così cominciarono a fondersi con i problemi attorno all'istruzione delle masse, al loro elevamento culturale e alla soluzione dell'analfabetismo.

Pertanto nel 1918 rispose ad un appello del governo, insieme al poeta Blok e al famoso attore e regista di teatro Mejerchol'd, per collaborare alle iniziative del Consiglio dei commissari del popolo in materia di cultura e istruzione e aderì all'IZO, la sezione delle arti figurative del commissariato per l'educazione pubblica (di cui fecero parte, tra gli altri anche Kandinskij, Malevič e Tatlin).

Lavorò quindi alla ROSTA, l'agenzia pubblica delle comunicazioni, per la quale produsse oltre tremila "finestre", famose vignette e manifesti di propaganda che combinavano immagini e slogan destinati al popolo. Questi manifesti non avevano solo un carattere propagandistico, ma anche e soprattutto artistico, combinando insieme vari linguaggi tesi non solo all'efficacia del messaggio, ma anche ad una riuscita artistica eccellente anche grazie alla collaborazione di validi artisti e poeti.

Nel 1922 Majakovskij fondò il LEF, il Fronte di Sinistra delle Arti, dichiarando nel manifesto Per che cosa si batte il LEF?:

"Il LEF deve unificare il fronte per minare il vecchiume, per andare alla conquista di una nuova cultura [...] Il LEF agiterà con la nostra arte le masse, attingendo da loro la loro forza organizzativa. Il LEF combatterà per un'arte che sia costruzione della vita".

L'organizzazione raccolse tra i migliori artisti dell'epoca: gli scrittori Tret'jakov, Brick, Šklovskij, l'artista Rodčenko, il regista Ėjzenštein e altri.

Certo, la sua battaglia e i suoi propositi non furono privi di contraddizioni e slanci utopistici o estremisti. Di fatto la battaglia del LEF fu orientata da un lato alla costruzione di un cosiddetta "arte proletaria", dall'altro esigeva che il Partito Comunista determinasse in modo più stringente le nuove linee dell'arte nel nuovo stato socialista.

Tuttavia, come lo stesso Trotsky ebbe ad argomentare nei suoi scritti degli anni Venti intorno alle questioni della cultura e dell'arte, d'accordo col pensiero di Lenin al riguardo, era utopistico e contraddittorio parlare di un'arte "proletaria".

Il proletariato, infatti, è una classe diversa dalle altre, non mira a prendere il potere per stabilire un nuovo dominio di classe ma è destinata ad estinguersi insieme al suo regime transitorio, la dittaura del proletariato. L'arte nuova che sarebbe nata in futuro doveva essere un'arte pienamente libera e umana proprio perché il socialismo mira a distruggere tutte le differenziazioni di classe.

Sarebbe stato utopistico parlare di un'arte proletaria proprio come sarebbe stato utopistico parlare della costruzione del socialismo in un paese solo, tanto più nella Russia culturalmente e tecnicamente arretrata. Era necessario che la rivoluzione si estendesse almeno agli altri paesi europei, come la Germania o l'Inghilterra, il cui contributo, anche artistico, avrebbe favorito uno sviluppo fenomenale dell'economia e della cultura.

Allo stesso modo, Trotsky (d'accordo con quanto già Lenin aveva già scritto in un articolo del 1905 – Sull'organizzazione del Partito e sulla letteratura di Partito), molto sensibile alle questioni culturali e artistiche, negò decisamente la possibilità che il partito dovesse dare delle direttive stringenti e dogmatiche intorno alle questioni artistiche, in special modo su questioni come la forma e lo stile. Certo, il Partito, in qanto espressione dell'avanguardia cosciente della classe proletaria doveva incoraggiare e sostenere tutti quei gruppi e tendenze artistiche che si avvicinavano alle idee della Rivoluzione, che indicavano un nuovo modo di fare arte e poesia, che miravano all'elevamento culturale delle masse proletarie, e talvolta anche reprimere espressioni o idee apertamente controrivoluzionarie (particolarmente in un periodo turbolento e pericoloso come quello della Guerra civile), ma non poteva e non doveva in alcun modo dettare le linee della nuova arte, proprio perché l'arte aveva bisogno della massima libertà. Tuttavia, al di là di certi atteggiamenti estremistici di Majakovskij, tutto ciò non nega affatto la sua grandezza.

