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La mobilitazione contro il colpo di stato si intensifica in Honduras. Ieri , domenica 5 luglio, mezzo milione di persone (in un paese di tre milioni di abitanti) hanno manifestato nella capitale Tegucigalpa contro i golpisti. Negli scontri avvenuti attorno all'aeroporto, dove sarebbe dovuto atterrare Manuel Zelaya, il presidente legittimo, almeno due manifestanti sono stati uccisi dall'esercito.

 

I militari sembrano sempre più isolati, scaricati anche dal governo Obama e dall’Osa, l’organizzazione degli stati americani. Abbiamo usato questo termine, “scaricati”, perché ci pare impossibile che i servizi segreti Usa che hanno una delle loro basi più importanti di tutta l’America Centrale, centro delle intercettazioni telefoniche nel continente, non sapessero nulla del colpo di stato in programma. Inizialmente hanno chiuso un occhio, poi vedendo come girava il vento, sia in Honduras che soprattutto negli altri paesi latinoamericani, hanno preso nettamente le distanze dal golpista Micheletti.

Una cosa comunque è chiara, non saranno le manovre diplomatiche a fermate la reazione nel paese centroamericano ma la mobilitazione di massa, a cui i comunisti devono dare tutto il loro appoggio.

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Il golpe in Honduras evidenzia per l’ennesima volta che nemmeno timide riforme apportate al sistema capitalistico possono essere tollerate dagli oligarchi latinoamericani e dai loro maestri imperialisti. Ma l’esperienza del Venezuela insegna che se le masse si mobilitano la reazione può essere sconfitta, ed è quindi arrivato il momento di impiegare tutta la cpacità di mobilitazione dei lavoratori e dei poveri honduregni.

Alle prime luci dell’alba di domenica 28 giugno un gruppo di 200 soldati ha circondato la residenza del presidente Manuel Zelaya che, dopo una sparatoria di 20 minuti ingaggiata dalla sua guardia personale, è stato arrestato e trasportato in aereo nel vicino Costa Rica dove, nel corso di  una conferenza stampa, ha denunciato il colpo di stato militare degli “oligarchi di destra”, chiesto alla popolazione di mobilitarsi nelle piazze e promesso un suo repentino rientro nel paese.

L’elemento scatenante di questo golpe militare è stata la netta contrarietà della destra, che domina il parlamento, degli alti comandi dell’esercito e dei vertici della magistratura alla convocazione da parte del presidente di un referendum sulla necessità di un’assemblea costituente.

Zelaya, detto comunemente Mel, ha vinto le elezioni presidenziali del 2005 come candidato del Partido Liberal de Honduras, sconfiggendo con un margine risicato il suo principale avversario, del Partido Nacional. Si tratta di un proprietario terriero costretto dalla polarizzazione politica di questo piccolo e indigente paese centroamericano a prendere misure a vantaggio di poveri, contadini e lavoratori e ad assumere come modello il “bolivarismo”. Immediatamente scaricato dal Partito Liberale, di centro destra, ha dovuto allearsi con le organizzazioni contadine ed operaie. In un’intervista pubblicata dal giornale spagnolo El Pais descrive così la sua evoluzione politica:

“Guardi, io pensavo di riformare dall’interno il sistema neoliberale. Ma i ricchi non sono disposti a cedere nulla. Non intendono mollare nessuna delle loro ricchezze. Vogliono tutto per loro. Quindi, secondo logica, per cambiare bisogna contare sul popolo”.

L’Honduras è uno dei paesi latinoamericani più poveri, dove oltre il 50% della popolazione vive al di sotto del livello di povertà e con un tasso di analfabetismo che supera il 20%. Oltre uno dei 7,8 milioni di suoi abitanti ha dovuto emigrare negli Stati Uniti in cerca di lavoro. In queste condizioni il pur minimo, moderato e ragionevole provvedimento a vantaggio della maggioranza della popolazione incontra la brutale opposizione della classe dominante, dei capitalisti, dei proprietari terrieri, di chi controlla i mezzi d’informazione e degli oligarchi locali.

Tra i provvedimenti presi dal governo Zelaya ci sono varie riforme progressiste, tra cui una campagna nazionale di alfabetizzazione che ricalca gli esempi cubani e venezuelani, il tentativo di migliorare l’accesso alla sanità dei settori sociali più poveri (incluso l’accesso a farmaci meno costosi e la possibilità per i giovani di studiare medicina a Cuba), la riduzione dei tassi d’interesse per i piccoli contadini ed il significativo aumento del 60% del salario minimo. 