Majakovskij è un talento grande o, secondo la definizione di Blok, immenso. Egli è capace di presentare cose viste più volte da un angolo visuale che le rende nuove. Padroneggia la parola e il vocabolario come un artefice ardito che lavori secondo leggi sue proprie, senza curarsi se il suo lavoro ci piaccia o meno. Molte sue immagini ed espressioni sono entrate nella letteratura e vi resteranno, se non per sempre, certo a lungo. Egli ha un modo di costruire e di immaginare, un suo ritmo, una sua rima. Il disegno artistico di Majakovskij è quasi sempre rilevante, a volte grandioso. Il poeta fa entrare nella sua sfera la guerra e la rivoluzione, l'inferno e il paradiso. Majakovskij è ostile al misticismo, a ogni sorta d'ipocrisia, allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, e le sue simpatie sono interamente dalla parte del proletariato che lotta. Il sacerdozio dell'arte, almeno un sacerdozio di principio, in lui non c'è: anzi, egli è disposto a porre interamente la propria arte al servizio della rivoluzione.[5]

Ecco il genio, ecco la grandezza. E sebbene Majakovskij avesse posto la sua arte al servizio della Rivoluzione, cioè dell'impresa eroica delle masse russe, egli non fu mai servo, né la sua arte servile, ma sempre piena di spirito critico e autocritico e improntata alla più grande libertà, alla ricerca vera dell'affermazione dell'arte nella vita di milioni di oppressi.

Così anche le opere che risalgono al periodo migliore della Rivoluzione rappresentano il processo di rottura e di protagonismo delle masse come grande ed epico atto di liberazione, in cui le masse stesse rivestono il ruolo del Creatore che dà vita all'uomo nuovo, come in Mistero buffo e 150.000.000.

Per questo si guadagnò l'appellativo di "tamburino della rivoluzione" e per questo, alla morte di Lenin, nel 1924, egli scrisse un poema in quindici canti a lui dedicato, in cui riconosceva nel capo dei bolscevichi l'incarnazione del divenire storico attraverso la battaglia del proletariato europeo e russo dalle giornate della Comune di Parigi alla presa del Palazzo d'Inverno, passando per la  battaglia di Marx ed Engels in seno al movimento operaio.

In quest'opera, Majakovskij vede e sente in Lenin la realizzazione delle speranze di tutti gli oppressi. Il poeta respinge subito ogni possibilità di poesia cortigiana e panegirica. Scrive infatti: "Ma è possibile che di Lenin / si debba ancora dire "Condottiero per grazia di Dio"? / No, no, per niente: se fosse stato per grazia di Dio o imperiale / sarebbe scoppiata la mia ira. / Mi sarei messo contro i cortei / avrei sbarrato le strade alle folle". Per Majakovskij, la vita di Lenin ha un'importanza che varca i confini dello spazio e del tempo: "Breve è la vita di Ul'janov / ma la vita di Lenin non ha fine". Questa vita nasce prima di Ul'janov, nasce col sorgere del proletariato: "Sua Altezza il Capitale, / senza diadema o corona, / rendeva schiava la forza dei contadini; / saccheggiava e rapinava la città / e ingozzava il ventre obeso / delle sue casseforti". Intanto la classe operaia nasceva e "come una minaccia" già alzava "al cielo le sue ciminiere". Così dai comunardi perseguitati da Thiers si passa alle gloriose giornate del 1905, da qui alla sconfitta operaia e alla pavida reazione degli intellettuali, le lucide indicazioni di Lenin, poi la guerra imperialista del 1914: "L'imperialismo nudo, / con la pancia scoperta e la dentiera, / col sangue che gli arriva ai ginocchi / divora paesi e paesi con le baionette. / Intorno gli stanno i cortigiani, / i patrioti" che dicono: "Operaio, combatti fino all'ultimo respiro". Infine la gloriosa rivoluzione del 1917: "A tutti, a tutti, a tutti, / a tutti i fronti che rosseggiano di sangue, / a tutti gli schiavi che stanno sotto il pungo dei ricchi. / Il potere, tutto il potere ai Soviet. / La terra ai contadini. / Pace ai popoli. Pane a coloro che hanno fame". Infine la sua morte: "Era un uomo umano, in ogni vena. / Portate la sua bara e struggetevi per l'angoscia / uomini". Nell'ultimo canto Majakovskij torna sul tema della fede e nella continuità dell'opera del grande rivoluzionario russo e nella costruzione del socialismo.

Non vuoto panegirico, dunque, ma comprensione del ruolo di Lenin in versi, in poesia ardita. Majakovskij aveva vissuto la rivoluzione come esprienza profonda, autentica, in connubio con le masse proletarie, pieno di entusiasmo, e il suo universo personale, individuale cominciò ad identificarsi con lo spirito collettivo degli operai e dei contadini russi.

Abbasso la burocrazia!

 

Uno stuolo di funzionari

da una settimana all'altra

annulla

il tuono e l'opera

dell'Ottobre,

e a molti

perfino

spuntano di dietro

i bottoni

di prima del febbraio,

con tanto d'aquila

 

Vladimir Majakovskij

 

Alla morte di Lenin lo scontro nel Partito Comunista subì una grave accelerazione, scontro che fu il riflesso di due tendenze ben precise nella società russa. Da un lato la tendenza proletaria legata alle tradizioni bolsceviche e dell'Ottobre, guidata da Trotsky e dall'Opposizione di Sinistra, dall'altra la tendenza legata al nuovo strato di burocrati e funzionari di partito e di stato che tentava di elevarsi al di sopra delle masse e di rompere con le tradizioni rivoluzionarie, che faceva capo a Stalin.

L'affermazione della tendenza burocratica in URSS e nel Partito comportò non solo l'abbandono progressivo delle autentiche idee del marxismo e la rottura con il bolscevismo, ma anche l'allontamento di tutti i vecchi dirigenti dell'Ottobre, a cominciare da Trotsky e dai suoi sostenitori.

La burocrazia in questo modo soffocò la rivoluzione e tutte le sue più genuine manifestazioni, comprese quelle artistiche. La burocrazia, che aveva una mentalità ristretta e conservatrice, sospettò fortemente di ogni manifestazione artistica indipendente e così in principio riunì forzosamente tutte le associazioni di artisti e scrittori in un'unica centrale degli scrittori "proletari", poi intervenne direttamente sulle questione dell'arte.

La RAPP (Associazione degli scrittori proletari) divenne, in campo artistico, il rappresentante ufficiale del nuovo partito di Stalin, poiché come affermò la Pravda nel dicembre del 1929, stava realizzando, nel campo della letteratura, un programma che era "il più concorde di tutti con il programma del partito", pertanto tutte le forze letterarie proletarie dovevano inserirsi nella RAPP perché era inammissibile che i letterati marxisti fossero divisi in "gruppi rivali". Così il 23 aprile del 1932 una risoluzione del PCUS aboliva tutti i gruppi di letterati riunendoli sotto un unico organismo (l'Unione degli scrittori), controllato dal partito.

In seguito si procedette all'epurazione di scrittori del calibro di Pil'njak e Zamiatin col metodo della diffamazione, tipico dello stalinismo. Pil'njak, ad esempio, dovette rivedere le proprie idee facendo ammenda di quanto scritto nella sua opera Il mogano, del 1929 e pubblicata all'estero, in un nuovo romanzo, Il Volga si getta nel Caspio, che tentava di glorificare i risultati del collettivismo contro le tendenze individualiste di piccolo borghesi e contadini. Neanche questo bastò, perché infine Pil'njak nel 1937 venne denunciato come spia al soldo del Giappone e deportato in Siberia e infine giustiziato nel 1941.

Le opere degli artisti occidentali d'avanguardia vennero poste in soffitta bollate come borghesi e antipopolari.