Parallelamente Zelaya si è mosso per ridurre alcuni dei privilegi più scandalosi della classe dominante oligarchica honduregna. Attraverso un accordo con la venezuelana Petrocaribe ha scalfito il monopolio delle imprese multinazionali nell’importazione di combustibile. Si è scontrato con le multinazionali farmaceutiche che controllano l’80% delle medicine vendute in tutto il paese, tutte importate a caro prezzo per il servizio nazionale della salute, firmando un altro accordo con Cuba e Venezuela per l’importazione della versione generica ed economica almeno di quelle più utilizzate. Zelaya infine ha denunciato il monopolio dell’oligarchia sui mezzi d’informazione e ha eliminato i sussidi governativi ai loro principali gruppi di controllo.

Sul piano internazionale il presidente ha sottoscritto l’Alternativa Bolivariana delle Americhe (ALBA), l’alleanza regionale promossa dal Venezuela e a cui ora si aggiunge, appunto, l’Honduras.

Tutte queste azioni hanno contribuito ad aumentare la sua popolarità e la sua base d’appoggio sociale tra i settori più poveri della popolazione, facendo viceversa infuriare gli oligarchi che hanno governato il paese, legati a doppio filo agli interessi nordamericani, per quasi duecento anni. Lungo quasi tutto il corso del XX° secolo l’Honduras non fu infatti nient’altro che la classica “repubblica delle banane” dominata dalla United Fruit che controllava la stragrande maggioranza dei migliori terreni agricoli del paese, con tanto di interventi periodici dei marines statunitensi per destituire governi che intendevano ridurre il potere della United Fruit stessa. La “indipendenza” formale di un paese fermamente governato dall’imperialismo nordamericano tramite la United Fruit  Company era quindi solo una cortina fumogena. I marines sbarcarono in Honduras nel 1903, nel 1907, nel 1911, nel 1912, nel 1919, nel 1924 e ’25. Nel 1911 il nuovo presidente “honduregno” fu nominato direttamente da un mediatore nordamericano. Nel 1930, quando nelle piantagioni bananiere della United Fruit sulla costa caraibica era in corso un duro sciopero, una nave da guerra statunitense fu inviata in zona per soffocare la protesta.

Ecco le parole del generale di divisione dei marines Darlington Butler:

“Ho passato 33 anni e 4 mesi in servizio militare attivo e durante tutto questo periodo mi sono spesso sentito come un ufficiale al servizio di grandi imprese, di Wall Street e dei banchieri. In poche parole sono stato un truffatore, un gangster del capitalismo. (...) Ho contribuito a sequestrare una mezza dozzina di repubbliche centroamericane a vantaggio di Wall Street (...) e a fare dell’Honduras un boccone prelibato per le imprese della frutta nordamericane nel 1903”. 

L’Honduras ha anche una lunga storia di presidenti liberali decisi a promuovere timide riforme per essere poi sconfitti dall’esercito e dall’oligarchia con l’appoggio e la partecipazione diretta degli Stati Uniti. Come nel caso del presidente Vicente Mejia (1929-1933) che fu sostituito dal dittatore generale Carias Andino, appoggiato dalle imprese bananiere, e che durò fino al 1949. O del presidente Villeda Morales, fautore di una morbida riforma agraria, rovesciato da un colpo di stato orchestrato dagli Stati Uniti con cui salì al potere Lopez Aureliano che governò il paese tra il 1965 ed il 1974. Ed infine l’Honduras negli anni ottanta si è convertito nella base principale dei contras, le bande controrivoluzionarie organizzate dagli Stati Uniti che lottarono contro il sandinismo in Nicaragua.

Zelaya ha creduto di poter uscire da questa situazione di dura opposizione della classe capitalista convocando un referendum sull’assemblea costituente, seguendo le orme di quanto fatto in Venezuela, Bolivia e Ecuador.  La data fissata per chiedere alla popolazione se, nell’ambito delle elezioni generali del prossimo novembre, fosse favorevole ad organizzare un referendum sulla convocazione di un’assemblea costituente, era il 28 giugno. Sono state raccolte 400.000 firme in appoggio alla proposta del presidente. Martedì 23 giugno l’oligarchia, utilizzando la sua maggioranza nel Congresso nazionale, approva una legge che dichiara illegale la consultazione. Posizioni analoghe vengono assunte dal Tribunale Supremo e dallo stato maggiore dell’esercito. Si stava già preparando il golpe militare nel caso di fallimento di quello “costituzionale”. Lo stesso giorno il candidato sindaco di sinistra del comune di Tocoa è vittima, insieme alla moglie, di un attentato a colpi di mitra AK47 che distruggono la sua automobile.

Mercoledì 24 Zelaya si riunisce con lo stato maggiore delle Forze Armate che aveva negato appoggio logistico alla consultazione. Nell’occasione il presidente destituisce il generale Romero Vazquez, capo del Comando Unificato delle Forze Armate. Gli altri capi dello stesso Comando hanno presentato le proprie dimissioni accettate dal presidente. Anche il ministro della Difesa è stato destituito. Giovedì 25 i militari occupano le strade di Tegucigalpa ed il tribunale Supremo rimette Romero Vazquez al suo posto. Seguendo l’appello di Zelaya alla popolazione perché scenda in piazza, migliaia di lavoratori e contadini si riuniscono nei pressi del palazzo presidenziale in segno di appoggio al presidente eletto. A questo punto le truppe si ritirano.

Venerdì Zelaya si presenta, con una nutrita delegazione di sostenitori, alla base militare ove sono custodite schede ed urne elettorali prelevandole senza problemi prima che gli ufficiali giudiziari possano impossessarsene e dichiara: “Era ciò che volevano evitare, che distribuissimo il materiale elettorale. Per evitarlo hanno utilizzato tutto il potere dello stato borghese. Giudici, militari, gruppi mediatici. Non sono riusciti ad impedirlo. L’abbiamo distribuito” aggiungendo “stiamo parlando dello stato borghese, composto dalle elites economiche, dalle cupole degli eserciti, dei partiti, dei giudici, e questo stato borghese si sente colpito se comincio a proporre che il popolo abbia voce e diritto di voto”.

Quest’inizio di conflitto a lui favorevole ha dato a Zelaya un falso sentimento di sicurezza. Il sabato dichiarava al giornale El Pais: “In questo momento...ne ho il controllo [dell’esercito] finché non darò ordini che danneggino i ricchi”. Aggiungendo che credeva che gli Stati Uniti fossero intervenuti per bloccare il golpe. Qualche ora dopo sarebbe stato buttato giù dal letto dall’arrivo dei militari.

La classe dominante honduregna non ha perso tempo. In un battito di ali ha decretato lo stato d’emergenza nominando rapidamente un nuovo presidente, Roberto Micheletti, fino a quel momento a capo del congresso, impegnandosi anche in una vasta opera di repressione con l’arresto di attivisti di sinistra, operai e contadini. In un primo momento alcune fonti diffondono la notizia (poi smentita con quella del suo passaggio alla clandestinità) che Cesar Ham, candidato presidenziale di sinistra del Partido de la Unificacion Democratica, viene assassinato resistendo all’arresto. Il congresso ordina la detenzione, tra gli altri, dei seguenti dirigenti di movimenti di massa: Juan Baraona (leader del Bloque Popular), Carlos H Reyes (leader del Bloque Popular), Andrés Padrón (Movimiento de Derechos Humanos), Luther Castillos (leader sindacale), Rafael Alegrón (leader di Vía Campesina), César Han (Consejo Cívico de los Pueblos y Organizaciones Indígenas de Honduras, CCOPIH), Andrés Pavón (CCOPIH), Marvin Ponce (CCOPIH), Salvador Zúñiga (CCOPIH) e Berta Cáceres (CCOPIH).

Gli ambasciatori di Venezuela, Cuba e Nicaragua sono stati arrestati mentre erano in visita presso il ministro degli esteri Patricia Rodas e liberati più tardi dopo essere stati anche maltrattati. Tutto lo schema ricalca quello del golpe dell’aprile 2002 in Venezuela contro Chávez, il ruolo dei mezzi di comunicazione, l’oscuramento del canale televisivo governativo Canal 8, persino il dettaglio dell’apparizione di una lettera di dimissioni dimenticata da Zelaya! E questo perché identiche sono le forze che nei due paesi reggono i fili delle manovre golpiste.

È chiaro e di dominio pubblico che gli Stati Uniti sapessero dell’organizzazione del golpe visto che c’erano state conversazioni con i capi del congresso in cui se ne era parlato. Il loro consiglio è stato di non arrestare Zelaya. Probabilmente l’amministrazione nordamericana, di fronte alla mobilitazione massiva del venerdì e memore della lezione venezuelana, non voleva mosse illegali ed era più favorevole al “golpe costituzionale”, lasciando la sostituzione del presidente ad un futuro momento più favorevole.

La dichiarazione di Obama è stata molto soffice. Ha chiesto a “tutti gli attori politici e sociali honduregni di rispettare le regole democratiche, lo stato di diritto e i principi della Carta Democrática Inter-Americana” aggiungendo che la situazione “deve essere risolta pacificamente attraverso un dialogo libero da qualunque interferenza esterna”.