A conclusione dell'opera di costrizione da parte dello stalinismo nei confronti degli artisti, nel 1934 Zdanov divenne ispiratore della linea culturale del partito, il "realismo socialista". Un'arte conformista, priva di ispirazione e di slancio, tesa a celebrare il capo. Un'arte molto simile ai periodi più bui della cultura europea, come durante il periodo della Controriforma in Italia. Trotsky scrisse in proposito:

L'attuale ideologia ufficiale della"letteratura proletaria" è fondata – nel campo artistico assistiamo allo stesso spettacolo cui si assiste in quello economico! - sulla completa incomprensione dei ritmi e delle scadenze della maturazione culturale. La lotta per la "cultura proletaria" – una sorta di "collettivizzazione totale" di tutte le conquiste dell'umanità nell'ambito del piano quinquennale – all'inizio della rivoluzione d'ottobre aveva il carattere di un idealismo utopistico, e proprio lungo questa linea fu respinta da Lenin e dall'autore di codeste righe. Negli ultimi anni essa è diventata semplicemente un sistema di ingiunzioni burocratiche all'arte e di devastazione dell'arte.[6]

Le pressioni della burocrazia, il clima politico di sospetto che cominciò a generarsi nel partito, portarono finalmente Majakovskij ad aderire alla RAPP nel febbraio del 1930. Due mesi prima del suo suicidio. Ma Libedinskij, dirigente della RAPP, annotò:

I dirigenti della RAPP considerarono l'adesione di Majakovskij con una certa preoccupazione. Era come se temessimo che il nostro debole vascello potesse esere danneggiato dal peso di un così grosso elefante.[7]

L'«elefante» infatti, poco prima, aveva dato alle stampe due opere teatrali La cimice e Il bagno.

Il primo, nelle parole dello stesso Majakovskij, "è la variante teatrale di quell’argomento fondamentale al quale ho dedicato versi e poemi. Si tratta della lotta contro il piccolo-borghese", il secondo un'invettiva più diretta contro l'ottusa burocrazia staliniana. Prevedibilmente le due opere furono accolte freddamente dalla critica ufficiale del regime.

Il manoscritto della sua commedia Il bagno era stato fermato per due mesi dalla commissione centrale preposta al repertorio dei teatri sovietici. Erano sorte difficoltà a causa degli attacchi decisamente satirici che la commedia rivolgeva contro personalità e tendenze del momento, e alla mentalità burocratica tipica di alcuni commissari del popolo [...]. Il terzo atto della commedia contiene una palese presa in giro degli slogan letterari patrocinati dalla stesa RAPP: "Per l'uomo vivo" e "Imparate dai classici". Alcuni di questi strali furono attenuati per ordine della commissione centrale preposta al repertorio dei teatri sovietici e il permesso di rappresentare la commedia fu finalmente concesso il 9 febbraio, propprio tre giorni dopo l'entrata di Majakovskij nella RAPP.[8]

Fu l'ultimo atto della potenza creatrice di Majakovskij. Il 14 aprile del 1930 “il tamburino della rivoluzione” si suicidò. Fu un colpo per tutti, anche perché quando nel 1926 si uccise il poeta Esenin, egli espresse un giudizio molto negativo sul suo gesto, nell'opera dedicata al suo amico A Sergej Esenin, poiché un poeta, secondo Majakovskij, non aveva il diritto di togliersi la vita quando vi era ancora molto da fare per il proprio paese.

D'altra parte il suicidio di un uomo che aveva dedicato l'intera vita all'amore, alla poesia e alla rivoluzione, i cui versi traboccavano di vita, non poteva non destare stupore. La burocrazia si affrettò a dire che quanto accaduto a Majakovskij non aveva nulla a che fare con la sua attività di poeta. Trotsky protesò vigorosamente, dal suo esilio, domandandosi come fosse stato possibile affermare che il gesto tragico di Majakovskij non avesse nulla a che vedere con la sua opera e la sua attività. Sarebbe stato come dire che la sua morte non avesse avuto a che vedere con la sua vita.

Molti oggi, altrettanto frettolosamente, affermano che fu un suicidio per questioni d'amore. Riesce tuttavia difficile comprendere come un uomo che aveva dedicato un'intera vita ad interessi che trascendevano quelli più strettamente egoistici e personali ora cedeva di fronte ad un rifiuto d'amore. Lungi da noi affermare che l'amore tra due persone non sia un valore per cui valga la pena vivere e combattere, resta tuttavia evidente che di fronte al crollo della battaglia collettiva di un'intera classe, forse anche la battaglia sua personale ne risentì e Majakovskij venne risucchiato dal gorgo mortifero in cui lo stalinismo aveva gettato la stessa rivoluzione.

In fondo, se suicidio d'amore fu, lo fu certamente per l'amore che egli riservò alla Rivoluzione e che i dirigenti staliniani tradirono e soffocarono.

Da più parti, si sente dire che Mjakovskij fu cantore della Rivoluzione e sua vittima al tempo stesso. Non fu così. Egli fu cantore della Rivoluzione e vittima dello stalinismo. Egli fu pronto a servire la sua epoca anche nel più umile lavoro quotidiano e aborriva il formalismo della burocrazia, sebbene non riuscì mai a sistematizzare questa sua istintiva repulsa in opposizione cosciente. Egli disse di sé con orgoglio: "non sono stato a salario", poiché egli considerava la sua vita un'ostinata, audace dedizione a ciò che riteneva essere la sua funzione pubblica di poeta e di rivoluzionario e non poteva tollerare il servilismo dei poeti e degli scrittori della RAPP.

Elsa Triolet, sorella di Lilja Brik e moglie di Louis Aragon, una volta disse:

L’hanno perseguitato sino al giorno della sua morte. Le sue opere erano pubblicate con tirature insufficienti, i suoi libri e i suoi ritratti erano tolti dalle biblioteche [...] Un piccolo funzionario, nel 1934, al Congresso degli scrittori di Mosca, per averlo io rimproverato d’avere tagliato senza giustificazione il nome di Majakovskij in un mio articolo, come se questo nome fosse un disonore, disse: "Esiste un culto di Majakovskij e noi lottiamo contro questo culto".

Trotsky, che ha saputo apprezzarlo pur nella critica onesta, disse di lui:

"Sì Mjakovksij ha cercato un legame con la rivoluzione in modo più coraggioso ed eroico di qualunque rappresentante dell'ultima generazione della vecchia letteratura russa, una generazione che, del resto, non è ancora riuscita a conquistare il suo riconoscimento. Sì, egli ha realizzato questo legame in modo infinitamente più completo di chiunque altro. [...] Nelle battaglie dell'epoca di transizione egli è stato un combattente coraggiosissimo ed è diventato un precursore indiscutibile della letteratura della nuova società".[9]

Nel suo poema, A piena voce, darà ancora un grido rivoluzionario contro le torme di burocrati, filistei ed epigoni, ancora fedele alla sua classe e al bolscevismo:

Dinanzi

alla C.C.C.[10]

dei futuri

anni radiosi,

sopra la banda

dei poetici

profittatori e scrocconi

io leverò

come una tessera bolscevica

tutti i cento tomi

dei miei

libri di partito


[1] L. Trotsky, Letteratura e Rivoluzione, Einaudi, Torino, 1973, p. 111

[2] Riferimento polemico alla poetica simbolista di Zinaida Giuppius, nota scrittrice antibolscevica

[3] L. Trotsky, op. cit., p. 124

[4] H. Muchic, La letteratura durante il periodo della NEP, in M. Hayword, L. Labedz, Letteratura e rivoluzione, Il Saggiatore, Milano, 1965, p. 73

[5] L. Trotsky, op. cit., p. 129

[6] L. Trotsky, op. cit., p. 520

[7] J. Leibedinskij, Rapporto sull'adesione di Mjakovskij alla RAPP, in M. Hayward, L. Labedz, op. cit., p. 90

[8] Edward J. Brown, L'anno dell'acquiescenza, in M. Hayward, L. Labedz, op. cit., p. 91

[9] L. Trotsky, op. cit., p. 522

[10] Commissione centrale di controllo

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