In una situazione in cui un presidente eletto democraticamente viene arrestato illegalmente dai militari e portato all’estero Obama chiede a “tutti gli attori politici e sociali” di rispettare le regole democratiche e lo stato di diritto lasciando evidentemente la porta aperta agli argomenti dell’oligarchia secondo cui Zelaya, organizzando la consultazione, lo stesse violando. Solo molte ore più tardi, dopo le energiche parole di Chávez e la condanna da parte dell’Organizzazione degli Stati Americani, l’amministrazione nordamericana ha dichiarato pubblicamente di riconoscere ancora Zelaya come presidente legittimo dell’Honduras.

Washington può avere avuto qualche dissidio tattico con l’oligarchia honduregna, ma condivide la sua opposizione a qualunque governo che possa canalizzare le aspirazioni delle masse. Non dobbiamo dimenticare che i personaggi principali di questo golpe sono tutti militari addestrati alla famigerata Scuola delle Americhe e che gli Stati Uniti hanno ancora 500 militari di stanza in Honduras.

Identica la posizione assunta dal giornale spagnolo El Pais che si è convertito nel portavoce degli interessi imperialistici e delle multinazionali spagnole in America Latina realizzando una campagna al vetriolo contro le rivoluzioni venezuelana e boliviana e contro ogni movimento di massa di sinistra nel continente. In un cinico editoriale la linea espressa è stata: rifiutiamo il colpo di stato ma appoggiamo i suoi obiettivi. (La vuelta del golpe, El Pais). Sostiene che alla fine “nella giornata di ieri, domenica, qualcuno inevitabilmente, o il presidente o i militari, avrebbe violato la legalità”. Per cui formalmente condannano il golpe accusando però Zelaya di “violare la legalità” convocando una consultazione “non prevista dalla costituzione e a cui si erano già opposti il congresso, l’autorità elettorale e il Tribunale Supremo”.

Dai fatti honduregni ci sono due lezioni da trarre. La prima è che nemmeno le più timide e moderate riforme progressiste in favore dei lavoratori possono essere tollerate dalla classe dominante. La lotta per sanità, educazione, riforma agraria, casa e lavoro possono vincere solo come parte della lotta più generale per il socialismo. La seconda riguarda l’impossibilità di portare a termine una vera rivoluzione lasciando intatto l’apparato dello stato borghese, che prima o poi sarebbe utilizzato contro il volere della maggioranza dei lavoratori.

El Pais, seppur schierato dall’altra parte della barricata, identifica chiaramente la posta in gioco nei fatti di domenica in Honduras: “In ballo in sostanza c’è l’equilibrio di forze in America Latina, nel senso che se Zelaya avesse ottenuto la consultazione con oggetto la rielezione, il chavismo avrebbe guadagnato terreno in America Centrale”.  L’opinione del Pais è del tutto chiara. Si trattava di porre fine a questa situazione a qualunque costo, sia pure con metodi discutibili.

Il presidente venezuelano Chávez ha ben descritto la situazione denunciando il golpe militare: “E’ un colpo di stato brutale, uno dei tanti accaduti negli ultimi 10 anni in America latina. Dietro a questi soldati c’è la borghesia honduregna, i ricchi che hanno convertito il paese in una repubblica delle banane, in una base politica e militare dell’imperialismo nordamericano”.

Ma, come accaduto in Venezuela nel 2002, migliaia di sostenitori di Zelaya sono scesi in strada per lottare contro il golpe esigendo la reincorporazione del presidente.

Le organizzazioni sindacali, compresa la confederazione nazionale CGT, hanno convocato uno sciopero generale per lunedì prossimo. Questa è la strada giusta. Il colpo di stato può essere sconfitto solo tramite la mobilitazione in massa di operai e contadini ed un appello ai soldati affinché disobbediscano agli ordini degli ufficiali. Hugo Chávez lo ha detto così:”Soldato, scarica il tuo fucile contro l’oligarchia e non contro il popolo”.

Dobbiamo offrire tutto il nostro appoggio ai lavoratori e ai contadini honduregni nella loro lotta per il reinsediamento del presidente eletto. Facciamo appello al movimento operaio internazionale e alle organizzazioni di solidarietà perché esprimano la loro opposizione a questo colpo di stato reazionario. Un ruolo centrale devono svolgerlo le organizzazioni operaie e contadine dei vicini paesi di America Centrale e Messico. Bisogna organizzare presidi e manifestazioni di fronte alle ambasciate honduregne in questi paesi per incoraggiare il popolo in lotta.

No al colpo di stato reazionario in Honduras!
Mobilitazioni di massa nelle strade e sciopero generale!
Soldato, punta le tue armi contro i tuoi ufficiali ed unisciti al popolo!

30 giugno 2009

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